Per Aspera ad Veritatem
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© Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica
Rivista N.27 - settembre-dicembre 2003  

Documentazione di interesse

I Granatieri di Sardegna nella difesa di Roma del Settembre 1943 (*)

(...)


LA TRAGICA SERA DELL’8 SETTEMBRE 1943


Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno 8 Settembre rimasi in divisa essendo intenzionato di effettuare una ispezione notturna al caposaldo n. 2 (Via Aurelia) subito dopo una breve visita, di passaggio, ad una famiglia amica residente in Via Malaga 6, accanto alla “Caserma Mussolini” (Ten. Col. Vittorio Siniscalchi).
Infatti, verso le ore 19,30, appena consumato alla Mensa del Comando presso l’Asilo Infantile Garbatella il pasto della sera, mi avviai a fare il progettato giro. Giunto in Via Malaga chiesi alla portinaia dello stabile se i miei amici fossero in casa: mi rispose che essi dovevano essere ancora fuori, perché non li aveva visti rientrare.
Nel dubbio se fare l’ispezione prima o dopo la visita agli amici, dissi al mio autista, sergente Barbetti, di attendermi; intanto io sarei salito su a vedere.
I miei amici – già rincasati e già seduti a cena – mi accolsero con particolare effusione di gioia invitandomi a sedermi a tavola per “brindare” con loro giacché avevano appreso da una telefonata che “la guerra era finita e che l’Italia aveva accettato le condizioni di armistizio imposte dagli alleati”. Sorpreso e allibito, ribattei che nulla mi risultava: durante il lungo tragitto dalla Garbatella a Via Malaga nulla di anormale avevo notato nelle vie, le quali – se una simile notizia fosse stata vera – sarebbero state certamente piene di animazione... Senonché, proprio in quel momento (ore 19,45) – mentre eravamo ancora nel corridoio d’ingresso – dall’apparecchio radio aperto in camera da pranzo una voce concitata annunciò: “Attenzione, attenzione! Il Maresciallo d’Italia Badoglio, Primo Ministro e Capo del Governo dirama un importante proclama agli Italiani”.
Dalla voce dello stesso Maresciallo Badoglio appresi, subito dopo, la capitolazione dell’Italia e l’ordine di sospendere le ostilità contro le forze alleate, nonché di “reagire contro eventuali offese da qualunque parte esse provenissero”.
Lasciai immediatamente la casa ospitale, rifeci in macchina il percorso già fatto raggiungendo subito il Comando della Divisione alla Garbatella: rinuncio a descrivere le dimostrazioni e le manifestazioni di gioia da parte della popolazione, che si era riversata quasi istantaneamente sulle vie, e con mio grande rammarico vidi in mezzo al popolo non pochi soldati e marinai che fra tutti mi sembravano i più scalmanati.
Al mio Comando trovai solo il personale di servizio, al quale chiesi se vi erano novità da parte dei caposaldi: mi si rispose negativamente.
All’Ufficiale di servizio diedi subito l’ordine di mettersi in comunicazione coi comandi di Settore della Divisione, mentre io chiesi dal mio apparecchio la comunicazione telefonica col Comando di Corpo d’Armata Motocorazzato. Erano circa le 20,30.
Assente il Generale Carboni, mi rispose l’ufficiale di servizio, Capitano Arrighi dell’Ufficio Operazioni, al quale chiesi se, in conseguenza del capovolgimento della situazione politico-militare – come da proclama lanciato alla radio dal Maresciallo Badoglio – erano stati emanati nuovi ordini che riguardassero la Divisione Granatieri, e, precisamente, quale contegno dovessero tenere i caposaldi in relazione al probabile afflusso a Roma di truppe germaniche provenienti dall’esterno del Settore affidato alla mia Divisione.
L’ufficiale di servizio mi assicurò che nessun ordine al riguardo era stato emanato e che, pertanto, nei confronti dei tedeschi bisognava “continuare come prima, senza alcuna variante alle consegne già fissate per i posti di blocco”. “Continuare come prima” voleva dire, in pratica, lasciare libero transito alle autocolonne germaniche da e per il sud di Roma, previo sommario e formale controllo ai posti di blocco, i quali dovevano provvedere a “guidare” mediante motociclisti od indicanti, ed instradare le autocolonne stesse su determinati itinerari esterni alla Capitale.
“Continuare come prima” – come se un fatto nuovo di eccezionale portata non avesse capovolto addirittura la nostra situazione di fronte all’ex Alleato – mi parve subito un controsenso, soprattutto pensando alla sicura e logica reazione dei tedeschi, dei quali conoscevo molto bene la mentalità intransigente, se non prepotente, in materia militare.
Intuii facilmente che i germanici per rappresaglia avrebbero puntato subito su Roma con tutte le loro forze concentrate precedentemente nella zona di Frascati - Ardea - Pratica di Mare, circa 3.500 uomini secondo le dichiarazioni germaniche, circa 12.000 secondo i calcoli da noi fatti.
