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Per Aspera ad Veritatem N.8 maggio-agosto 1997
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K. Singer, La signora delle bambole - da "Le più grandi spie del mondo"
Chi ha profetizzato che le donne sarebbero state impiegate solo in piccolo numero come spie, durante la seconda guerra mondiale, ha sbagliato il suo pronostico. La prima guerra mondiale aveva dimostrato il particolare talento delle donne per lo spionaggio ed è vero che l'esperienza di una simile abilità fece assumere agli uomini un atteggiamento di permanente diffidenza. I generali smisero di portare in tasca i piani della prossima offensiva; gli ufficiali innamorati non dimenticavano più i documenti segreti nelle camere d'albergo e i soldati erano portati a diffidare naturalmente di ogni donna che facesse troppe domande.
Il Servizio Segreto giapponese non vide comunque in questa crescente prudenza una ragione sufficiente per escludere le donne dallo spionaggio. Là dove un uomo avrebbe potuto essere efficiente, così essi ragionavano, una donna avrebbe potuto fare altrettanto o meglio. E in realtà i giapponesi si servirono molto di spie bianche, che reclutavano come e dove potevano. La schiera delle donne spie era ben rappresentata a New York e l'agente giapponese meglio pagata in America era un'attraente vedova di cinquant'anni.
Il sipario si alza sull'autunno del 1944, nel paese di Springfield, Ohio, a circa tredici ore di treno da New York, dove viveva una vecchia e cospicua famiglia, quella dei Wallace. La signorina Mary Wallace non aveva mai dimostrato interesse per lo spionaggio e si occupava più di arte che di politica, scienza per lei effimera e pericolosa. Una mattina ella ricevette una lettera respintale dall'Argentina e timbrata da Buenos Aires. Era una lettera aerea, in una busta bordata in rosso, bianco e azzurro ed era indirizzata alla:
Senora Inez Lopez de Molinali - 2563 O'Higgins Street - Buenos Aires. (Argentina).
Come mai quella lettera indirizzata a una sconosciuta in Argentina era finita nella cassetta di Mary Wallace? Ella cercò per un poco di trovare una spiegazione all'enigma, poi, girando la lettera, si accorse che, come mittente, risultava proprio lei, Mary Wallace, 1808 E High Street, Springfield, Ohio.
L'indirizzo sulla busta era scritto a macchina, e, oltre al francobollo argentino, ne aveva uno americano, con il timbro della Stazione Centrale di New York e la data di un mese prima.
Il mistero si faceva sempre più fitto. La signorina Wallace non aveva mai spedito quella lettera, né conosceva nessuno che rispondesse al nome di de Molinali e vivesse in Argentina. Per essere più esatti non aveva nessuna conoscenza nell'America Latina.
Mary aprì allora la busta e lesse la misteriosa lettera. La firma, chiaramente falsificata era la sua, ma il contenuto le riuscì del tutto oscuro. Come mai questa lettera era tornata indietro? Di nuovo esaminò la busta e scoprì il timbro con la dicitura: "Destinatario partito senza lasciare indirizzo. Respinta al mittente ".
Evidentemente qualcuno aveva scritto alla signora de Molinali in Argentina, usando il suo nome, ma poiché quella signora non era più al vecchio indirizzo, la lettera era stata respinta al mittente ed era arrivata a lei, l'autentica Mary Wallace.
Era incuriosita e seccata: chi aveva osato usare il suo nome e falsificare la sua firma? Era un'azione davvero impertinente, senza contare che la lettera era piena di errori e scritta in un inglese di cui la signorina Wallace si vergognava. Eccone il testo assai strano:
Cara amica,
probabilmente ti chiederai cosa mi ha successo dal momento che non ti ho scritto per tanto tempo, ma abbiamo passato un brutto mese. Il mio nipotino, quello che io adoro, a un tumore maligno nel cervello ed è destinato a morire, così noi siamo tutti sconvolti e non sappiamo più cosa fare. Gli stanno facendo i raggi al cervello per cercare di curarlo, ma non vogliono darci assolutamente nessuna speranza di completa guarigione e neppure di miglioramento. Sono completamente distrutta.
