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Per Aspera Ad Veritatem n.24
Inaugurazione dell'Anno Accademico 2002/2003 della Scuola di Addestramento del SISDe

Mario MORI; Sergio ROMANO; Giuseppe PISANU





Signor Ministro dell’Interno, Autorità, Gentili Ospiti.
La cerimonia odierna è venuta assumendo nel tempo una connotazione che non si limita alla formale inaugurazione di un ciclo di studi di qualificazione professionale, ma fornisce ormai per tradizione lo spunto per una riflessione sullo stato del Servizio, sulla sua organizzazione e sulle sue prospettive.
L’anno scorso, in questa stessa circostanza, assunsi alcuni impegni, diventati poi pubblici grazie alla nostra Rivista ed al suo sito Internet. Sostenni allora l’esigenza di una compiuta riflessione, anche autocritica, sulla capacità del SISDe di affrontare con professionalità ed efficacia il proprio impegno istituzionale di fronte ad uno scenario di problematiche della sicurezza fortemente polarizzato sui temi del terrorismo, dell’eversione e della grande criminalità.
Da quella riflessione facevo discendere l’esigenza di avviare un processo di ristrutturazione che, grazie alla sinergia tra le professionalità esistenti e quelle fornite dalle forze dell’ordine - con un sacrificio del quale voglio ancora ringraziare il Capo della Polizia, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri ed il Comandante Generale della Guardia di Finanza - rendesse il SISDe in grado di affrontare al meglio le sfide della sicurezza.
L’interazione tra forze fresche e professionalità interne è il primo dei risultati dei quali, dopo un anno di lavoro, possiamo ritenerci soddisfatti.
Essa, tuttavia, non sarebbe stata sufficiente a dare nuovo slancio all’attività istituzionale se non fosse stata sostenuta da una profonda ristrutturazione interna e dalla ridefinizione della filosofia operativa di tutta l’organizzazione.
Si è trattato di un processo per fasi successive e conseguenti sperimentazioni sul campo, tutte seguite ed approvate - con pazienza e partecipazione - dal Ministro SCAJOLA, prima, e da Lei, Signor Ministro, poi. Uso la parola pazienza, perché procedendo per fasi abbiamo dovuto riconoscere anche degli errori e procedere quindi ad aggiustamenti successivi.
Il risultato raggiunto è, secondo me, positivo.
Con il contributo partecipe ed attento del personale tutto, è stata realizzata quella che non esito a definire una piccola “auto-riforma” che, come tutte le riforme, non vuole essere sconfessione delle precedenti configurazioni, ma mira, più semplicemente, ad adeguare - seguendo un criterio di analisi costante del rapporto costi/efficacia - l’impegno nei vari scenari di riferimento.
Si parla spesso della rigidità delle Amministrazioni dello Stato e della resistenza che ogni burocrazia oppone al cambiamento. Ebbene, oggi posso serenamente esprimere la piena soddisfazione per i tempi e i modi con i quali, in costante collegamento di lavoro e di idee con i suoi interlocutori istituzionali, il Servizio si è riorganizzato in profondità.
La struttura ha adottato un assetto operativo più duttile che privilegia la ricerca per obiettivi mirati, in una costante sinergia dialettica, tra centro e periferia, nei settori operativo e di analisi. Tale filosofia d’impiego si prospetta più adatta allo scenario storico attuale che ci vede impegnati, come detto, su di un fronte della minaccia mai così vasto e variegato.
Il diverso approccio e la conseguente riorganizzazione complessiva hanno, naturalmente, coinvolto anche la Scuola di Addestramento, che oggi inaugura un nuovo anno accademico durante il quale essa dovrà contribuire a sostenere - sul piano addestrativo - tutta l’attività operativa ed analitica, con cicli di studio idonei a mantenere sempre elevati i livelli di professionalità che si richiedono agli operatori del settore, standard che esigono un costante aggiornamento culturale, professionale e tecnico-scientifico alla cui definizione concorre uno staff di docenti, interni ed esterni, di grande esperienza.
