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Per Aspera Ad Veritatem n.3
Il patrimonio tecnologico nazionale: esigenze di tutela e protezione

Fabio PISTELLA




Rilevo con piacere la coincidenza, fortuita ma significativa, che la mia conversazione segua l'esposizione del Generale Jean, nella quale ho riscontrato molte convergenze di impostazione e contenuti con le tesi che mi accingo a illustrare. Mi ha inoltre colpito un'altra coincidenza: in questi giorni la stampa commenta le notizie relative ai conflitti economici che hanno determinato tra due grandi Paesi, gli Stati Uniti e la Francia, un attrito ai massimi livelli politici, conflitti legati a fattori tecnologici. Sottolineo l'aggettivo economico perché non credo all'interpretazione solo politica delle dinamiche in atto nel sistema produttivo occidentale. Né credo a interpretazioni legate solo ai settori industriali di rilievo strategico; non v'è dubbio che la tecnologia è fattore primario di successo su larghi comparti dell'attività economica.
Suggerirei un'analisi che distingua i settori merceologici dalle tecnologie. Intendo per settore merceologico comparti produttivi quali l'energia, i trasporti, l'ambiente, il tessile ecc., e per tecnologia aggregati di competenze e processi produttivi quali la meccanica, l'elettronica, l'informatica, la sensoristica; a seconda dei casi una tecnologia può essere caratteristica di un singolo settore o, come più spesso avviene, presente simultaneamente in più settori.
Quest'analisi a due variabili potrà aiutarci a capire i processi in atto evitando di aderire acriticamente al modello tradizionale di "staffetta" tra paesi tecnologicamente avanzati e paesi in via di sviluppo, con riguardo ai settori produttivi di rispettivo impegno. Veniamo da una fase che vedeva le tecnologie innovative caratteristiche di pochi settori detti appunto avanzati (la difesa, lo spazio, l'energia). Si pensava che questi fossero i settori caratteristici dei paesi all'avanguardia, paesi destinati ad abbandonare progressivamente gli altri settori, e cioè quelli maturi quali il tessile, gli elettrodomestici, la meccanica tradizionale ecc. nei quali sarebbero "subentrati" paesi emergenti. Gli elettrodomestici, per esempio, secondo questo schema previsionale non sarebbero stati più prodotti in Italia ma sarebbero stati prodotti in Jugoslavia o addirittura, si diceva, con tecnologia francese in Tunisia. Questa previsione formulata venticinque anni fa e ritenuta valida fino a pochi anni fa, non si è avverata. Anzi per l'Italia, e questo vale per molti altri paesi, il contributo al prodotto interno lordo (e alla bilancia dei pagamenti) dei settori cosiddetti avanzati è bassissimo. Le industrie spaziali, per fare un esempio fatturano pochissimo (e peraltro utilizzano fonti di finanziamento provenienti dallo Stato). Il paese si mantiene con il fatturato dei settori cosiddetti maturi o tradizionali che, per fortuna, non sono affatto in declino.


La spiegazione è abbastanza semplice. Abbiamo avuto l'innesto nei settori tradizionali di tecnologie innovative, (quali ad esempio i laser, la robotica, la microelettronica) provenienti dai settori avanzati; conseguentemente i settori tradizionali sono stati "ringiovaniti" nel senso che i processi di produzione (e in parte i prodotti) sono diversi rispetto al passato. Continuiamo a produrre frigoriferi, ma con una "fabbrica" ben diversa, usando una componentistica di nuovo tipo come diverse sono le prestazioni, i consumi specifici, l'impatto ambientale ecc. Un altro esempio che ci permette di ripercorrere agevolmente le tappe di questo cambiamento è quello dell'automobile: l'organizzazione base era quella della catena di montaggio costituita in origine da un nastro trasportatore che spostava le diverse parti di fronte a operai addetti alle varie fasi dell'assemblaggio; successivamente sono stati introdotti dei sistemi di automazione parziale, mantenendo il concetto di struttura fissa, analoga a quella del nastro trasportatore ma con molte più operazioni elementari svolte dalle macchine; l'ultimo stadio è il sistema di robot per il quale l'uomo si limita a programmare le attività, che vengono automaticamente svolte da un sistema di produzione, flessibile al punto che può essere impiegato per la produzione di modelli differenziati, con l'uomo che progetta, sovraintende, fa la manutenzione, ma opera sempre meno manualmente.
Continuiamo a produrre automobili, ma è un prodotto diverso (nel senso che evolvono le sue prestazioni) e soprattutto realizzato in modo completamente diverso. Ma ciò avviene anche nel tessile, basato in molti casi sui computer e sul design, che vede per esempio il velluto tagliato attraverso il laser.
Mi sono soffermato sull'articolazione dei settori e delle tecnologie per chiarire che alla vostra azione è chiesta la comprensione e la difesa non soltanto delle imprese e dei segmenti di produzione ad alta tecnologia, ma anche un'azione più estesa a difesa di imprese più tradizionali mirata a mantenere questa fortunata combinazione che ha visto l'Italia in grado di mantenere in alcuni casi la propria presenza in un continuo "ringiovanimento", un felice incrocio tra innovazione e tradizione, dal quale dipende il fatturato, il prodotto interno lordo e in ultima analisi la sopravvivenza economica del Paese.