Ai comandi di Settore (e di caposaldo più importanti) diedi subito le disposizioni che mi sembrarono più adeguate, anche in conformità agli ordini precedentemente emanati dal C.A.M. contro eventuali attacchi da parte di forze alleate: chiudere gli sbarramenti stradali mettendo i famosi massi chiave dei posti di blocco, in modo da impedire qualsiasi transito automobilistico; tenere la truppa alla mano in stato di allarme; aumentare la vigilanza, soprattutto ai posti di blocco, per evitare sorprese da parte dei tedeschi specie nelle ore notturne.
Sopraggiunti, frattanto, il Capo di S. M. e gli altri ufficiali del Comando, nonché il mio ufficiale addetto, Capitano Odero, chiesi di collegarmi telefonicamente o per radio col Generale Mazzotti, Comandante la Fanteria della divisione “Piacenza”, dal quale dipendevano i munitissimi ed efficientissimi caposaldi avanzati denominati del RISARO-MANGONE, che costituivano il principale e più spinto ostacolo alle provenienze da Ardea, da Pratica di Mare e da Ostia. Non fu possibile ottenere il collegamento, come non potei in alcun modo aver notizie dei reparti della “Piacenza” dislocati nei caposaldi antistanti le posizioni della Divisione “Granatieri”. Tali reparti – come seppi più tardi dallo stesso Generale Mazzotti – si facevano catturare dai tedeschi senza sparare un colpo, e, cosa ancora più grave, senza dare il preordinato allarme ai retrostanti caposaldi tenuti dai miei Granatieri.
Altrettanto faceva il Battaglione Chimico dislocato a guardia dell’ingentissimo Deposito di carburante sistemato a Mezzocammino, sulla Via Ostiense, fra il caposaldo stradale della “Piacenza” ed il posto di blocco n. 5.
Solo in tal modo fu resa possibile ad un forte nucleo autotrasportato di paracadutisti tedeschi la cattura, con azione di sorpresa, prima del “posto di controllo” e poi del posto di blocco n. 5, nelle vicinanze del ponte della Magliana, lo stesso posto di blocco da me ispezionato la mattina, elogiato e premiato...
Appena mi venne comunicata la notizia della cattura – verso le ore 21,15 – mi adirai molto e rimproverai aspramente il comandante del caposaldo, Capitano Meoli, se ben ricordo. Gli ordinai di intimare ai tedeschi l’immediata restituzione degli uomini (una dozzina circa) e delle armi (due cannoni ed una mitragliatrice) precedentemente catturati, e d’impedire con qualsiasi mezzo ogni ulteriore azione germanica.
Mentre il comandante del caposaldo si recava a parlamentare col comandante della colonna tedesca che si veniva attestando al posto di blocco – e che non aveva ancora oltrepassato lo sbarramento stradale temendo di essere preso sotto il tiro incrociato delle armi dislocate nel caposaldo propriamente detto e sul Ponte della Magliana – mi tenni costantemente in collegamento col comandante della batteria dislocata sul caposaldo stesso (Collina dell’Esposizione E. 42). Anche a questi rimproverai la cattura dei cannoni e ordinai di riprendere al più presto i pezzi catturati e relativo personale, a costo anche di sparargli addosso col resto della batteria. L’ufficiale mi rispose che avrebbe fatto di tutto per riprendere il posto di blocco catturato, ed aggiunse che la colonna tedesca era ferma e riceveva continuamente rinforzi.
Verso le ore 21,30 si presentò al mio comando un ufficiale germanico per parlamentare; veniva dalla via Ostiense ed era accompagnato da un ufficiale del caposaldo n. 5. Poiché si trattava di un tenente lo feci ricevere dal mio capo di S. M. Ten. Col. Viappiani, nel suo ufficio. Al Viappiani, in presenza degli altri ufficiali del Comando, diedi le seguenti precise e categoriche istruzioni di cui prese appunti:
1°) “Trattar male” l’ufficiale tedesco e muovergli aspra pro-testa per la sleale e proditoria cattura del posto di blocco n. 5;
2°) Intimargli l’immediata restituzione del personale e delle armi di tale posto di blocco;
3°) Respingere nel modo più vibrato qualsiasi richiesta di disarmo, di abbandono o d’arretramento di posizione
4°) Far capire al tedesco che i caposaldi erano affidati all’onore di una Divisione che vantava tre secoli di storia e di fedeltà e che si sarebbe opposta con le armi in pugno ad ogni tentativo ostile da parte tedesca.
Poco dopo il Viappiani venne a dirmi che il parlamentare, al quale aveva riferito le mie istruzioni, gli aveva chiesto senz’altro la resa della Divisione affermando ingenuamente che “la guerra degli Italiani era ormai finita”, e che le truppe antistanti la Divisione “Granatieri” (la Divisione Costiera di Ostia, la Divisione “Piacenza” ed il Battaglione Chimico), avevano deposto le armi senza sparare un colpo: ed aggiungeva che le truppe germaniche non erano animate da intenzioni ostili nei nostri riguardi… a meno che non avessimo aperto noi per primi le ostilità!
Al Viappiani dissi di confermare al tedesco quanto gli avevo precedentemente ordinato. Aggiunsi che non era nemmeno da ammettere un’ulteriore discussione sull’argomento avanzato dal parlamentare, e che avesse “cacciato fuori”, in malo modo, l’ufficiale germanico, non senza avergli rinfacciato che le ostilità le avevano già aperte loro – con la sleale cattura del posto di blocco n. 5 – ed avergli intimato, per l’ultima volta, di restituire subito il posto di blocco stesso. Poco dopo, per dare maggior forza alle mie decisioni, feci venire nel mio ufficio l’ufficiale germanico.