Signor Ministro, graditi ospiti, in questo intervento ho voluto in qualche modo rendervi partecipi del nostro sforzo di riorganizzazione o, come l’ho prima definito, di “auto-riforma”.
Non posso concludere senza tuttavia auspicare che questo sforzo venga completato dall’attesa riforma della legge 801/77 istitutiva dei Servizi, una revisione ripeto - e non un sovvertimento - della quale, però, non soltanto noi addetti ai lavori sentiamo l’esigenza, ma che viene ritenuta improcrastinabile anche da un vasto schieramento politico che attraversa tutte le componenti del Parlamento italiano.
Appare giunto il momento per promuovere una ridefinizione ordinativa che, salvaguardando i principi della legge costitutiva, tuttora validi, consenta agli organismi di sicurezza italiani di operare con chiarezza di obiettivi e di confini e con un sistema di bilanciate garanzie funzionali che ne migliorino l’operatività nel rispetto dei principi costituzionali.
Il momento storico che stiamo attraversando è difficile, sia sul piano interno che internazionale: i Servizi sono strumenti essenziali per la difesa della sicurezza collettiva. è giusto, quindi, che l’intero corpo sociale, così come il mondo politico, prendano coscienza della loro utilità e ne incoraggino, con coerenza, la relativa modernizzazione, sia sotto il profilo tecnico-operativo che sotto quello normativo.
Voglio citare al riguardo le parole pubblicate il 5 novembre scorso in un editoriale del Times di Londra: “l’intelligence è il fondamento della libertà; senza la capacità di scoprire e bloccare le cospirazioni contro le istituzioni e le leggi dello Stato, la sovversione delle libertà e l’assalto del crimine ai suoi cittadini, nessuna democrazia può sopravvivere. I Servizi di intelligence sono i guardiani essenziali di una società tollerante e civile”.
Sono parole scritte sul più autorevole quotidiano della più antica democrazia occidentale: sono affermazioni che ci incoraggiano a chiedere un’ulteriore accelerazione al dibattito sui tempi e sui modi di una modernizzazione degli organismi di intelligence.
Lo scenario, o meglio, gli scenari della sicurezza hanno contorni, concreti e potenziali, tutt’altro che rassicuranti: fronteggiarli è il nostro lavoro. L’aggiornamento che ci fornirà la Scuola sarà uno degli strumenti di questo impegno.

Grazie.






Signor Ministro, Signor Direttore, Signore e Signori
negli scorsi giorni, a Copenaghen, l’Europa si è allargata a dieci nuovi membri. In questi giorni continuano i lavori di una Convenzione europea presieduta da Valéry Giscard d’Estaing che dovrebbe dare all’Europa una Costituzione. Abbiamo una moneta unica, una frontiera unica, un mercato unico. Dieci o quindici anni fa i progressi realizzati nel corso di questi ultimi tempi sarebbero stati del tutto inimmaginabili ed è di questo che io vorrei parlarvi oggi, perché questi sono gli avvenimenti storici che ci concernono direttamente. Ma l’attualità preme ed è inevitabile che ogni conversazione sulla situazione internazionale muova anzitutto da quella che è stata definita la guerra al terrorismo ovvero da ciò che è accaduto dopo l’undici settembre dell’anno scorso.
Il dodici settembre, ventiquattro ore dopo gli avvenimenti, i rapporti tra Europa e Stati Uniti erano di straordinaria solidarietà, affinità, simpatia. Avevamo la convinzione che dovevamo batterci contro un nemico comune. Due quotidiani europei, uno italiano e uno francese, pubblicarono articoli che avevano lo stesso titolo: “Siamo tutti americani”. A distanza di diciotto mesi da quegli avvenimenti, la situazione è alquanto diversa. Le posizioni dell’Europa e degli Stati Uniti su alcuni grandi problemi si sono progressivamente allontanate. è questo che, per l’appunto, cercherò di spiegare.
