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Per Aspera Ad Veritatem n.5
Discorso al Parlamento in occasione del 50° anniversario della Repubblica italiana

Oscar Luigi SCALFARO




Onorevoli Presidenti della Camera e del Senato, un grazie e un saluto.
E un saluto caloroso a voi tutti qui presenti - tutti! - in particolare ai Costituenti, qui presenti o che ci ascoltano da lontano.
Un saluto a chi è in ascolto in Patria e a chi è in ascolto all'estero, agli italiani all'estero.
Con un pensiero di riconoscenza a tutti: a tutto il popolo italiano, che in questi cinquant'anni ha operato, e opera, con sacrificio e con amore, qui tra noi e in tante parti, italiani, nel mondo, sempre per l'Italia...
Sempre per l'Italia!

2 giugno 1946 - il popolo italiano, con voto libero, personale, segreto, a suffragio universale votando anche le donne (conquista di civiltà che si era espressa la prima volta nel precedente marzo per far risorgere i liberi comuni), il popolo italiano ha scelto, come forma istituzionale dello Stato, la Repubblica.
Nello stesso giorno ha eletto l'Assemblea Costituente.
Era come il tirar delle somme di oltre due decenni di dittatura fascista, di cinque anni di guerra distruttrice di uomini e di cose e di due anni di lotta di liberazione.
Si giungeva così al primo traguardo.
Dentro quei tre grandi e tremendi eventi, violazioni di libertà e sofferenze di ogni genere: il no alla libera espressione del pensiero, i tribunali speciali, carceri, confino, esilio e infinite grandi e piccole, note e ignote eroiche resistenze alla dittatura.
La libertà ha sempre un prezzo e chi vi crede deve pagarlo ogni giorno; e se pochi sono disposti a pagarlo, il prezzo per costoro diventa altissimo, quasi insostenibile.
Quanti caddero per via senza poter godere dell'alba della libertà!
Allora furono in molti a credere davvero nei valori essenziali e negli ideali per i quali fu eroico il vivere e dovere il morire.
Ma il 2 giugno fu risurrezione: la Patria risorge, sceglie una forma di Stato nuova che ha radici antiche nella nostra storia; dalle Repubbliche marinare gloriose e potenti, alla Repubblica Romana, che nel suo Statuto proclamò libertà e fratellanza.
Gli eletti iniziarono a scrivere la Carta Costituzionale, il nuovo patto che unisce il Popolo, ogni cittadino alla Patria, diventata Stato democratico fondato sui diritti della persona umana, diritti riconquistati per tutti da chi non chiese sconto alcuno sull'altissimo prezzo.
L'animo ripensa a quel clima di nuovo, a quella volontà di ricominciare, di ricostruire, di tornare a vivere.
Il contrasto tra il nostro spirito pieno di speranza e la realtà che ci circondava era aspro e capace di sgomento; città distrutte, comunicazioni annientate, migliaia e migliaia di persone stroncate e molte ancor più annientate nello spirito, anche se tornate vive da prigionie inumane.
Sulle macerie, la libertà riconquistata accendeva negli animi entusiasmo, voglia di lavorare, di recuperare.
Avevamo tante ferite sanguinanti e, prima fra tutte, la divisione tra italiani, ultima tragica eredità della dittatura: i fratelli hanno ucciso i fratelli.
Dopo cinquant'anni, la storia non può mutare, né il mutarla può essere fonte di pacificazione; la storia prosegue e scrive, e deve scrivere altre pagine.
Se fossimo capaci di porre la parola "fine" a diatribe, a polemiche che, molte volte hanno turbato gli animi e scavato divisioni nel nostro popolo!
Se fossimo capaci... ma lo siamo capaci, se lo vogliamo davvero.
Nelle molteplici celebrazioni dei 50 anni della Resistenza ho ripetuto sempre parole e auspici di pacificazione.
È un processo, quello della pacificazione, che ha fatto già molta strada, ma per concludersi deve poggiare su termini semplici e veri.
Anzitutto nessuno vuole, nessuno può mutare la storia, e fu storia il no alla libertà, alla vita democratica violando i diritti essenziali della persona umana.
Fu storia l'eroismo, e ne esprimiamo riconoscenza, di chi non cedette alla violenza di ogni genere in nome della fede nella libertà.
Né può mutarsi la valutazione dei fatti storici che non consente di porre sullo stesso piano chi ha lottato per la dignità e la libertà dell'uomo e chi ha combattuto sulla sponda opposta.
La Pace è figlia della verità, della chiarezza.
Ma guardiamo, tutti insieme, guardiamo con rispetto a chi lottò comunque in buona fede, con la retta convinzione di combattere per la Patria; e chiniamo il capo alla memoria di coloro che sacrificarono la vita nella serena coscienza di adempiere a un sacro dovere.
Ripeto le parole che il Poeta rivolgeva al Re spentosi a Oporto: "Ora, Signore, anch'egli è morto, come noi morimmo, Dio, per l'Italia".
In questa pagina di pacificazione non si può non imbattersi in altra questione, che vorrei il Parlamento esaminasse per vedere se non sia, come a me pare, e come mi parve e scrissi quando ero Ministro dell'Interno, "ormai idonea a soluzione": mi riferisco alla tredicesima disposizione transitoria della Costituzione, in relazione al divieto per i successori maschi dei Savoia di entrare in Italia.
Anche qui non si vuole mutare né turbare la storia, ma solo affrontare questo problema con una visione, il più possibile giuridicamente attuale e, soprattutto, umana.
Veda il Parlamento quale possa essere oggi, dopo quasi cinquant'anni, la validità, l'efficacia di questa norma.
Di fronte alla Repubblica, universalmente accettata dal popolo italiano, decida il Parlamento.
La Repubblica, certo, non ha timori... la Repubblica, certo, non ha timori!
Fra otto giorni, il 10 giugno, saranno cinquantasei anni dalla dichiarazione dell'ultima guerra: una vera pacificazione può cancellare le conseguenze che possono essere cancellate, poiché ve ne è molte che nessuno potrà cancellare mai!
La più valida conclusione è quella di rendere sempre attuali le parole icastiche che la Costituzione esprime con efficacia all'articolo 11: L'Italia ripudia la guerra.
Questa mattina un Cappellano militare, decorato di medaglia d'oro, ci ha fatto pregare per i Caduti di tutte le guerre e di tutti i fronti.
Da Costoro, che pagarono il prezzo più alto, esce per noi un solenne e impegnativo invito alla Pace.