Lo feci accompagnare dallo stesso ufficiale di prima, al quale diedi precise e dettagliate istruzioni per il caposaldo.
Appena partito il parlamentare – mancavano circa 10 minuti alle 22 – chiamai al telefono il Comandante del caposaldo n. 5, chiedendo se i germanici avessero effettuato la restituzione del posto di blocco che tanto mi stava a cuore.
Mi rispose, se ben ricordo, il Comandante della batteria, Capitano Villoresi, dato che il comandante del caposaldo non era ancora rientrato da parlamentare col comandante della colonna germanica. L’Ufficiale interpellato mi disse che i tedeschi continuavano ad affluire con automezzi e con artiglierie, e che essi non dimostravano alcuna intenzione di restituire le armi ed il personale catturato: gli era stato riferito, anzi, che il Ten. Col. comandante del Battaglione Mortai, Ammassari, recatosi anche lui a parlamentare, era stato trattenuto dai tedeschi...
Mi assalì allora un impeto di sdegno, e decisi senz’altro di dare la parola al cannone per far pagare cara ai tedeschi la loro sleale e proditoria aggressione. Al Villoresi dissi testualmente, guardando l’orologio: “Sono le ore 22: se fra 10 minuti il posto di blocco non verrà restituito, voi aprirete il fuoco con la batteria del caposaldo contro la colonna tedesca attestata sulla Via Ostiense”.
L’Ufficiale cercò di persuadermi ad attendere ancora prima d’iniziare il fuoco, facendomi presente che sparando così, alla cieca, di notte, rischiava di colpire i nostri prigionieri... Ma gli confermai in modo reciso l’ordine categorico dicendogli: “Sparate contro i punti prestabiliti nel piano di tiro della batteria, e se occorre fate il tiro di repressione sul posto di blocco stesso”.
Mi misi alla finestra del corridoio buio, col Capitano Odero, a guardare in direzione del caposaldo, ed alle ore 22,10 precise due vampe sulla Collina dell’Esposizione mi annunciavano – prima dei colpi – che i pezzi dislocati sul caposaldo n. 5 avevano aperto il fuoco. Aveva così inizio quella lotta sanguinosa che doveva estendersi a tutto il fronte della Divisione e che doveva durare fino alle ore 16,10 del 10 Settembre 1943.
Il combattimento si accendeva subito accanito al caposaldo n. 5 (E. 42) in quanto i germanici, cessata la prima sorpresa per la repentina, insospettata reazione nostra, partivano all’attacco in massa con truppe scelte paracadutiste e con l’appoggio della loro artiglieria.
Intanto, alle ore 22,05, mi era giunta dal Comando del Corpo di Armata di Roma la seguente comunicazione: “I tedeschi hanno occupato il Lido di Roma, Canale dello Stagno, Deposito Mezzocammino. Disarmati gli uomini”. A questa comunicazione avevo risposto: “Nostro caposaldo n. 5 particolarmente interessato già in allarme”.
Mi veniva, poco dopo, annunziata un’altra forte colonna nemica autoportata che, proveniente da Ardea, investiva verso le ore 23 il caposaldo n. 6 (Tre Fontane). Qui infatti circa mille paracadutisti su 40 automezzi, attestati verso le ore 22,30 nelle vicinanze del posto di blocco n. 6 – in corrispondenza della Laurentina – si erano disposti in formazione di combattimento e, dopo aver cercato di sorprendere il comandante del caposaldo (Ten. Col. D’Ambrosio) col solito stratagemma dell’invio di parlamentari per trattare, passavano all’attacco in massa, nell’intento di sopraffare subito, al primo impeto, sia il posto di blocco che il caposaldo. Si accendeva un furioso combattimento che doveva durare per tutta la notte.
Il caposaldo n. 6, che era molto vasto e sul quale ero riuscito a sistemare pochi giorni prima – appena in tempo – alcune zone minate, resisteva saldamente ai ripetuti attacchi frontali e di fianco. Anche i caposaldi n. 7 e n. 8 – anche essi muniti di campi minati – venivano successivamente investiti dalla violenta e massiccia azione dei paracadutisti, ma resistevano tenacemente, senza arretrare di un pollice, fedeli alla loro “consegna” ed al “compito” ricevuto.
Quando già le ostilità erano iniziate da un pezzo, alle ore 22,30 mi perveniva dal Corpo d’Armata Motocorazzato la sua strana, primissima comunicazione ch’è riprodotta netta pagina seguente.
Si inaspriva, frattanto, la mischia furibonda sul caposaldo n. 5: salve di artiglieria, raffiche di mitragliatrici, scoppi di bombe a mano si susseguivano senza interruzione e facevano capire l’evidente proposito dei germanici d’impadronirsi al più presto, a qualsiasi prezzo, del caposaldo chiave per il più rapido loro ingresso nella Capitale. Essi facevano assegnamento sull’oscurità completa della notte illune, sull’innegabile sorpresa delle nostre truppe per l’improvvisa ed inaspettata conclusione dell’Armistizio col vecchio nemico (anglo-americano) e l’attacco, altrettanto improvviso ed insospettato, da parte del