Subito dopo gli avvenimenti dell’undici settembre gli europei hanno compreso la reazione degli Stati Uniti. Siamo stati talora disorientati da certi episodi che ritenevamo eccessivi: l’arresto di mille persone di cui non si è conosciuta per molto tempo né l’identità né il luogo di detenzione; l’istituzione di commissioni militari con poteri superiori a quelli di una tradizionale corte marziale; maggiori poteri alle polizie. Ma tutto questo, alla luce dello shock ricevuto dalla società americana l’undici settembre, ci è parso comprensibile. Abbiamo compreso, per la stessa ragione, anche la guerra contro l’Afghanistan. Dopo tutto, quello di Kabul era un pessimo regime che aveva ospitato sul suo territorio le basi di Al Qaeda. Gli americani avevano chiesto che l’Afghanistan cacciasse Osama e i suoi miliziani. Kabul non aveva replicato in modo soddisfacente e la guerra ci è sembrata, a quel punto, comprensibile.
A Bruxelles, in occasione di un Consiglio atlantico, fu quindi deciso che sarebbe scattato in quella circostanza l’articolo 5 del Patto Atlantico: un articolo che, come ricorderete, traduce in diritto internazionale il giuramento dei Tre Moschettieri “Uno per tutti, tutti per uno”. Nelle settimane seguenti, tuttavia, ci siamo accorti che questa collaborazione così spontaneamente e rapidamente offerta dall’Europa agli Stati Uniti non era particolarmente desiderata. L’America preferiva agire da sola, non sembrava lieta di avere gli Alleati “fra i piedi”. Forse perché si fidava soprattutto dei suoi alleati di lingua inglese, forse perché riteneva che le operazioni belliche, se condotte con forze armate di Paesi meno equipaggiati, sarebbero state ancora più difficili. Forse, la spiegazione più semplice era nella guerra del Kosovo, quando le forze armate americane avevano sopportato di malagrazia la “sorveglianza” che l’alleanza atlantica esercitava sulla condotta delle operazioni. Ricorderete che ogni mattina si riunivano Comitati nei quali gli americani indicavano gli obiettivi della giornata e spesso erano costretti a discuterli, se non addirittura a modificarli. Quell’episodio non piacque evidentemente alle forze armate degli Stati Uniti e forse ancora meno alla loro classe politica.
Le divergenze tra Europa e Stati Uniti divennero ancora più evidenti quando fu chiaro, soprattutto nella questione palestinese, che gli americani erano inclini a dichiarare guerra al terrorismo considerandolo un fenomeno totale, nel quale potevano essere raggruppate manifestazioni ed episodi di diversa natura.
Noi europei, per l’esperienza maturata nel corso degli ultimi cinquanta anni, abbiamo la convinzione che non si possa parlare di un terrorismo, ma si debba parlare di almeno tre terrorismi. Vi è certamente un terrorismo etnico-religioso, quello di Osama Bin Laden, con il quale è molto difficile prevedere un negoziato possibile. Immaginatevi per un istante seduti ad un tavolo con il leader di Al Qaeda: che cosa potreste offrirgli per indurlo a un diverso atteggiamento e che cosa potrebbe dare lui in cambio delle nostre concessioni? Potremmo forse promuoverlo califfo della Mecca o dargli l’Arabia Saudita? Il negoziato diplomatico con fanatismi religiosi come quello di Osama Bin Laden è impossibile. L’unica soluzione possibile è la lotta. fronteggiarlo con tutti i mezzi di cui disponiamo, purché naturalmente adeguati e opportuni.
Esiste poi un altro tipo di terrorismo, di cui i Paesi europei in particolare hanno fatto numerose esperienze soprattutto dopo la seconda guerra mondiale: il terrorismo etnico-nazionale, di popoli, gruppi etnici e minoranze nazionali che rifiutano e respingono il controllo di una potenza straniera e non esitano a battersi con lo strumento della violenza terroristica. Sappiamo che la potenza dominante combatte e resiste, ma in molte circostanze, se il movimento indipendentista cresce e raggiunge dimensioni intollerabili, finisce per sedersi al tavolo dei negoziati e concludere una accordo. Così accadde per i francesi in Algeria e così accadde, molto più recentemente, per la Gran Bretagna in Irlanda del Nord. Non dimenticate che, dopo aver concluso gli accordi del Venerdì Santo, la Gran Bretagna ha liberato tutti coloro che negli anni precedenti si erano macchiati di colpe non troppo diverse da quelle di cui si sono macchiati i terroristi islamici.