Un mese fa mi hai chiesto di parlarti della mia collezione. Ho dovuto fare una conferenza in un Circolo artistico ed allora ho parlato delle mie bambole e delle mie figurine. Le sole tre bambole nuove che ho sono tre belle bambole irlandesi. Una delle tre è un vecchio pescatore irlandese con una rete sulle spalle; un altra è una vecchietta con della legna sulle spalle e la terza un ragazzino.
La mia conferenza è stata apprezzata, ma io non riesco a pensare che al bambino ammalato in questi giorni.
Mi hai scritto di aver mandato una lettera al signor Shaw lui l'ha distrutta sai che è stato malato. La sua macchina è rimasta danneggiata, ma ora la stanno riparando. Ho visto qualcuno dei suoi familiari e mi hanno detto che il signor Shaw tornerà presto al lavoro.
Spero che la mia lettera non sembri troppo triste, ma in questi giorni ho ben poco da dirti.
In questo mio breve viaggio mi sono occupata degli affari di Mamma per sistemarli in qualche modo prima di fare la dichiarazione dei redditi. Ecco perché sto imparando a scrivere a macchina. In questi giorni tutti mi sembrano affaccendati e per le strade c'è un gran movimento. Ricordami alla tua famiglia e scusami se non ti ho scritto prima.
Affettuosamente
Mary Wallace

La signorina Wallace era più che mai perplessa, anche perché nella lettera c'erano delle coincidenze sorprendenti. Era vero per esempio che suo nipote aveva una grave malattia al cervello; era anche vero che lei aveva tenuto una conferenza in un Circolo di Springfield sulla sua collezione artistica, ma non possedeva bambole irlandesi e non si trovava certo a New York quando quella lettera per l'Argentina era stata spedita. Infine non aveva mai usato la macchina da scrivere e aveva sempre scritto a mano tutte le sue lettere.
Decise che qualcuno aveva voluto metterla stupidamente in ridicolo, prendendo lo spunto dalla sua abitudine di far collezione di bambole. Non vide perciò nessuna ragione di informare la polizia, ma per ripicca affidò la lettera alla Direzione delle Poste, per sapere chi fosse l'autore di quello stupido scherzo.
L'Ufficiale postale di Springfield inviò invece subito la lettera alla F.B.I., a Washington, dove essa venne attentamente studiata. Quella missiva era troppo strana per essere innocente, troppo vaga per voler essere una burla. La censura postale l'aveva lasciata passare, pensando che il suo contenuto fosse soltanto un po' confuso e, a dire il vero, la lettera in sé poteva sembrare innocua, se non fosse stato per le successive circostanze, in seguito alle quali era stata respinta al mittente e si era scoperta così la falsificazione. Un agente di Washington si formò una sua teoria, che poteva anche essere sbagliata, ma che valeva sempre la pena di prendere in considerazione.
La teoria dell'agente B era che le " nuove bambole " fossero parole di codice per indicare il naviglio da guerra che operava nel Pacifico. " Il pescatore irlandese " poteva significare gli aerei da rifornimento, giacché i carichi venivano paracadutati in reti di sicurezza; la vecchia con la legna sulle spalle poteva essere una nave da guerra rivestita di legno e il ragazzo poteva spiegarsi con un nuovo tipo di mezzo d'assalto della marina.
Il signor Shaw avrebbe potuto essere benissimo l'incrociatore U.S.S. Shaw, che era stato quasi completamente distrutto nell'attacco di Pearl Harbour. La nave era stata appena rimessa in efficienza e aveva ripreso il mare ad Honolulu; ora faceva la spola fra le Hawai e San Francisco.
Per quanto riguardava il poscritto, l'agente azzardò l'ipotesi che si trattasse dell'U.S.S. Louisville, un incrociatore che correva il mare da lungo tempo e le cui rotte erano tenute rigidamente segrete. La frase poteva voler dire che non era possibile fornire le informazioni richieste.
Questa costruzione era davvero fantastica, tanto che i censori postali rifiutarono di accettarla. Ma ormai le indagini avevano iniziato il loro corso e l'F.B.I. si era messa in moto.