L'esigenza di comprendere i fenomeni in atto nel sistema economico, con una chiave prevalentemente orientata alla dimensione tecnologie, è particolarmente necessaria per poter intervenire efficacemente: la competizione è feroce e non bada a strumenti. Ogni intervento per quanto scorretto, per quanto aggressivo è ritenuto giustificato in un contesto che si può definire di conflitto, piuttosto che di competizione. In gioco è la sopravvivenza dei sistemi produttivi nazionali: essere fuori mercato per un sovraccosto del 10% o fornire un prodotto che non è all'avanguardia non significa ridurre di pari importo i margini di profitto delle imprese o perdere proporzionali quote di mercato, può significare uscire dal mercato e perdere tutto; e gli esempi in tal senso sono purtroppo numerosi.
Il sistema delle imprese opera in condizioni che vedono, giorno per giorno, messa in discussione la sopravvivenza. Un caso tipico è quello dell'industria relativa all'"elettronica di consumo" (radio, TV, video registratori e simili) un comparto dal quale l'Italia è stata estromessa quasi integralmente, ma lo stesso scacco è stato subìto anche dagli Stati che non hanno più un'industria nazionale di produzione nel comparto dell'elettronica di consumo, ormai dominato dal Giappone e dagli operatori del Sud Est asiatico.
È interessante, per le considerazioni che stiamo svolgendo, domandarsi come mai l'industria nazionale francese dell'elettronica di consumo ha retto sul mercato nonostante la concorrenza dell'Estremo Oriente. Si tratta proprio della THOMSON, la stessa impresa ad alta tecnologia francese, cui faceva cenno il Gen. Jean. La THOMSON più che un'impresa è un sistema di imprese integrato su più comparti e sono le produzioni in settori diversi dalla elettronica di consumo che creano il profitto necessario per ripianare le perdite (o comunque compensare i ristrettissimi margini) del settore televisivo e affini. Ci si può domandare il perché di questa "beneficenza" del comparto robotica della THOMSON a favore del comparto televisori. Credo giochi in questa direzione la circostanza che l'industria e le tecnologie dell'informazione hanno un rilievo di carattere politico - in politica interna, come in politica estera - del tutto peculiare: è una scelta politica della Francia, facilmente comprensibile nel contesto generale francese, quella di garantire una potenziale autosufficienza dell'industria nazionale in questi settori; nella stessa logica rientrano le occasioni di sinergia tra THOMSON e FRANCE TELECOM, per fare un esempio.


Poiché la domanda e l'offerta sono entrambe su scala sostanzialmente planetaria (un prodotto della SONY esce contemporaneamente a Stoccolma e nelle Filippine), ci si può domandare che senso abbia l'intervento di sostegno della produzione nazionale operato da un singolo Stato.
Questa domanda va inquadrata in una più generale riflessione su alcuni tradizionali strumenti di intervento dello Stato. In questo momento, in Italia come in altri paesi dello scacchiere occidentale, gli stanziamenti per le commesse pubbliche di prodotti ad alta tecnologia e per i programmi di ricerca tecnologica sono piuttosto limitati e il Bilancio della Difesa non fa eccezione. Sarebbe il caso di tornare su questo argomento, ma nell'ambito odierno vorrei invitarvi a considerare meccanismi di intervento dello Stato nel settore dell'alta tecnologia, diversi da quelli consueti come le tradizionali commesse per la realizzazione di prototipi o per attività di ricerca. Adottare nuovi meccanismi non vuol dire smantellare l'intervento pubblico, ma piuttosto potenziarlo previo riorientamento ed aggiornamento al nuovo contesto.
Come prima riflessione approfondiamo le conseguenze operative dell'internazionalizzazione del sistema delle imprese. Non dimentichiamo che è unica la sede dove sono localizzati il cervello dell'azienda con le relative attività di decisione. Sappiamo tutti che per l'IBM, gigante dell'informatica presente in tutto il mondo, molte decisioni vengono prese negli Stati Uniti e in qualche modo corrispondono alla logica e agli interessi di quel continente. Ancor più dipendenti dal "paese guida" sono le numerose imprese a carattere multinazionale di cui i giapponesi dispongono: esse rispondono al sistema giapponese, alle sue metodologie, alle sue priorità.