Esiste poi naturalmente un terrorismo sociale e rivoluzionario, di cui hanno fatto esperienza soprattutto paesi come Italia e Germania nel corso degli anni settanta e ottanta. L’esperienza ci dice che quel terrorismo vince quando conquista il consenso di una parte importante della società, perde quando non vi riesce.
In altre parole, ci è sempre parso che i terrorismi fossero diversi e che andassero quindi affrontati con strumenti diversi. Per l’America non è così. Per l’America la guerra contro il terrorismo è diventata la guerra contro un fenomeno globale e questo ha cominciato a preoccuparci nel momento in cui abbiamo avuto la sensazione che l’America avrebbe adottato, per combattere terrorismi diversi, gli stessi strumenti. è questo il momento in cui molti in Europa hanno cominciato ad interrogarsi sulle ragioni di questa politica che prese forma soprattutto tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002. Credo che per dare una risposta a questa domanda occorra tornare alla fine della guerra fredda.
Quando finì capimmo che vi sarebbe stata al mondo, da quel momento, una sola grande potenza mondiale: gli Stati Uniti. Ma non riuscimmo a capire immediatamente quale uso gli Stati Uniti avrebbero fatto di questo grande potere che la sorte aveva depositato nel loro grembo. Da allora, per la maggior parte degli anni Novanta, sono giunti dagli Stati Uniti segnali molto contraddittori. Il Bush padre fece la guerra del Golfo, ma nell’ambito delle Nazioni Unite e con un forte rispetto per le regole della comunità internazionale. Clinton fu un presidente genialmente ambiguo, titubante, contraddittorio, opportunista, capace di accontentare gli uni e gli altri, un uomo delle mezze misure che ci parve molto spesso, proprio per questo, criticabile. Mi chiedo ora se l’ambiguità di Clinton non fosse il suo stile di governo, non rispondesse al suo desiderio di trattenere l’America sulla soglia di decisioni irrevocabili. Sapeva che gli Stati Uniti erano l’unica grande potenza e non ignorava che stava crescendo all’interno della società americana una corrente di opinione decisa a fare di questo nuovo potere un uso più brusco e più spiccio. Questa corrente di pensiero è andata progressivamente crescendo nel corso degli anni Novanta. Abbiamo assistito alla nascita di un partito dei falchi, degli unilateralisti, desiderosi di fare un uso unilaterale, nazionale, della nuova posizione internazionale che l’America aveva conquistato con il collasso dell’Unione Sovietica e dell’impero sovietico. E abbiamo anche creduto di capire su quali basi questa corrente di opinione fondasse la sua nuova strategia.