vecchio Camerata (tedesco) e, soprattutto, facevano assegnamento sul provato valore e sulla preponderanza numerica, dei paracadutisti reduci da Narwich. Ed infatti le prevalenti forze germaniche, in uomini e mezzi, riuscivano, a duro prezzo, ad intaccare, in qualche punto, il perimetro del caposaldo tanto aspramente conteso. Non appena ricevuta comunicazione dal colonnello Di Pierro – il quale dal suo posto di comando (Montagnola) guidava l’azione dei suoi due caposaldi contemporaneamente impegnati – che la situazione sul caposaldo n. 5 era diventata alquanto critica, verso la mezzanotte vi diressi in tutta fretta, l’unico Bgt. di riserva che avevo a mia disposizione in zona “Tre Fontane” (il II/1° - Maggiore Costa) con l’ordine di attaccare, lungo il vialone dell’E. 42, il fianco del caposaldo stesso, giacché su questo, nel frattempo, avevano messo piede forti nuclei di paracadutisti germanici, preceduti da armati (evidentemente Alto Atesini) che indossavano giubbe da granatiere e gridavano in italiano: “Granatieri è finita la guerra”, “Basta con la guerra - Andiamocene a casa”!
Seppi più tardi, ad ostilità cessate, che tali nuclei – certamente al corrente della situazione – si erano fortemente arroccati in alcuni punti, tatticamente molto importanti, situati in certe zone dell’E. 42 che i Granatieri avevano dovuto sgombrare una quindicina di giorni prima, sospendendovi qualsiasi lavoro di sistemazione difensiva, in seguito all’intervento dell’Alto Commissario dell’E. 42 (senatore Cini, mi sembra) e del Municipio dell’Urbe, i quali – preoccupatissimi, più che della Difesa di Roma, dei “gravissimi danni” che, secondo quanto era stato riferito dalle fedelissime e armatissime guardie giurate dell’E. 42, stavano arrecando i Granatieri del caposaldo a certi giardini, a certe aiuole, a certi vivai di piante esotiche, a certi edifici ecc. – avevano ottenuto dal Ministro della Guerra e da tutti i Ministeri competenti, che fosse assolutamente ed immediatamente vietato ai Granatieri del caposaldo qualsiasi lavoro di scavo, di sterro ecc., e perfino l’accesso, nelle zone proibite.

(…)


Note:
(*) Tratto da I Granatieri di Sardegna nella difesa di Roma del settembre ’43 di Gioacchino Solinas, Edizione realizzata sulla copia fotostatica dell’originale del 1978 in possesso del Museo Storico dei Granatieri di Sardegna, Litografia del 2° Reggimento dei Granatieri di Sardegna, Spoleto, 1999.