Quanto sopra è connesso con una considerazione di portata più generale: in quasi tutti i comparti produttivi, la competizione non è tra singole imprese, ma è tra sistemi-paese.
Vorrei soffermarmi su questo concetto perché ritengo sia una chiave di interpretazione del ruolo dello Stato e una possibile chiave di approfondimento del vostro ruolo che può essere efficacemente esplicato solo se costituisce una componente di un più ampio complesso di azioni e di soggetti. Non si può contare su una vostra azione di tutela del sistema produttivo nazionale separata dal contesto di altri soggetti e di altri fattori che lo compongono. Simmetricamente sarebbe sbagliato pensare che le altre componenti del sistema-paese possano assolvere alle proprie funzioni senza il vostro apporto. Possiamo usare come riferimento per queste analisi il sistema-paese francese sia perché è stato già citato più volte nel corso della conversazione, sia perché rappresenta un modello funzionante. Funziona anche il sistema-paese giapponese ma pochi lo conoscono a fondo in Occidente e, d'altra parte, non si presta bene come riferimento: l'occidente ha un'altra filosofia dei valori e un'altra logica. Il sistema francese è basato su un'amministrazione che funziona nelle sue diverse componenti, dai ministeri alla diplomazia alle strutture di sicurezza, e non solo nella dimensione delle imprese. È vero che il mercato è globale e aperto a tutti: Telespazio ha per mercato il Cile, ha per mercato l'Australia, però dobbiamo riconoscere che Telespazio, operando di fatto da sola, è svantaggiata rispetto a concorrenti di altri paesi che sono più sostenuti dal loro sistema del credito verso il paese acquirente, perché affrontano più efficacemente le possibili sinergie con altre forniture verso lo stesso paese o da questo offerte. Chi assicura per le imprese italiane la regia delle diverse poste in gioco? Quali strumenti ha la cabina di regia? Ne fanno parte anche meccanismi di negoziato (un tempo si chiamavano spiacevolmente "di pressione"), che sfiorano dimensioni diverse da quelle tecnico-commerciali e sono di natura politica, diplomatica, di schieramento. Per esempio, nel quadro della tradizionale competizione tra l'area Brasile e l'area argentina per il predominio del continente sudamericano, potrebbe giocare un notevole peso nelle transazioni commerciali la posizione assunta dall'Italia. Tutti conosciamo come pesano i rapporti rispettivi di quei paesi con gli Stati Uniti, o i tradizionali rapporti di alcuni paesi del Sud America con la Germania.
Un sistema-paese trae vantaggio da queste opportunità, laddove un singolo operatore non è certamente in grado di affrontare questioni di così ampia portata. Questo ruolo non lo possono svolgere le strutture di organismi quali l'ICE che hanno compiti più specifici e circoscritti per i quali valgono strumenti tradizionali quali gli sportelli informativi o le fiere: gli schieramenti in gioco sono ben più consistenti rispetto a quanto possa essere dispiegato da questa peraltro utile struttura pubblica.
A volte l'Italia riesce a fare esattamente il contrario di quanto sarebbe utile al sistema produttivo nazionale. Prendiamo come esempio un episodio che sostanzia un'argomentazione di carattere generale sviluppata dal Gen. Jean sul tema della privatizzazione delle imprese pubbliche. Come sapete, è stato smantellato l'EFIM: non commento questa circostanza, che pur meriterebbe approfondimenti sulle convenienze e sulle modalità di attuazione. Voglio riferirmi solo all'assoluta impossibilità di "tenere" sul piano internazionale due-tre anni di "promesso" o "minacciato" smantellamento dell'EFIM come si è dovuto reggere in pratica all'inizio degli anni ‘90. Questo ente aveva al proprio interno aziende ad alta tecnologia quali GALILEO, OTO MELARA, AUGUSTA (e l'elenco sarebbe lungo) di rilievo internazionale in un mercato difficile. Venivo spesso interpellato, ovviamente in modo informale, da colleghi di altri paesi sull'opportunità di considerare l'azienda EFIM tra i fornitori di prodotti ad alta tecnologia, alla luce di reiterate dichiarazioni dei decisori politici in merito all'imminente smantellamento dell'EFIM e, più in generale, sull'uscita dell'Italia da quei settori. E la risposta non era banale. In queste condizioni la logica del sistema-paese viene stravolta e diventa quasi paradossale tentare azioni di sostegno delle nostre industrie.