Torno indietro ancora di un passo. Per capire l’America oggi bisogna tornare ancora una volta al Vietnam. In Vietnam l’America fu sconfitta. I maggiori e i colonnelli che avevano combattuto si resero conto di avere perduto anche e soprattutto perché la società americana non era disposta a tollerare una guerra cruenta, una guerra che avrebbe comportato, per un periodo relativamente lungo, un forte impegno umano e un considerevole spargimento di sangue. Quando tornarono a casa si dissero che non avrebbero mai più combattuto in quel modo. Tornarono a casa, mette conto ricordare, in una fase in cui le nuove tecnologie stavano rapidamente arrivando sul campo di battaglia, negli arsenali e nelle fabbriche belliche. Questi maggiori e colonnelli divennero così i demiurghi di una nuova strategia militare che avrebbe fatto un uso estensivo di nuove armi fondate sulle nuove tecnologie. Vi ricordo che quei maggiori e quei colonnelli del Vietnam si chiamano Clark, Powell, Schwarzkopf, Franks, vale a dire i quattro generali che maggiormente hanno contato nella politica americana di questi ultimi dodici anni. Da allora non vi è stata arma che non sia stata rinnovata, modernizzata, digitalizzata. Oggi l’America dispone, e lo abbiamo visto fin dalla guerra del Golfo, di un corredo di armi totalmente nuove, armi che possono colpire senza che il proprietario di quell’arma corra rischi personali. Vi sono i sensori, i missili teleguidati, le bombe intelligenti, i predator senza pilota, i fanti armati di computer che possono con un messaggio a un satellite distruggere la posizione nemica di fronte a loro. Insomma la superiorità militare acquisita nel corso degli ultimi venti anni è una delle basi su cui il partito dei falchi all’interno della società americana ha sviluppato una nuova politica estera, basata sulla convinzione che oggi l’America può fare due guerre contemporaneamente, proiettare la sua potenza in qualsiasi angolo del globo, rispondere a qualsiasi minaccia, fare da sé. Non ha bisogno di alleanze, nel senso che la parola assunse all’epoca della guerra fredda. Ha bisogno di coalizioni. La differenza tra un’alleanza e una coalizione è molto semplice: l’alleanza è un matrimonio, la coalizione è un affare, una storia d’amore che si conclude nel momento in cui i due non ne hanno più bisogno. L’alleanza invece comporta impegni di lungo respiro, obblighi che non si monetizzano alla giornata e producono risultati alla fine di un arco di tempo considerevolmente più lungo.
Questa è l’America teorizzata da una corrente di opinione all’interno degli Stati Uniti nel corso degli anni Novanta. Tra l’altro, questa corrente di opinione ha immediatamente resuscitato un progetto che era già stato avanzato dall’amministrazione Reagan verso la prima metà degli anni Ottanta: una grande linea Maginot antimissilistica che avrebbe reso il territorio americano, per quanto possibile, invulnerabile, inattaccabile. Ritorna così, in altre parole, la concezione di un’America inviolabile, capace di difendere i suoi interessi ovunque nel mondo con la forza necessaria.
Non so quale politica avrebbe fatto Bush se non vi fosse stato l’undici settembre. Quando fu eletto ed entrò alla Casa Bianca, vedemmo nel suo seguito molte delle persone che nel corso degli anni Novanta avevano teorizzato questa nuova concezione della politica estera americana. Tuttavia anche Bush, come Clinton, è un uomo politico pragmatico, dotato di una certa dose di opportunismo, attento agli umori della pubblica opinione e ai sondaggi. Molto probabilmente avrebbe fatto da destra una politica non troppo diversa da quella che Clinton aveva fatto da sinistra. Ce ne siamo resi conto nell’aprile dell’anno scorso, quando un aereo spia americano fu costretto ad atterrare su un’isola cinese e i falchi dell’amministrazione chiesero al Presidente in quell’occasione di essere molto fermo, di impegnare un duro braccio di ferro con la Repubblica Popolare. Ebbene Bush non dette loro ascolto e preferì adottare una linea di maggiore pragmatismo e flessibilità. è probabile, ripeto, che avremmo assistito ad una variante della stessa politica di Clinton. Avremmo, se non vi fosse stato l’undici settembre.
L’undici settembre ha duramente colpito la società americana. Ma è possibile che quell’avvenimento sia stato percepito dai falchi dell’amministrazione americana come l’occasione che avrebbe permesso di realizzare concretamente ciò che sino a quel momento avevano soltanto studiato, sognato ed elaborato nei loro programmi. A partire da quel momento, abbiamo assistito ad alcune prese di posizione unilateraliste, non necessariamente soltanto nel campo della sicurezza. Dopo essersi ritirata dai protocolli di Kyoto, l’America ha denunciato il trattato ABM del 1972, che è il trattato con cui Stati Uniti e Unione Sovietica si impegnavano a costruire soltanto un limitato numero di postazioni antimissilistiche, due per parte. Eliminarlo permette di avviare concretamente il progetto per la costruzione del sistema antimissilistico. Successivamente il Presidente Bush ha teorizzato la guerra preventiva e l’uso in determinate circostanze dell’arma nucleare, avviando, soprattutto dall’inizio del 2002, mentre la guerra in Afghanistan volgeva al termine, una sistematica campagna contro gli “Stati canaglia”, vale a dire contro gli Stati che potrebbero sfidare l’America con armi di distruzione di massa. Armi che l’America possiede ma che altri, a suo giudizio, non dovrebbero possedere. Esistono certamente nel mondo alcuni pessimi regimi politici. Ma è causa di grande disagio per un parte considerevole dell’opinione pubblica europea che l’America abbia assegnato a se stessa il compito di decidere chi è canaglia e chi non lo è. In altre parole stiamo avviandoci verso una situazione internazionale in cui l’America è poliziotto, pubblico ministero, giudice ed esecutore della sentenza.