Non penso sia mio compito un esame storico di questi 50 anni.
Mi fermo sinteticamente su momenti qualificanti del passato per poi esaminare qualche problema presente.
• Anzitutto nel contesto internazionale la scelta di alleanza con i popoli liberi, a cominciare dagli Stati Uniti d'America, fu scelta di pace e portò ad anni di pace.
• Il sogno di un'Europa unita divenne volontà politica e iniziò con tanto entusiasmo il viaggio che ancora oggi ci trova fortemente impegnati.
• Il grave pericolo sovietico, che fu ben più che minaccia in tanti momenti e in tante parti del mondo, fu così contenuto con decisione ed efficacia, e fu Pace.
• Vivaci scontri politici e sociali trovarono nello Stato democratico fermezza e capacità di dialogo e portarono a trasformazioni considerevoli con sensibile elevazione delle condizioni di vita del nostro popolo.
La vita economica si estese dai grandi centri e si moltiplicò nelle città e nei paesi, con una potenza vitale e una creatività senza pari.
Grande lode ai coraggiosi che seppero rischiare, moltiplicando lavoro e benessere. Grande lode alle migliaia di lavoratori, impegnati nella mirabile ripresa del nostro popolo.
• I Sindacati, usciti dalla clandestinità, iniziarono e condussero un dialogo, a volte assai aspro, ma sempre indispensabile alla vita democratica.
• Non si vinse il pesante divario tra Nord e Sud, malgrado grandi impegni di mezzi, e oggi si deve constatare, con preoccupazione, che il divario, la distanza, lo squilibrio sono di gran lunga accentuati.
Questa è piaga grave che richiede intervento saggio e forte dello Stato.
• Quante realizzazioni in 50 anni di democrazia, quanta strada percorsa sostanzialmente insieme anche tra posizioni assai dialettiche e, a volte, marcatamente e vivacemente contrapposte!
• La proclamazione dei diritti inviolabili dell'uomo, sancita nella nostra Costituzione, ebbe fedele applicazione: la libertà fu affermata e difesa.