Ma non è solo la capacità di negoziato complessivo che costituisce elemento non finanziario di intervento pubblico a sostegno della competizione delle imprese. Un altro strumento di grande efficacia è la normativa.
Un sistema industriale che non contribuisca in misura significativa alle scelte degli organismi internazionali di normazione è un sistema industriale condannato a rapido declino. Per l'Italia questo è un punto di debolezza. Non partecipiamo con la necessaria incisività alla fase di redazione delle normative in ambito comunitario e, più in generale, nei comitati internazionali che decidono in merito: giochiamo di rimessa. Per riprendere a titolo di esempio il caso della televisione ad alta definizione (in merito alla quale raccontava il Gen. Jean si è fatto ricorso alle normative di radioprotezione per bloccare potenziali importatori sul mercato francese), un caso di successo dell'Europa nella competizione continentale è stata la scelta - facilitata dal progetto di collaborazione europea denominato EUREKA di cui dirò in seguito - dello standard di 1250 righe a 50 hertz, un multiplo dello standard di 625 che utilizziamo attualmente in Europa: un significativo vantaggio sulle proposte giapponesi e nord americane.
Ma non possiamo dire altrettanto nei rapporti all'interno dell'Unione Europea. Dopo la caduta del muro di Berlino (intendo dire dopo il rafforzamento del peso della nuova Germania), i rappresentanti italiani alle riunioni degli organismi di normazione hanno notato un cambiamento di atteggiamento: i tedeschi mettono sul tavolo le norme tedesche e chiedono con malcelata sufficienza se qualcuno vuole proporre qualche cambiamento, invitando di fatto i presenti ad "adeguarsi" senza troppa perdita di tempo.
Questo significa che il sistema competitivo italiano è indebolito dalla circostanza che le normative di riferimento, dopo essere state per oltre trent'anni le "U.S. Military Standards", oggi sono le normative tedesche, alle quali fa riferimento il T.U.F., tanto per citare un organismo di verifica e certificazione il cui nome è ben noto tra gli addetti ai lavori, e che è riconducibile al sistema industriale tedesco.
Un altro episodio, legato anch'esso alla liquidazione dell'EFIM, mostra come sia capillare l'azione tedesca in materia di normativa (e conseguente sistema di controlli e certificazione) a sostegno della propria industria. Uno storico e glorioso istituto di ricerche milanese impegnato nella certificazione per le imprese, l'Istituto Breda, che in quanto parte del sistema Breda era inserito nel contesto EFIM, rischia di essere rilevato da una struttura con capitale a maggioranza tedesca, riconducibile al T.U.F. Un'offerta congiunta di ENEL e ENEA di rilevare questa struttura non è stata accettata, forse perché rispetto all'autonomia del sistema di certificazione nazionale è ritenuta più importante la valorizzazione dell'immobile e più in generale dell'area dove risiede l'Istituto di ricerche Breda.
Prima di concludere questa digressione (si direbbe in gergo giornalistico questa "finestra") sulla qualità, sulle norme e sugli standard, vorrei accennare a un settore apparentemente lontanissimo da quelli finora esaminati: la produzione agricola. Eppure, vale quasi lo stesso tipo di ragionamento che abbiamo svolto per i televisori ad alta definizione. Infatti, fissando opportuni valori per gli standard organolettici e per i limiti di accettabile contaminazione di alcuni prodotti chimici o ponendo determinati vincoli rispetto alla natura dei terreni dove questi prodotti possono essere coltivati, si possono creare tutte le premesse per intervenire pesantemente nella competizione. D'altra parte sono noti episodi, emersi anche sui giornali, relativi ai formaggi italiani negli Stati Uniti, o ai salumi italiani in altre aree geografiche, che hanno visto il ricorso al tema della qualità e, conseguentemente, alle normative sanitarie o d'impatto ambientale come strumenti di "pilotaggio" dell'offerta sul mercato internazionale di questi tradizionalissimi prodotti. Anzi, visto che abbiamo aperto il capitolo dell'agricoltura, provo a dimostrare con alcuni esempi che anche in questo settore è in atto un'iniezione di tecnologie avanzate, accennando brevemente a episodi concreti nei quali l'ENEA è intervenuto direttamente.
Come esempio emblematico di possibili futuri sviluppi, ma anche delle potenziali difficoltà di accettazione sociale delle nuove tecnologie, possiamo considerare una nuova varietà di carciofo messa a punto nei nostri laboratori con tecniche di ingegneria genetica, per la quale stiamo studiando un nome, ma che, nel nostro gergo interno, deliberatamente negativo al limite dell'autolesionistico, chiamiamo il "carciotopo". È un prodotto di alta tecnologia in quanto, con tecniche avanzate di ingegneria genetica, un frammento di DNA proveniente dal mondo animale è stato incorporato nel DNA del carciofo, allo scopo di conferire a quest'ultimo la capacità di difendersi da attacchi virali generando anticorpi. Un risultato che ha avuto echi notevoli sulla stampa scientifica. Nel mondo vegetale non era possibile produrre anticorpi: dopo questo intervento di ingegneria genetica, si è in qualche modo saldata la cesura tra mondo vegetale e mondo animale. Sorge ora per questi carciofi che si difendono da soli da attacchi virali un problema di mercato: da una parte si pone la questione dell'accettabilità sociale di un prodotto "innaturale", dall'altra abbiamo un carciofo che non ha bisogno di trattamenti chimici di difesa dagli attacchi virali e che quindi è più rispettoso dell'ambiente.
È facile comprendere il "peso", anche in casi come questi, della normativa: per considerare il caso estremo, se l'Unione Europea emanasse una direttiva che stabilisce per la concentrazione massima del pesticida valori bassissimi, incompatibili con il trattamento chimico anche più prudente, da quel momento si venderebbe solo il nostro tipo di carciofo.