Per dare un senso a questa nuova politica, tuttavia, occorreva lanciare un segnale, occorreva realizzarla concretamente in un particolare caso, occorreva scegliere un obiettivo e, in tal modo, indicare al mondo quale sarebbe stata da ora in poi la politica dell’America ogniqualvolta essa avesse ritenuto violati i criteri su cui dovrebbe fondarsi, secondo le sue intenzioni, l’ordine internazionale. Ecco, quindi, la prospettiva di una guerra all’Iraq. L’Iraq ha un regime esecrabile ed è certamente colpevole di alcuni dei maggiori peccati internazionali commessi negli ultimi venti anni. Mi limito a ricordare, tuttavia, che alcuni di questi peccati furono commessi con l’avallo delle potenze occidentali e, in particolare, degli Stati Uniti.
Quale la posizione dell’Europa? La maggioranza degli europei teme il conflitto in Iraq. Abbiamo molti governi e altrettante posizioni politiche, ma l’opinione pubblica europea dà uno straordinario segnale di unità. Quasi tutti i sondaggi fatti nei paesi europei dell’Unione in questi ultimi tempi rivelano una ostilità o diffidenza per la guerra che si aggira fra il 65 e il 70%. Ma gli europei non possono reagire collegialmente perché il processo di integrazione europea non ha ancora raggiunto lo stadio che consentirebbe all’Europa di parlare con una voce sola. E allora, siccome non si può parlare con una voce sola, ciascuno parla con la propria. Non è necessariamente una questione di interesse nazionale. è una costrizione, un imperativo. In una circostanza internazionale così importante ogni paese ha l’obbligo di dire la sua. E, in mancanza di una voce europea, ciascuno ha agito secondo quello che riteneva essere il proprio interesse e ricorrendo a quel tanto di capitale politico o strumentazione diplomatica di cui ancora dispone. Abbiamo visto la Gran Bretagna schierarsi dalla parte degli Stati Uniti e non ne siamo stati sorpresi. Londra ha fatto questa scelta strategica sin dalla seconda metà degli anni Cinquanta e la sua classe dirigente è sinceramente convinta, a mio avviso a torto, che soltanto accanto all’America la Gran Bretagna possa esercitare una certa influenza sugli affari del mondo. E allora, ogniqualvolta l’America decide di entrare in azione, la Gran Bretagna non può che stare con l’America, sia quando ha ragione che quando ha torto. Anzi, meglio quando ha torto perché la fedeltà di un paese è ancora più preziosa quando si manifesta in situazioni quanto meno discutibili. La Francia ha fatto uso di quel tanto di capitale politico che ancora le resta, vale a dire del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza e delle sue tradizioni golliste. La Germania è stata colta nel mezzo di una campagna elettorale ed è possibile che quella circostanza abbia influito sull’atteggiamento del Cancelliere Schroeder, anche se molto probabilmente alle origini di quell’atteggiamento vi sono ragioni “caratteriali” della Germania. Non dimentichiamo che anche all’epoca della guerra del Golfo - il cancelliere era allora Helmut Khol - la Germania non volle collaborare nemmeno nelle forme accettate dagli altri alleati degli Stati Uniti, nemmeno nelle forme accettate dall’Italia. Si limitò a pagare. Dette una somma importante ma non volle mandare uomini. In Italia molto probabilmente l’atteggiamento del Governo è stato anche il risultato di considerazioni di politica interna. Il nuovo Governo, al momento della sua formazione, era stato fortemente criticato dai governi di centro sinistra in Europa. In quella circostanza il Presidente del Consiglio aveva trovato in Bush, da poco eletto alla Casa Bianca, una sponda e una garanzia. è probabile che nel determinare l’atteggiamento dell’Italia anche questa considerazione di politica interna abbia avuto la sua importanza. Per una sorta di miopia mi è più difficile, tuttavia, parlare della posizione italiana: le cose lontane si giudicano meglio delle cose vicine.