Ma due mali gravi hanno colpito la nostra vita democratica in questi cinquant'anni:
il terrorismo, aggressione sanguinaria all'ordinamento dello Stato;
la corruzione, che minava dall'interno lo Stato e ne feriva gravemente la fiducia dei cittadini.

Il terrorismo non portava con sé finalità di arricchimento, ma mirava ad abbattere lo Stato contrapponendogli visioni e fini troppe volte quasi deliranti; un no allo Stato attuato con violenza indiscriminata che ha fatto delitti innumerevoli e fini a se stessi, irrazionali e crudeli.
All'inizio, non tutti si schierarono per lo Stato e contro gli aggressori dello Stato: e fu scelta senza né princìpi, né dignità; poi si generò una solidarietà sentita ed efficace e divenne solidarietà di popolo; fu questa che donò forza allo Stato per vincere la difficile prova.
Oggi si può ben dire che dopo le armi si sono arresi gli animi, e la quasi totalità dei responsabili, con le parole, o più ancora con la vita, hanno riconosciuto l'errore e il male.
Leggo cosa scrive un giovane di quella terribile stagione che ha già scontato, e sta scontando, molti anni della sua lunga pena:
"Ciò che rimane di quel periodo, soprattutto nella mente di chi volente o nolente, lo ha vissuto in prima persona, sono i lutti, le inutili morti in nome di una rivoluzione politica impossibile e fuori della storia".
E prosegue: "Rimane il fallimento di tanti giovani (presuntuosi) che anche attraverso la riflessione in carcere si sono resi conto di avere sbagliato tutto: il fine non giustifica i mezzi, né viceversa".
Qui finisce il breve stralcio di un lungo e considerevole scritto.
Con il passare degli anni il delitto non muta né nome, né sostanza e la giustizia verso le vittime, e chi ne ha sofferto e ne soffre, merita rispetto; ma lo Stato democratico se vuol essere ricco di umanità non può non fermarsi per cercare una via che non abbia i caratteri della generalità, ma valutando con intensa cura le singole situazioni, sia idonea a tutelare quei diritti, senza mai spegnere la speranza.


Altrettanto grave, di una gravità più corrosiva del tessuto dello Stato, la corruzione.
Straripamento di competenze da parte dei partiti politici, prevaricazioni, sete di ricchezza, ubriacatura di potere, sono alla base di questa degenerazione che ha duramente ferito la coscienza democratica del nostro popolo allontanandolo dalle Istituzioni.
Occorrono, a mio avviso, due precisazioni:
Anzitutto è vero che con i colpevoli sono stati travolti non pochi del tutto innocenti.
Questo è oggettivamente male, perché ingiusto; persone ferite in ciò che hanno di più geloso, la propria onorabilità, gettati in pasto alla pubblica opinione ignara, - presentati come colpevoli, a volte arrestati, poi dichiarati innocenti; uomini politici raggiunti da avvisi di garanzia il cui processo dopo mesi e mesi giace senza una decisione di colpevolezza o di assoluzione.
Non può chiamarsi giustizia.
Ma non può mancare l'elogio e il grazie a quei Magistrati che, sereni e giusti, hanno accertato abusi gravi e chiamato i responsabili a risponderne.
È stato ed è servizio alla giustizia, è servizio alla stessa democrazia.

Inoltre, mi pare opportuno tornare a volgere attenzione al delicato, ma indispensabile problema della vita dei partiti, dei movimenti politici.
In passato, per reagire giustamente a gravi degenerazioni e a inammissibili compromessi, fu stabilita tra l'altro, per legge, l'illiceità, salvo limiti assai ristretti, del sovvenzionamento ai partiti.
Ora il problema è di salvaguardare la libertà e la trasparenza della vita politica, condizioni essenziali di fiducia; esclusione quindi di ogni legame con interessi di parte, di categoria e di gruppi, interessi che condizionano in modo illecito, i doveri e la responsabilità dell'eletto dal Popolo.
Il problema è di consentire ai partiti, ai movimenti politici, di svolgere il proprio compito senza compromissioni o sotterfugi; il problema è che senza questa mediazione tra i cittadini e le Istituzioni, la democrazia rischia seriamente la sua essenza pluralistica del tutto vitale ed essenziale.
Il cittadino deve essere tranquillo sulla linearità, trasparenza, correttezza della vita democratica; deve poter leggere senza fatica non solo l'esterno, ma l'interno dello svolgersi, del muoversi di ogni organismo necessario alla vita dello Stato democratico.