Un altro esempio è la "biofabbrica" realizzata a Cesena in collaborazione con la locale centrale ortofrutticola. È la riedizione su scala moderna della funzione del "gatto", che risale quanto meno all'epoca degli Egizi. Perché il gatto è sempre stato visto positivamente dall'uomo che lo alleva da millenni? Perché il gatto si mangia il topo, e il topo è un avversario dell'uomo perché mangia i cereali, e in particolare il grano, coltivati con tanta fatica. L'interazione fra uomo e animali domestici meriterebbe una digressione sul fondamentalismo verde: mi limiterò a notare che se la civiltà umana avesse adottato da sempre alcuni concetti estremi del mondo ambientalista, che certamente ha tanti meriti ma tende spesso al paradosso, l'uomo non avrebbe dovuto sviluppare la pastorizia, perché questa "tecnologia" certamente ha cambiato il rapporto numerico tra lupi e pecore a favore delle pecore giudicate più utili.
Ma tornando alle alte tecnologie odierne, con lo stesso concetto della catena gatto-topo-grano, possiamo liberarci senza usare pesticidi di alcuni tipi di organismi, come le "cocciniglie" che attaccano la frutta. È sufficiente diffondere nei frutteti, in modo controllato, altri organismi già esistenti in natura che siano predatori delle cocciniglie, raggiungendo numeri tali da debellare le cocciniglie in modo che il frutto sia perfetto, senza ricorrere ai pesticidi. Anche in questo caso lo strumento normativo potrebbe, agendo sulle concentrazioni massime ammissibili, far sì, ad esempio, che tutta la produzione di drupacee (pesche, albicocche e altra frutta) venga solo da coltivazioni dove si adottino tecnologie che non fanno ricorso a pesticidi chimici.
Si può anche usare un sistema di "lotta biologica integrata", basato sull'impiego di un insieme di vari strumenti di conoscenza e di intervento. Il trattamento con pesticidi è potenzialmente nocivo se usato massivamente e senza accortezze sul quando e sul quanto. Utilizzando una rete agrometeorologica che consenta di prevedere l'evoluzione della situazione delle precipitazioni, e una rete di trappole per gli insetti nocivi da controllare (p.es. la mosca olearia) che consentano di prevedere la crescita di questa popolazione, è possibile, attraverso un sistema informativo, suggerire agli agricoltori le misure più opportune da prendere, quanto a data ed entità del trattamento.
Le considerazioni fin qui svolte mirano a sostanziare due affermazioni che vorrei brevemente ricordare. La prima è che non ha un gran senso la distinzione tra settori ad alta tecnologia e settori a bassa tecnologia, perché anche quanto sembrerebbe emblematicamente tradizionale, come nel caso della produzione delle pesche, tende, come abbiamo visto, a incorporare alta tecnologia. La seconda affermazione riguarda l'opportunità di evitare ogni "fondamentalismo" psicologico o tecnologico: bisogna usare una opportuna combinazione intelligente di tecnologie, diffidando di ogni estremizzazione pro o contro.
Ma credo si debba trarre anche una terza considerazione, che può sembrare contraddittoria, ma lo è solo apparentemente, in superficie, con quanto viene da più parti affermato in materia di libero mercato. Occorre che "qualcuno" abbia una visione d'insieme: non può essere certo l'imprenditore agricolo, magari con solo qualche ettaro di oliveto, ad assumersi la responsabilità di mettere in piedi un sistema integrato di servizi che si interseca con il ruolo delle strutture tecnico-scientifiche dello Stato, con lo sviluppo e la difesa delle tecnologie e si interseca anche con interessi e obiettivi di altri paesi come nel caso delle normative. La produzione di normative, in particolare a livello internazionale, deve essere negoziato sapendo bene quali sono gli interessi di difesa del sistema produttivo, che certamente è molto delicato, per consentire all'Italia di mantenere un ruolo attivo. Tutto ciò non è poi tanto originale: ad esempio il vino - ce lo hanno insegnato ancora una volta i francesi - ha fatto da tempo un salto di qualità: non è più un alimento, ma è un prodotto di consumo di fascia alta. Non è più un prodotto generico, ma è un prodotto che si afferma per le sue specializzazioni (e per la normativa che lo difende).
Nella storia della tecnologia c'è una consistente lista di episodi che hanno visto la difesa per il controllo esclusivo di tecnologie necessarie per la produzione e hanno visto negoziati a livello di governo per difendere il diritto o meno di uso delle tecnologie. In fondo, su scala ben diversa, stiamo ripercorrendo qualcosa che già è avvenuto non solo nel corso di questo secolo ma anche nei secoli precedenti. Le stesse importazioni del baco da seta con le uova del baco nascoste nel bastone dei monaci che tornavano dalla Cina in Occidente hanno, in qualche modo, segnato gli albori di questo tipo di intelligence come lo hanno segnato le regole, un po' severe, sul segreto professionale adottato dalle corporazioni di arti e mestieri nei secoli dal Medioevo al Rinascimento. A proposito di seta, mi viene in mente un altro esempio dell'uso intersettoriale delle tecnologie, sempre nell'ambito di interventi realizzati dall'ENEA, ente che si caratterizza rispetto al CNR e ad altri organismi di ricerca per esser molto vicino ai prodotti, ai mercati, alle imprese. Abbiamo studiato l'applicazione all'allevamento industrializzato del baco da seta di una tecnologia di "analisi del rumore" che viene dalle tecniche di diagnosi del funzionamento dei componenti meccanici delle centrali nucleari: variazioni, anche non distinte dall'orecchio umano, nella rumorosità dei componenti registrate nel tempo danno segnali indicativi di eventuali malfunzionamenti. Abbiamo usato questa tecnica nell'allevamento in batteria del baco da seta per misurare il gradimento di un particolare cibo artificiale da parte del baco: si misura un rumore che l'orecchio umano non sente, quello delle mandibole che masticano il pastone.
Molte tecnologie hanno potenzialità veramente intersettoriali e le conoscenze debbono essere valorizzate per tutte le applicazioni possibili.