Mary Wallace fu chiamata a rispondere ad alcune domande. Ella raccontò all'agente B della sua collezione di bambole, che si era recentemente arricchita dopo gli acquisti fatti espressamente a New York. Aveva comprato parecchie bambole nel negozio della Madison Avenue, vicino alla 62a Strada, di cui era cliente e si era intrattenuta a lungo con la direttrice del negozio, donna molto gentile e comprensiva.
" Avete parlato delle vostre vicende familiari con quella signora? " chiese l'agente B.
"Sì, infatti" ammise Mary Wallace. "La signora Dickinson è stata molto carina con me e mi ha venduto una bambola a prezzo di costo. Il suo negozio è molto ben fornito e ho trovato là degli autentici capolavori ".
" Avete parlato con lei della malattia al cervello di vostro nipote?"
" Sì. La signora Dickinson mi ha raccontato con sincera emozione degli ultimi mesi di vita di suo marito e questo mi ha portato a parlare di mio nipote che è seriamente ammalato ".
Le prove contro la signora Dickinson non erano tuttavia sufficienti, tanto più che la signorina Wallace fece il nome di almeno dieci persone che sapevano della sua collezione di bambole e della malattia del nipote. Il negozio di bambole non era che una delle piste da seguire e l'agente B decise di esaminare tutte le possibilità. Lui era convinto più che mai che la lettera nascondesse un significato grave e pericoloso. Aveva lavorato troppo tempo nell'Ufficio Codici per non avvertirlo. Era strano che l'autore della lettera fosse tanto ignorante; eppure, malgrado i molti errori, doveva essere americano.
Le bambole rendevano più difficili le sue ricerche; era convinto che le allusioni contenute nello strano messaggio dovevano far presupporre una profonda conoscenza del mondo delle bambole e decise perciò di iniziare le indagini fra le conoscenze di Mary Wallace, al Circolo Artistico, fra i collezionisti dello stesso articolo e nei negozi di bambole.
Poiché si trovava a Springfield, cominciò le sue ricerche al Circolo Artistico dove Mary Wallace aveva tenuto la conferenza, ma non venne a capo di nulla. La gente del paese sembrava ignara dell'esistenza del mondo al di fuori di Springfield nell'Ohio; nessuno aveva rapporti con l'Argentina. L'inizio era scoraggiante, ma l'agente B era metodico e perseverante. Aveva molto tempo a sua disposizione e l'intima certezza che quella lettera non poteva essere un episodio isolato; ordinò perciò al censore postale del luogo di fermare ogni lettera che contenesse la minima allusione al commercio o alla collezione delle bambole. Tutta la corrispondenza che riguardava questo tipo di affari avrebbe dovuto essere inviata in esame all'agente B, perché era necessario che egli si facesse un quadro esatto dell'esportazione e dell'importazione di bambole nel paese.

Infine rivolse la sua attenzione al negozio di bambole della Madison Avenue, a New York. Si trattava di un negozio assai noto, che annoverava fra la sua clientela molte stelle del cinema; un negozio di gran lusso per amatori danarosi e collezionisti. L'insegna a lettere azzurre diceva:
VELVALEE DICKINSON
BAMBOLE ANTICHE - STRANIERE - REGIONALI
La mercanzia era rara e non comprendeva bambole al di sotto dei cinquanta dollari. Bambole antiche, del periodo coloniale raggiungevano la vertiginosa cifra di 500 dollari e il negozio sembrava qualcosa di mezzo fra un museo e un teatro di marionette. Vi erano dei capolavori in porcellana che risalivano alla Parigi di Victor Hugo; squisite figurine dell'epoca di Maria Antonietta; bambole rozze del tempo dei pionieri; idoli bizzarri scolpiti nel legno dagli indigeni della Guinea olandese per trastullo dei loro bambini; bambole dal visetto tondo e dalle tinte delicate rappresentavano la Cina. La vetrina era decorata con gran gusto e gruppi di bambole in tutte le pose erano sistemate su uno scenario in miniatura.