Ciò detto, quando faccio la somma dell’efficacia e dell’utilità delle singole politiche europee dei paesi dell’Unione, credo che il risultato sia molto vicino allo zero. Non credo che i paesi dell’Unione abbiano avuto un’influenza determinante sulla crisi. Credo che nella migliore delle ipotesi la Francia abbia soltanto potuto rallentare la strategia americana, porre qualche limite, peraltro facilmente superabile, alla parte operativa della risoluzione votata dal Consiglio di Sicurezza.
Resta il fatto che l’Europa non può non essere preoccupata dalla prospettiva di una guerra contro l’Iraq. Per una serie di ragioni che sono evidentemente meno condivisibili dall’America. Gli Stati Uniti non confinano con quella regione mentre il Mediterraneo è, per noi, un confine. Gli Stati Uniti sono meno dipendenti da quella regione sul piano energetico, anzi potrebbero trarre da una guerra vinta qualche vantaggio petrolifero. Per noi, invece, il problema della dipendenza energetica è ancora molto serio. Non basta. Temiamo che la guerra provochi il collasso dello Stato iracheno e una specie di guerra di successione irachena in cui si precipiterebbero tutti i paesi della regione, per arraffare qualcosa o impedire che altri ne approfittino. E poi, naturalmente, non possiamo non temere l’effetto destabilizzante che la guerra potrebbe avere su alcuni Stati cerniera del Medio Oriente: Egitto, Arabia Saudita, Giordania. Non sono modelli di democrazia ma sono pur sempre necessari alla stabilità della regione.Credo che la voce dell’Europa contribuirebbe a rendere il mondo migliore. E credo che l’Europa abbia bisogno di una voce anche per moderare il grande potere americano. Non credo che Europa e Stati Uniti debbano separarsi e divorziare. Sarebbe un grave errore. Gli interessi comuni sono e continueranno ad essere numerosi. Ma credo che il mondo non abbia interesse a permettere che gli Stati Uniti agiscano da soli come superpotenza mondiale. E ho l’impressione che di tutte le grandi potenze quella europea sarebbe la più saggia e moderata.
Un’ultima osservazione, per concludere, su un tema che è stato molto discusso in questi ultimi tempi e che mi sembra collegato con quanto ho cercato di dire. Intendo il possibile ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Io vi prego soltanto di dare un’occhiata alla carta geografica. Constaterete che l’Unione, il giorno in cui fosse allargata alla Turchia, confinerebbe con la Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Siria, l’Iraq, l’Iran e, per via di mare, con l’Armenia e la Georgia. Non saremmo più soltanto una potenza dell’Atlantico, del Mare del Nord e del Mediterraneo. Saremmo anche una potenza del Mar Nero, del Mar Caspio e del Golfo Persico. Credo che sia questa la sfida per l’Europa. Vogliamo essere soltanto una grande Svizzera, prospera ma in qualche modo con le spalle voltate al mondo? O vogliamo essere una potenza mondiale?
Spero di vivere in un Paese che avrà detto sì alla seconda domanda






Signor Direttore, Autorità, Funzionari, Ufficiali,
la cerimonia inaugurale dell’anno accademico della Scuola di addestramento del SISDe ci ha offerto oggi, ancora una volta, l’occasione per ascoltare interventi importanti e significativi su temi di grande rilievo.