Le infrastrutture a rete

Ritorniamo all'analisi degli interventi, su fronti diversi da quelli finora discussi, che lo Stato può e deve assicurare. Fornire alcuni servizi quali l'energia, la protezione dell'ambiente, le reti di telecomunicazione, incluso quanto necessario per l'informatica, che sono l'humus del sistema produttivo. La difesa degli insediamenti produttivi nel nostro Paese è possibile solo se c'è la disponibilità di questi servizi e se la loro efficienza e qualità sono di livello internazionale. Ma occorre una capacità operativa da sistema-paese per realizzare queste infrastrutture che non a caso sono denominate strategiche; prendiamo l'esempio dell'approvvigionamento delle fonti energetiche, il loro trasporto, la loro distribuzione. Fa tremare le vene ai polsi pensare che il nostro approvvigionamento di gas viene dall'Algeria e dall'ex Unione Sovietica. C'è confusione in molte analisi, anche ad alti livelli di responsabilità, tra il concetto di dipendenza e il concetto di vulnerabilità rispetto alla disponibilità di fonti energetiche. Un paese come l'Italia, per motivi intrinseci, è inevitabilmente dipendente per approvvigionamento energetico; ma possedere il pacchetto azionario di una società proprietaria di pozzi petroliferi nel Mare del Nord è sì dipendenza ma non vulnerabilità; avere un contratto quinquennale di fornitura di gas naturale con l'Algeria è sia dipendenza sia vulnerabilità ed è questa seconda che deve preoccuparci nel senso che non abbiamo alcuna certezza che la disponibilità permanga.
La dimensione energia (che meriterebbe una trattazione a parte se non altro per il suo rilievo trasversale sull'intero sistema produttivo) si presta a una riflessione anche sintetica che conferma quanto è già emerso oggi sul fronte dell'imperialismo e del colonialismo tecnologico.
Partiamo da una domanda di carattere generale: che cosa è "risorsa". La risposta ha un senso dinamico, non è un dato permanente. Fino alla fine dell'800 il petrolio non era una risorsa perché sostanzialmente non si sapeva come impiegarlo. Fino alla fine del '700 il carbone non era una risorsa energetica, mentre lo erano il legno, la forza fisica degli animali. La combinazione tra materia prima e tecnologia d'impiego identifica dunque una risorsa nel senso vero del termine. Un caso limite è la fusione nucleare che si pone l'obiettivo di utilizzare come materia prima l'acqua del mare, dalla quale si estrae il trizio che è il combustibile di partenza per la fusione nucleare: per ora l'acqua del mare non è fonte energetica, ma speriamo che la tecnologia la faccia diventare tale.
Analogamente l'effetto fotovoltaico converte l'energia solare in energia elettrica e si usa, a questo scopo, il silicio che si estrae dalla sabbia: se si dispone della tecnologia fotovoltaica il silicio è una materia fonte, altrimenti no. Lo stesso avviene per l'uranio nella fissione nucleare. Fino al 1942, alla pila di Fermi, i minerali di uranio servivano solo per quei simpatici dipinti gialli sulle terrecotte prodotte nel Lazio e in Toscana. Poi, l'uranio è diventata materia prima di grandissimo rilievo a seguito della disponibilità della tecnologia dei reattori nucleari. Quindi le tecnologie consentono di superare la debolezza del "parco minerario" di un paese, in quanto si può ricorrere a qualcosa che risorsa prima non era. La padronanza delle tecnologie è fonte potenziale, magari a medio e lungo termine, di autonomia perché l'uranio, per far funzionare per un anno una centrale nucleare da 1000 Mw, occupa un quarto di questa stanza mentre il petrolio, per far funzionare una centrale di pari potenza per lo stesso periodo, di quale parco serbatoi avrebbe bisogno? È chiaro che disporre della tecnologia nucleare dà un'autonomia ben diversa. Inoltre, se per far funzionare le proprie installazioni di estrazione di petrolio Saddam ha bisogno della tecnologia occidentale, noi in qualche modo abbiamo un potere negoziale.
Il caso del Giappone è significativo perché è un esempio di successo economico di un paese che non ha risorse primarie proprie ed è quindi dipendente dall'estero nel senso che precisavo prima, ma non è per questo vulnerabile, a differenza dell'Italia, paese peculiare nelle proprie scelte energetiche. Nella grande maggioranza dei paesi industrializzati, una quota notevole (diciamo il 70%) dell'energia elettrica deriva dalla somma del ricorso al carbone più il nucleare, con dei casi estremi tutto di nucleare (ad es. la Francia) e casi equilibrati (come la Germania con 35% e 35%). Purtroppo in Italia la somma di carbone più nucleare raggiunge appena il 10% perché è fatta di uno zero nucleare più 10% di carbone. Come colmiamo la differenza? Attraverso il ricorso a prodotti petroliferi e soprattutto al metano che noi consumiamo in quantità veramente straordinarie rispetto al mix di fonti utilizzato da altri paesi: questo è un rischio di vulnerabilità al quale siamo esposti.


I programmi pubblici di sviluppo tecnologico

Tra le forme più dirette di intervento dello Stato vanno ovviamente menzionate le iniziative di sviluppo in settori ad alta tecnologia. Nelle conversazioni preparatorie con il Direttore della Scuola ricordavamo la "strategic Difensive Initiative", lanciata qualche anno fa dalla amministrazione americana, da interpretare non tanto e non solo per il suo rilievo militare, quanto per il portafoglio di tecnologia di grande rilievo che ne derivava: laser, robotica, acceleratori, missilistica, tecnologie satellitari, fonti energetiche ad alta densità nello spazio e l'elenco potrebbe continuare.
Il senso di quella proposta può essere interpretato anche in termini di "compensazione" o di una conversione dell'industria bellica americana non più sufficientemente alimentata dalle commesse militari tradizionali; l'industria bellica è stata nel sistema economico industriale degli USA una fonte ricchissima di alta tecnologia della quale hanno beneficiato produzioni di carattere più tradizionale. La risposta europea è rappresentata da EUREKA, non a caso pilotata dai francesi, per la loro capacità di mobilitare l'intervento pubblico, il cui merito va riconosciuto al Presidente Mitterrand. È un pieno successo che si misura dal valore (15.000 miliardi) del portafoglio di progetti di sviluppo tecnologico in corso, tutti quanti basati sulla collaborazione tra imprese e centri di ricerca dell'Europa Occidentale; ed è già iniziato l'allargamento dell'iniziativa ai Paesi dell'Europa dell'Est.