La proprietaria, Velvalee Dickinson, era una vedova piccolina, elegante e piena di fascino. Era alta 1,55 e aveva un viso minuto e vivace; benché portasse gli occhiali non dimostrava certo i suoi cinquant'anni. Agenti della F.B.I. si recarono nel suo negozio, ma non fecero un'inchiesta diretta; si finsero clienti e tennero gli occhi bene aperti, girando per il negozio, esaminando le bambole e cercando di farsi un'idea generale della situazione.
Furono tutti colpiti dall'esilità della proprietaria, che non poteva pesare più di quaranta chili.
Contemporaneamente vennero svolte indagini sui precedenti di Velvalee Dickinson, perché la sua origine avrebbe potuto confermare o dissipare i sospetti su di lei. La F.B.I. di Washington raccolse i dati biografici della donna sulla costa occidentale, perché la signora era meglio conosciuta colà, avendo vissuto in California fino alla morte del marito, avvenuta nel 1937.
Nata a Sacramento, aveva studiato all'Università di Stanford; il suo nome da ragazza era Malvena Bliicher e poteva indicare una discendenza dal generale prussiano Bliicher, che combatté contro Napoleone; non aveva precedenti penali, ma il suo nome figurava tra i membri della Società Americano-Giapponese fino al 1937, quando ella aveva lasciato la Costa; inoltre il suo defunto marito aveva il suo ufficio, a San Francisco, nello stesso palazzo che ospitava i consolati tedesco e giapponese.
Ma tutte queste avrebbero anche potuto essere delle semplici coincidenze e non costituivano certo un capo d'accusa contro la signora Dickinson.
Seppero anche che Velvalee era stata impiegata in una banca e in un Consorzio Agrario della California. Le sue referenze di lavoro furono ottime in entrambi i posti.
Lei e suo marito avevano vissuto nel quartiere Imperiale, nel cuore della colonia giapponese. La signora Dickinson aveva una spiccata abilità per gli affari e per molti anni aveva fatto la mediatrice commerciale fra giapponesi e americani. Fra i suoi clienti annoverava molti ufficiali di marina giapponesi, ma tutto ciò era avvenuto prima di Pearl Harbour e non poteva essere considerato necessariamente sospetto.
Durante gli ultimi anni di vita di suo marito, ella aveva avuto bisogno di molto denaro, perché il signor Dickinson soffriva di attacchi di cuore, che rendevano necessari una continua assistenza medica e costosi soggiorni in clinica. Eppure la signora era sempre riuscita a destreggiarsi.
Rimasta vedova, la signora Dickinson si era trasferita a New York. Durante il periodo natalizio del 1937 aveva cominciato a lavorare nel reparto bambole dei magazzini Bloomingdale; l'anno seguente aveva aperto un negozio suo nella Madison Avenue. Il negozio le rendeva molto, perché i clienti affluivano, attratti dalla personalità della signora Dickinson.
Qualche volta ella si abbandonava a confidenze. " Da quando mio marito è morto, la vita ha perso ogni significato per me " diceva, e chi l'ascoltava rimaneva commosso di fronte a quella fragile piccola donna che dimostrava tanto coraggio. La clientela aveva completa fiducia nella sua correttezza e sapeva che mai la signora avrebbe tentato di affibbiar loro degli scarti o degli oggetti falsi.
Per i suoi rapporti d'affari con collezionisti di bambole in tutti i 48 stati dell'Unione, Velvalee faceva spesso dei viaggi, e si recava talvolta sulla costa occidentale per visitare, per esempio, qualcuno dei suoi clienti di Hollywood.
La F.B.I. vigilò per parecchie settimane, senza prendere una posizione definitiva, ma improvvisamente i sospetti aumentarono. Furono scoperti infatti, nascosti negli accurati imballaggi delle scatole destinate a lontani collezionisti, brevi biglietti, il cui contenuto concerneva le bambole ed era scritto in una specie di linguaggio infantile, che avrebbe potuto benissimo essere caratteristico del commercio di bambole, ma poteva anche essere un codice.