Una grande bufera ha largamente mutato la classe politica a cominciare dal 1992.
Questo non breve e faticoso periodo di transizione ha mutato assetti politici, ha fatto sorgere nuovi movimenti, ha reso particolarmente viva, e a volte assai accesa, la dialettica politica.
Ha costretto per motivi diversi a due successivi scioglimenti del Parlamento ogni volta dopo due anni di vita, e anche di intensa e meritoria attività delle due Assemblee legislative.
Vi sono dunque situazioni di malessere che è doveroso enunciare per poterle affrontare con determinazione.

Emergono sempre più vive e motivate le richieste di autonomia e di federalismo, di abbattere una concezione centralistica dello Stato.
Le diverse Regioni e i cittadini stessi chiedono che si riconosca loro il diritto di sostanziale autonomia per assumersi responsabilità dirette e poterne rispondere.
L'affermazione regionalistica nella nostra Carta Costituzionale non nasce dalla negazione dell'unità del popolo e dello Stato, ma nel pensiero dei Costituenti, regionalismo è anzitutto un no severo e motivato all'accentramento del potere, e una rivendicazione di veder riconosciuta la identità e con essa la dignità stessa delle diverse Regioni dell'Italia, ciascuna ricca di forze vitali, di energie diverse, di caratteristiche peculiari.
Nacque la Regione, ma poco maturò una coscienza regionale, un sentirsi regione e cittadini della propria Regione.
L'autonomia fu parziale e molte volte finì per presentarsi al cittadino come una moltiplicazione di istituzioni e di uffici, come una complicazione anziché, come era negli auspici, una semplificazione a vantaggio dei cittadini stessi.
Il tema federalista, la questione del decentramento ci richiama a quanto i Costituenti hanno precisato senza equivoci all'articolo 5 della Costituzione in riferimento alle autonomie locali.
In quell'articolo, non certo a caso, si ripete la impegnativa formula dell'articolo 2: "La Repubblica, una e indivisibile, riconosce ... la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali", confermando l'indiscusso presupposto dell'unità nazionale e la preesistenza del diritto all'autonomia, che non è certamente, né lo potrebbe, concessione o elargizione dello Stato.
Ma questo richiamo deve farci concentrare l'attenzione sui Comuni, non dimenticando le Provincie.
L'Italia è patria dei Comuni, e i Comuni sono naturalmente vivi e sentiti nella vita del nostro Popolo, nella vita di ogni cittadino.
Una visione ampia, completa, della riforma deve impegnarsi a dare pienezza di vitalità a questa autonomia che rimane punto vitale di equilibrata organizzazione dello Stato.
È anche necessario il rapporto Stato-Comuni, Provincie, Stato-Autonomie locali, ma è indispensabile che sia armonizzato nel rapporto Stato-Regioni; ed è opportuno che, negato il centralismo statale, si garantiscano gli enti locali anche dal possibile centralismo regionale, egualmente dannoso per ogni autonomia.
È questa una grande pagina della annunziata più ampia, Riforma dello Stato, che nelle discussioni, nei pregevoli studi e lavori parlamentari, ha toccato il sistema bicamerale, ha toccato la stabilità governativa, ha toccato una diversa struttura della Presidenza della Repubblica; ma ha confermato, pressoché in modo unanime, la difesa delle prerogative del Parlamento, suprema espressione della Sovranità Popolare.
Riforma più volte affrontata e studiata, ma che ancora non ha trovato la necessaria volontà politica per essere attuata.
E la volontà politica non può essere di una parte sola, anche maggioritaria, del Parlamento; non tanto perché norme costituzionali richiedono maggioranze diverse e maggiori per mutare la Costituzione, ma soprattutto perché la Riforma della Carta Costituzionale deve poter nascere, come fu nel 1948 per la Costituzione, da una volontà corale che consenta ad ogni cittadino di riconoscersi in quel documento fondamentale per la vita del Popolo Italiano.
Questa volontà politica costituisce la prova di volere davvero scrivere pagine nuove nella nostra Costituzione.
Mi fermo alla enunciazione, poiché, ripeto, è compito, è competenza del Parlamento, di tutte le forze politiche presenti nel Parlamento, nessuna esclusa.
E non si può ancora attendere, né sarebbe valida una risposta generica; la risposta deve essere chiara, lineare, razionale ed efficace.
Questa pagina di largo respiro democratico deve essere scritta e attuata e vissuta; deve saper fare sintesi tra una autonomia vera e vitale e l'Unità nazionale condizione essenziale e preesistente allo stesso dettato Costituzionale.
Unità nazionale, che è soprattutto unità di popolo, condivisione di speranze e di sacrifici, di conquiste e di sconfitte. Unità che questo nostro popolo sa affermare e rendere intoccabile.