C'è un antitesi, una contraddizione in termini, nei rapporti internazionali che è difficile risolvere se non con il pragmatismo ed il buon senso: quella tra competizione e collaborazione. In alcuni casi la collaborazione è una condizione vincolante: per far decollare alcuni nuovi settori, non è sufficiente l'impegno di singoli Paesi anche forti industrialmente come la Germania, la Francia, l'Italia. La fusione nucleare è un esempio di attività svolta in stretta collaborazione, in integrazione tra i paesi europei con collegamenti forti anche con USA e Giappone. Facile collaborare, quando le applicazioni industriali sono lontane. La fusione nella migliore delle ipotesi darà risultati concreti (chilowattora sulla rete elettrica) non prima di trent'anni. Un altro settore di forte collaborazione è quello delle alte energie: al CERN di Ginevra si lavora di conserva, ma le applicazioni in quel campo sono ancora lontane.
La collaborazione è più difficile quando gli interessi industriali sono imminenti. Riprendiamo il caso della televisione ad alta definizione: l'avvio è stato un grosso progetto EUREKA di televisione ad alta definizione, in cui si è riusciti a trovare un punto di equilibrio tra competizione e collaborazione. Un buon metodo per trovare l'accordo è la segmentazione dello scacchiere delle tecnologie. Ad esempio nel televisore ad alta definizione uno dei componenti critici è il cinescopio ad alta definizione: questo componente sarà realizzato congiuntamente da Francia e Italia, nello stabilimento di Anagni della VIDEO COLOR, azienda nazionale comprata dai francesi della THOMSON a compartecipazione pubblica. Sarà meno facile trovare l'accordo in merito ad un altro componente critico: il calcolatore digitale che elaborerà le immagini. Come per gli orologi, la strumentazione, le telecomunicazioni, anche nel televisore i segnali saranno codificati in forma di numeri (digitali) e non più in forma di correnti e tensioni elettriche (analogici). Sarà un calcolatore di grande potenza perché deve elaborare velocemente l'immagine, così velocemente da consentirci per l'effetto di persistenza sulla retina di percepire una sequenza di fotogrammi come un'immagine continua.
Questo episodio rientra in una più generale battaglia sul calcolo ad alte prestazioni e sul calcolo parallelo in particolare. L'Italia sta molto avanti sul piano tecnologico. Penso alla linea APE-Quadrics sviluppata da INFN con la partecipazione successiva di Alenia Spazio e di ENEA. Non siamo riusciti però, almeno per ora, a trasferire questa leadership sul piano delle applicazioni per effetto di una concorrenza che conduce una lotta senza esclusione di colpi per salvaguardare la presenza dominante non giustificata né da qualità né da prezzi.
Mi sono soffermato più diffusamente sull'intervento pubblico attraverso il meccanismo del sostegno alla ricerca scientifica e tecnologica, ma pari se non maggiore rilievo hanno, come strumento di intervento pubblico, le commesse su beni o servizi che richiedono alte tecnologie. Un esempio può essere una rete di monitoraggio ambientale sulla difesa del suolo o sullo stato ambientale del Mar Mediterraneo. Queste nuove "opere pubbliche" assolvono per gli anni 2000 un ruolo equivalente a quello svolto dalle ferrovie a cavallo dell'800-900, dalle strade sempre in quegli anni, dalle autostrade nel dopoguerra. Quelle erano le reti infrastrutturali per i "bisogni" di allora: oggi abbiamo altri "bisogni".


Mitterrand ha anche il merito di aver lanciato un'altra iniziativa, collaterale ad EUREKA, creando un'appendice dedicata alla strategia di rifondazione della comunicazione. Irrilevante che l'EUROPA abbia il migliore sistema televisivo ad alta definizione, se poi deve usarlo per trasmettere i cartoni animati giapponesi. Il televisore non è un bene in sé, ma ha senso rispetto al messaggio informativo che veicola. Il problema è enorme, perché attiene al dato culturale oltre ad avere un risvolto tecnologico ed economico diretto. Soltanto chi disporrà anche di un "archivio filmati" ad alta risoluzione, oltre che la tecnologia, potrà poi far penetrare sul mercato il proprio prodotto tecnologico. Una regola generale di grande rilievo è che la gente non compra il prodotto, ma la funzione. La gente non compra il laser, ma compra oggetti che incorporano un laser, dal lettore di compact disc al tagliavelluto, alla macchina saldatrice. A voler essere pignoli, lo schema bidimensionale tecnologia-settore cui accennavo all'inizio va completato con una terza dimensione: settori-tecnologie-processi. La saldatura è un processo, che serve per vari settori dall'industria meccanica alla tessile, e si può fare con varie tecnologie innovative quali il laser e il cannone elettronico, oltre che con il più tradizionale arco elettrico. È bene che, volendo aprire un dialogo con le imprese per fornire assistenza tecnologica, il linguaggio sia in qualche modo sintonico, altrimenti si rischia un rigetto; forse questa barriera del linguaggio è uno dei motivi di difficoltà nel rapporto tra mondo scientifico e sistema produttivo: l'ENEA costituisce un'eccezione positiva al riguardo. Pertanto il risultato di un'operazione tecnologica si consegue solo se sono colti anche gli aspetti di interfaccia con il mondo delle categorie umanistiche. Il televisore ad alta definizione, sul quale c'è poco da vedere perché manca un "parco programmi", può interessare solo una fascia degli amanti dei gadget ma non diventerà un prodotto diffuso a milioni di utenti.
E magari i giapponesi che abbiamo "tamponato" con la scelta dello standard e le 1250 righe, se realizzano più tempestivamente i loro programmi ("archivio filmati"), di fatto controlleranno questo mercato, comprese le sue potenzialità tecnologiche. Non a caso il G7 a Napoli ha recentemente affrontato le tematiche della comunicazione e i relativi meccanismi di promozione a livello di Governo. A Bruxelles in questi giorni, a livello di ministri dell'Industria si riunisce un secondo round per discutere queste tematiche.