Nel frattempo Velvalee aveva cominciato a sentirsi a disagio. Il suo negozio si era popolato di clienti sospetti, le cui domande indicavano chiaramente come non sapessero riconoscere una bambola francese da una tedesca. La polizia la stava forse sorvegliando? Qualcosa certo non andava. Da mesi per esempio non riceveva ordini dal Capo; nessuna lettera era più arrivata dall'Argentina: cosa sarebbe successo se i suoi amici in Argentina fossero stati arrestati e se la sua lettera alla Molinali fosse caduta in altre mani?
Velvalee si abbandonò a tristi presagi, ma poi tentò di reagire, dicendosi che tutto era stato studiato tanto minuziosamente che per lei non poteva esserci pericolo. Se la sua lettera per l'Argentina non fosse riuscita a raggiungere l'agente sud-americana, probabilmente sarebbe stata distrutta; in quei paesi dell'America Latina non ci si dà certo pensiero se il destinatario di una lettera è irreperibile e la si butta semplicemente nel cestino; se poi la missiva fosse stata intercettata dalla censura chi ne sarebbe andata di mezzo era " quella provinciale " di Springfìeld, nell'Ohio.
Malgrado ciò Velvalee non riusciva a tranquillizzarsi. Aveva un bel dirsi che se qualcosa fosse successo, a quell'ora avrebbero dovuto arrestarla da un pezzo, ma c'erano quegli strani uomini che frequentavano il negozio: cosa volevano? Inutilmente si sforzava di vincere il panico che l'aveva afferrata.
Quegli uomini potevano anche essere spie di negozi concorrenti; c'era per esempio un commerciante della Nuova Inghilterra al quale lei aveva soffiato parecchi clienti di Hollywood: poteva esserci lui dietro questo armeggio. Era una persona brutale che l'aveva perfino accusata di aver falsificato qualcuna delle bambole antiche, adulterando i costumi; in realtà quell'uomo sapeva di lei un paio di cose compromettenti ed era vero per esempio che Velvalee aveva falsificato delle bambole; i collezionisti però non avrebbero potuto mai accorgersene. Ella vendeva le sue bambole, tanto le false che le autentiche, a buoni prezzi. Il commercio le rendeva, ma era ancora lontana dai 100.000 marchi che desiderava e doveva perciò continuare.
Non riusciva più a dormire. Una volta si alzò in piena notte, s'infilò vestaglia e pantofole e andò in cucina: quel che le ci voleva, pensò, era una buona tazza di caffè. Quella notte lesse il giornale, studiando la pagina del mercato commerciale e constatò che il suo articolo era in rialzo. Questa era una consolazione; sorseggiò allora il caffè e concertò un piano d'azione.
Alma, la sua commessa fidata, poteva condurre il negozia da sola. Lei sarebbe partita e sarebbe andata in California: se nel frattempo fosse successo qualcosa, se la F.B.I. avesse fatto una perquisizione nel negozio, lei ne sarebbe stata informata e non avrebbe più fatto ritorno. Ad Alma avrebbe lasciato un falso indirizzo, in Florida o in Canadà. Tutto quel che le occorreva era del tempo, perché il tempo risolve molti problemi. Avrebbe cercato di incontrarsi con un ex ufficiale della marina giapponese che ora si nascondeva a Portland, nell'Oregon: lui poteva aiutarla. Se fosse successo qualcosa, sarebbe scappata nel Messico e di là avrebbe raggiunto un luogo dove i sottomarini giapponesi sarebbero venuti a prelevarla. Ma queste fosche previsioni non erano altro che il frutto della sua immaginazione sconvolta, si disse; finora tutto era andato bene e non c'era motivo che non continuasse così.
Era l'alba quando riuscì finalmente a prendere sonno, ma si svegliò poco dopo di soprassalto, in un bagno di sudore, oppressa dagli incubi. Vestendosi decise che non avrebbe preso con sé del bagaglio, per l'eventualità che le sue mosse fossero sorvegliate. Prese un taxi per recarsi al negozio; Alma era già là e la signora Dickinson la spedì in banca ad incassare uno cheque, per lasciare al negozio un fondo spese; poi si congedò dalla ragazza, dicendole che suo fratello si sarebbe recato di tanto in tanto al negozio a dare un'occhiata e ad aiutarla, se fosse stato necessario. Infine impostò un biglietto per suo fratello e prese un taxi nella Madison Avenue. Girandosi indietro, vide che una macchina la stava seguendo.