Ma non basta.
È doveroso constatare con serena obiettività che, specie in particolari momenti, la fiducia del cittadino nello Stato va affievolendosi, e rischia di mutarsi in protesta, in ribellione.
Ho già parlato di casi gravi di corruzione, che non lasciano indenni i settori più delicati della vita dello Stato.
Ma desidero qui sottolineare l'antica e non risolta questione, peraltro vitale, del rapporto Cittadino-Stato.
E' ancora alquanto raro, se non eccezionale, il dialogo tra cittadino e Stato, un dialogo aperto e fiducioso.
In tante occasioni, in tanti rapporti, l'Amministrazione dello Stato si comporta come chi non crede nelle dichiarazioni rese dal cittadino; e il cittadino è immediatamente, di fronte all'Amministrazione pubblica, in posizione di difesa, a volte legittima, a volte no.
Non si tratta in genere di cittadini ribelli al concetto stesso di Stato; si tratta piuttosto di chi teme, nello Stato, nei suoi uffici, di non trovare voce amica e comprensiva, e risponde con diffidenza, come chi sospetta quasi di esserne raggirato.
Sono passati decenni da quando la voce autorevole di De Gasperi e il severo richiamo di Vanoni proponevano un rapporto di limpida schiettezza, di lealtà, di collaborazione.
Bisogna lavorare con intensità perché questo rapporto si ricostruisca.
Occorre coraggio per una semplificazione indispensabile dei rapporti, per una limpidità accessibile, una disponibilità delle amministrazioni pubbliche la più ampia, per essere in grado di servire il cittadino, di servirlo davvero, perché senta che lo Stato è la casa comune.
Ho il dovere di aggiungere che queste considerazioni, queste constatazioni, nulla tolgono ai meriti di migliaia di dirigenti, di dipendenti fino ai più umili, che consumano trentacinque, quaranta e più anni negli uffici pubblici con sacrificio, con puntualità, con onestà e tante volte senza una parola di gratitudine.
Costoro troppe volte sono piuttosto vittime di procedure defatiganti, di adempimenti eccessivi o poco comprensibili.