Non mi soffermerò sulle tecniche più convenzionali di attacco al patrimonio tecnologico di un Paese. La forma più consolidata, lo spionaggio industriale per "copiare", non è in questa fase la principale tecnica di aggressione. La forma più efficace è ora direttamente l'acquisto dell'impresa detentrice di una tecnologia; spesso le imprese vengono comprate per utilizzarne il patrimonio tecnologico e quindi sopprimerle. L'IBM fino a che non sono entrati tanti operatori sul mercato ha tenuto questa strategia di azione per anni e anni. Penso che gli amministratori IBM di allora si siano pentiti di non aver comprato APPLE quando era ancora possibile farlo.
Quando un operatore esterno (un concorrente aggressivo) attiva queste operazioni su scala internazionale (si chiamano raiders con un termine di origine bellica), l'intervento dei governi a difesa delle imprese del proprio paese può essere risolutivo. Posso citare un lungo elenco dei tentativi fatti da imprese italiane di realizzare acquisizioni all'estero, che non si sono realizzate, non perché hanno trovato di fronte un imprenditore che ha saputo contrastare l'attacco, ma perché si sono trovati a fronteggiare, come è comprensibile, l'intero sistema-paese. Ho difficoltà invece a farvi esempi di blocco di operazioni analoghe attuato dal Governo italiano. Per fortuna, l'attuale Governo sta adottando una nuova impostazione e segue più sistematicamente questa tematica. Anche questo terreno rientra nel vostro "mestiere", e anche in questo caso, per intervenire efficacemente bisogna conoscere i fatti prima che avvengano, prima di leggerli sui giornali.
Ma sono di uso frequente anche altri sistemi di attacco ancor più spregiudicati: un'impresa potenzialmente concorrente per effetto di una nuova tecnologia sviluppata al suo interno può essere messa in difficoltà dai competitori sul piano commerciale (per esempio boicottando gli acquisti dei suoi prodotti convenzionali durante la fase di messa a punto del nuovo prodotto) fino ad obbligarla a chiudere. Ho visto recentemente casi del genere anche in Italia.
Finisco accennando a un ultimo meccanismo: mi riferisco allo stimolo che alcuni avversari possono attivare dalla ostilità della pubblica opinione nei confronti di una nuova tecnologia. A volte basta solo amplificare una tendenza spontanea: il nucleare è fallito anche per questo motivo, non solo perché il sistema degli interessi riconducibili agli idrocarburi non gradiva essere accantonato. Il nucleare può essere una tecnologia di massima sicurezza e tale è nel mondo occidentale, a parte le scelte sbagliate di progettazione accoppiate a un'incapacità nella fase di esercizio dei sovietici. Il disastroso risultato del nucleare nel sistema sovietico conferma il rilievo, nella gestione di tecnologie complesse, di quello che ho chiamato il sistema-paese; proprio quella capacità di sinergia e collegamento che mancava in URSS. Non a caso, il nucleare in Francia contribuisce per ben il 75% alla produzione dell'energia elettrica. Il sistema decisionale operativo francese è partito, nella realizzazione del programma di installazione di centrali nucleari, solo nel '73 quando l'Italia era molto più avanti dei francesi, che hanno raggiunto dopo 15 anni, nell'88, gli obiettivi prefissati. Noi siamo solo stati capaci di chiudere tutto. Questa capacità integrata è mancata in Italia, dove, anzi si rischiano operazioni che potrebbero avere riflessi negativi sul piano dell'ordine pubblico. Mi riferisco al rischio di azioni volte a minare la credibilità della gestione dell'emergenza intorno agli impianti ad alto rischio, con conseguente delegittimazione di soggetti, quali la protezione Civile e l'Arma dei Carabinieri. Sono temi purtroppo concreti, sui quali sarebbe utile riflettere.
Ricapitolando, gli strumenti di attacco possono essere anche molto al di fuori di quanto ci si può aspettare e possono anche coinvolgere inconsapevolmente strutture dello Stato, depistate e utilizzate a fini che nulla hanno a che vedere con l'episodio che apparentemente le origina, essendo ben diverso il gioco sotterraneo.
Concludo, ringraziando per questa opportunità particolarmente stimolante e dando una disponibilità ampia a riprendere alcuni dei temi qui solo sfiorati.


(*) Conferenza tenuta dall'Ing. Fabio PISTELLA, Direttore Generale dell'ENEA, in occasione del 3° Seminario di Aggiornamento per dirigenti, organizzato dalla Scuola di Addestramento del SISDe nell'anno accademico 1994/95 (Roma, 23 febbraio 1995).

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