Che significava? Era stata dunque scoperta? Ma come, in nome del Cielo? Ancora una volta tentò di ridere dei suoi timori: un centinaio di macchine percorrevano in quel momento la Madison Avenue. Ma non volle ugualmente correre rischi e disse al conducente di portarla da Saks, nella 34^ Strada. Questo negozio era collegato da un sottopassaggio ad un altro magazzino, Gimbel's: in quella confusione di reparti e di uscite, sarebbe stato impossibile seguirla. Si mescolò alla folla, traversò il sottopassaggio, scese nel sottosuolo di Gimbel's che era collegato con la metropolitana e si diresse verso la stazione di Pennsylvania. Le parve ad un tratto di notare un uomo dall'aria sospetta. Ma tutti gli uomini oggi hanno l'aria sospetta e minacciosa! Erano i suoi nervi che le giocavano dei brutti scherzi. Senza comprare il biglietto, entrò in stazione e salì sul primo treno in partenza.
Il treno era diretto a Filadelfia; lei pagò il biglietto al controllore fino a Filadelfia, decidendo che da là avrebbe proseguito per Chicago e per Portland, nell'Oregon.
Arrivata a Portland, si recò immediatamente al ristorante cinese, dove lavorava il suo uomo, ma con una stretta al cuore vide che sulla vetrina, fra due piante di cactus, faceva mostra un cartello con la scritta: " Chiuso ". La disperazione la sommerse; le probabilità di mettersi in contatto con altri agenti in California erano ben tenui, giacché la maggior parte dei suoi amici giapponesi era stata spostata o internata. Il lungo viaggio compiuto era dunque stato inutile e aveva, semmai, aggravato la sua posizione.
Parecchie settimane più tardi fece di nuovo ritorno a New York; era sempre attaccata alla speranza che la F. B. I. non fosse sulle sue piste. Continuava a ripetersi che se l'avessero scoperta, questo sarebbe avvenuto molto tempo prima. Eppure non significava nulla che non l'avessero ancora fermata! Mentre ella tentava di continuare nella sua vita, come se nulla fosse accaduto, la F. B. I. proseguiva implacabile le sue indagini. Altre tre lettere avevano attratto l'attenzione dei censori; esse riguardavano, apparentemente, bambole coloniali e francesi e non erano firmate né dalla Dickinson, né da Mary Wallace, ma da tre nomi che erano quelli di clienti del negozio della Dickinson.
Allora la F. B. I. si diede da fare per scoprire l'origine della carta su cui le lettere erano state scritte; vennero rintracciate anche le macchine di cui l'autore si era servito; esse appartenevano a tre alberghi, uno di Chicago, uno di San Francisco, uno di Los Angeles.
La signora Dickinson si era illusa, quando aveva creduto che l'astuto passaggio attraverso i magazzini avesse fatto disperdere le sue tracce; gli agenti della F. B. I. l'avevano tallonata e l'avevano seguita di città in città, raccogliendo le prove del suo soggiorno in ciascuno degli alberghi, in cui le lettere riguardanti le bambole erano state scritte.
Le lettere, dirette in Sud America, avevano tutte gli errori già notati in quella di Mary Wallace; tutte e tre rivelavano una nervosa disperazione nel tono in cui lo scrivente chiedeva denaro e " risposta ".
Velvalee era rimasta tagliata fuori dal resto della banda e gridava aiuto in maniera evidente.
L'intuizione dell'agente B corrispondeva in modo sorprendente alla verità: le bambole irlandesi menzionate nella prima lettera si riferivano davvero a naviglio da guerra e la commerciante di bambole preziose era una delle agenti segrete giapponesi più pericolose che esistessero negli Stati Uniti.
La F. B. I. non agiva ancora, nella speranza di catturare i complici della donna, ma avvertì nel frattempo i governi del Sud-America del reale contenuto delle scatole di Velvalee.