L'altra tremenda questione è una concentrazione di umana sofferenza ed è un richiamo sostanziale di giustizia: la disoccupazione.
Scendendo dal Nord all'estremo Sud, la percentuale sale in modo preoccupante: il 10, il 20, il 55... il 66 per cento per le donne in Sicilia! L'ho constatato qualche settimana fa.
Ognuno sa che è piaga della società di oggi, che è piaga dell'Europa... Se ne discute in ogni incontro internazionale ed è tema all'ordine del giorno dei paesi più industrializzati (G7).
Ma quando la piaga invade più della metà del corpo... si teme per la vita!
Qui, prima che impegno politico e sociale, prima che programma politico, qui è la coscienza umana che non può, non vuole non deve trovare pace, se non si è fatto tutto il possibile e l'impossibile per affrontare un problema che coincide con la dignità della persona umana.
La grave questione diventa gravissima quando si considera la situazione dei giovani.
Dico a voi del Parlamento, a voi del Governo, a voi responsabili dell'economia e della finanza: non possiamo, assolutamente non dobbiamo, spegnere nei giovani la speranza.
Guai a noi! Non si tratta di rispondere domani o doman l'altro alla storia, si tratta di rispondere oggi, di rispondere adesso alla nostra coscienza e a chi, parte del nostro popolo, soffre e ancora attende.
Si aggiunga l'incubo della criminalità organizzata che può fare proseliti tra giovani disperati.
Della criminalità non ho parlato perché è totalmente alla attenzione dello Stato che non risparmia impegno e sacrifici.
Quante vittime e quanti delitti! Lo Stato, con la Magistratura, le forze dell'ordine, con le forze armate a presidio territoriale, ha risposto come non mai a questa invasione di potere illegittimo e violento, ha scoperto colpevoli, ha colpito connivenze, ha moltiplicato la sua presenza vigile ed efficace.
La strada è irta di difficoltà: i silenzi, le compromissioni, i pentiti che sono di aiuto, ma possono anche volersi servire dello Stato per le loro vendette, le difficoltà negli uffici giudiziari e per gli stessi avvocati, sono tutti ostacoli da superare con volontà ferma e determinazione.
Occorre mettere la popolazione in condizioni di liberarsi da motivate paure e da antichi pregiudizi per schierarsi compatta con chi lotta senza tregua per liberare il nostro paese da questo male sanguinario e degradante.
Solo citando le maggiori questioni, che sono aperte davanti a noi all'inizio dei secondi cinquant'anni, si vede che c'è lavoro per tutti: per il Capo dello Stato, per il Parlamento, per il Governo, per le Regioni, per gli Enti locali che attendono, specie i Comuni, i Sindaci di poter avere i mezzi per i compiti che la legge a loro riconosce e impone.
C'è lavoro per tutti, privati e pubblici.

E' parso che la Politica avesse lasciato il passo all'azione della Magistratura e che diventasse sempre più difficile il dialogo e la collaborazione tra i poteri dello Stato.
E' indispensabile che la Politica riprenda il suo spazio, la sua alta responsabilità, non sostituibile altrimenti, senza creare una seria patologia nella vita dello Stato.
E' altrettanto indispensabile che i poteri dello Stato siano tra loro coordinati, collaborativi, in perfetta armonia, ciascuno libero e responsabile nel proprio settore di competenza e tutti a servizio del bene comune, del bene del popolo che interpretano, rappresentano e nel cui nome operano.
Sì, è necessario che la politica riprenda lo spazio che le compete.
La POLITICA, tutto maiuscolo, quella che è arte per i greci, è servizio per i cristiani, è totale disponibilità per il bene del Popolo, per chiunque creda nel dovere di donare intelligenza e cuore alla Comunità di cui fa parte.

* * *


Mi rivolgo ancora una volta a tutti voi, qui presenti o che ascoltate da lontano.
Ho pensato che la più fedele celebrazione di questo primo cinquantennio della nostra Repubblica richiedesse un esame responsabile per riprendere la strada affrontando le questioni più ardue, più urgenti, più attese, più dovute secondo giustizia.
Sappiamo tutti che vi sono temi che richiedono, per essere risolti, una quasi unanimità di intenti e di volontà politica.
Sono i temi che più direttamente attengono alla Persona Umana e quindi alla famiglia, ai giovani, alla scuola, al lavoro; e quelli che sono vita per tutto il nostro popolo: la sicurezza, la certezza del diritto, la integrità e la dignità della Patria comune, la Pace.
Riprendiamo il cammino nelle diverse responsabilità, nella vitale dialettica con la pluralità di convinzioni filosofiche, politiche, sociali, religiose, ma tutti tendenti al maggior bene del nostro Popolo.
Incontreremo difficoltà, ostacoli, fatiche.
In questi 50 anni le difficoltà e le fatiche non furono né poche né piccole: una grande fede nella libertà ci ha sostenuti, il servizio all'uomo, specie a quello che più soffre, ci ha sospinti.
Se saremo uniti, e metteremo in comune soprattutto le avversità, il cammino sarà meno aspro.
In passato i nostri Maggiori pagarono di persona.
Ora ascoltiamo:
"La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale".
E' l'articolo 2 della Costituzione, che in quest'Aula anche io, giovanissimo, votai con gli altri.
Se giuriamo di viverlo a qualsiasi costo, ce n'è a sufficienza per servire degnamente il popolo italiano per il prossimo cinquantennio!
Grazie!




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