La signora Dickinson fu arrestata infine il giorno che si era recata in una banca di New York per esaminare il contenuto della sua cassetta di sicurezza: la cassetta conteneva 18.000 dollari in banconote, riserva precauzionale nell'eventualità di una fuga immediata. Gli agenti della F. B. I. l'avevano seguita nel sotterraneo e là le annunciarono che era in stato d'arresto, disponendosi a confiscare il frutto dello spionaggio. La piccola fragile donna si difese disperatamente, tentando di sfuggire agli agenti, ma tutto fu vano ed ella fu arrestata come spia dei giapponesi.
Prima del processo furono ritrovati altro denaro e valori per un ammontare di 40.000 dollari. Questa somma era, grosso modo, equivalente a quella che lei doveva al fisco per tasse non pagate; altri suoi profitti vennero pure confiscati e si calcolò che i suoi guadagni dovuti all'opera di spia dovevano aggirarsi sui 60.000 dollari.
Il processo fu celebrato nel luglio 1944: era il primo caso di una donna americana per la quale si prospettava la pena di morte per spionaggio. Ella indossava gli stessi vestiti di quando era stata arrestata, un cappotto sportivo e un cappellino bleu, ma i sei mesi di detenzione nel Penitenziario Femminile non avevano certo migliorato il suo aspetto. Appariva pallida e apatica. Il suo avvocato puntò tutto sul fattore tempo, nella speranza di riuscire ad ottenere un rinvio fino alla fine della guerra e dichiarò perciò che la sua cliente si era seriamente ammalata durante la permanenza in carcere. Ma la Corte accertò che le condizioni di salute dell'imputata erano buone e che in realtà ella, nei sei mesi, era aumentata un paio di chili.
Nella sua requisitoria il Pubblico Ministero rivelò come il negozio di bambole avesse funzionato da eccellente campo di spionaggio; parlò dei rapporti dell'imputata con ufficiali di marina giapponesi e spiegò che le prove erano costituite dalle quattro lettere, in cui le bambole servivano da codice segreto. " Le bambole parlavano " disse il P. M. "ma noi finalmente siamo riusciti a comprendere il loro linguaggio ".
La signora Dickinson si ribellò, quando le presero le impronte digitali; davanti ai fotografi si coprì il viso e con la sua vocetta acuta si discolpò, si disperò, minimizzò il valore della sua attività. Gli occhi sembravano quelli di un'allucinata: di fronte all'evidenza dei fatti, sapeva che era inutile protestarsi innocente, ma tentò almeno di convincere la Corte che le informazioni da lei fornite non erano di nessun valore. Ammise di aver eluso la sorveglianza della censura, ma affermò di essersi sempre ben guardata dal fornire informazioni che avrebbero potuto seriamente danneggiare il paese. Quel che aveva fatto aveva un unico movente: il denaro.
"Sì" ella ammise "mi sono lasciata corrompere. Tutti i miei risparmi erano sfumati durante la malattia di mio marito; invecchiavo ed ero sola, perciò temevo il futuro. Lottai allora disperatamente per accumulare il denaro che mi avrebbe dato la tranquillità in vecchiaia. Ero così certa che non sarei mai stata arrestata! " disse ancora la donna, come se ciò diminuisse la sua colpa. Aveva creduto che l'usare i nomi di clienti fosse un trucco sicuro e che il suo astuto codice fosse intraducibile. Ed in realtà, se non fosse stato per il lampo di ingegno dell'agente di Washington, ella sarebbe riuscita ad organizzare un delitto perfetto e non sarebbe stata condannata a dieci anni di prigione, come invece fu. Un piccolo particolare non aveva funzionato e cioè l'agente giapponese in Argentina era stata spostata, senza che la signora Dickinson ne venisse avvertita: questo insignificante errore consegnò la donna nelle mani della F. B. I.

(*) Da "Le più grandi spie del mondo" di Kurt SINGER. Ed. Atlante. Roma 1952.
La versione integrale del n. 4/2011 sarà disponibile online nel mese di maggio 2012.