Desidero quindi esprimere, innanzitutto, un vivo apprezzamento all’Ambasciatore Sergio Romano per la sua brillante e stimolante prolusione e al Prefetto Mori per la sua chiara relazione introduttiva.
Al Direttore del Servizio rivolgo anche un sincero ringraziamento per l’impegno con cui assolve al suo importante e delicato incarico.
Di fronte agli scenari internazionali di grande cambiamento poc’anzi tratteggiati, è difficile non avvertire la necessità che le amministrazioni pubbliche si mettano rapidamente al passo con i tempi, mutando la loro organizzazione e il loro modo di agire.
Questa esigenza si pone come un imperativo per chi opera nel campo difficile e sofisticato dell’intelligence, dove migliori livelli di funzionalità operativa degli apparati producono livelli di sicurezza più elevati e, di conseguenza, più serene condizioni di vita delle comunità e dei singoli cittadini.
Le recenti iniziative di ristrutturazione del Servizio si proiettano in questa direzione, tese come sono a fronteggiare una domanda di sicurezza che è cresciuta enormemente nell’ultimo quindicennio, assumendo nuove connotazioni a causa della continua e complessa evoluzione delle variabili politiche, sociali, economiche e religiose.
In questa stessa prospettiva appare ora indispensabile pervenire in tempi brevi, con il necessario, ampio consenso parlamentare, alla riforma della legge 801 del 1977, attualmente all’esame delle Commissioni riunite 1a e 4a del Senato.
Negli orientamenti che ispirano il disegno di legge del Governo vi è il riconoscimento della sostanziale validità del vecchio impianto normativo, specie per quanto attiene al mantenimento del sistema “binario” e degli assetti istituzionali, sia a livello tecnico che politico.
È prevalsa, in effetti, l’opinione di intervenire per aspetti limitati, ma non per questo secondari, su quei profili della materia che più direttamente toccano la funzionalità dei Servizi.
Ricordo, tra gli altri, il tema delle garanzie funzionali, con la previsione di una speciale causa di giustificazione, nell’ambito di operazioni preventivamente autorizzate, per alcune condotte che altrimenti sarebbero perseguibili penalmente. Particolare attenzione merita anche la necessità di consentire ai Servizi di informazione e sicurezza l’acquisizione di personale estraneo alle pubbliche amministrazioni - beninteso, secondo procedure fissate da uno specifico provvedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri - per garantire la disponibilità di risorse professionali ad elevata specializzazione.
Questi orientamenti non pregiudicano in alcun modo futuri interventi a carattere più organico, sulla scorta degli indirizzi formulati dal Comitato parlamentare per i Servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato. Simili progetti, occorre sottolinearlo, richiederebbero oggi tempi di attuazione non brevi, con ricadute negative sull’operatività degli Organismi di informazione e sicurezza. Credo che sia questa la ragione per la quale - prima ancora che io arrivassi al Ministero dell’Interno - è prevalsa l’idea di una riforma “low profile”.
Ciò non esclude - lo ripeto - che, una volta realizzati più alti livelli di operatività ed efficienza, si possa porre mano ad una riforma vera e propria, ben sapendo che riformare vuol dire “dare forma nuova” a cose che col tempo sono invecchiate.
Ora tutta la nostra attenzione deve andare alle minacce che incombono sul quadro interno ed internazionale, reclamando risposte tempestive ed efficaci.
è ormai sufficientemente chiaro che le frange più virulente dell’eversione politica mirano oggi ad attuare i loro disegni di destabilizzazione con il ricorso al terrorismo. Una inquietante dimostrazione delle loro capacità è venuta dai recenti attentati, che solo per puro caso non hanno causato vittime. Come ho avuto modo di dire alla Camera dei Deputati, siamo di fronte a segnali che testimoniano un “salto di qualità” e ci impongono di mobilitare tutte le energie disponibili per prevenire e contrastare questa minaccia.
Non si può peraltro escludere l’ipotesi di un compattamento di tali frange con i settori del terrorismo neo brigatista e di un collegamento operativo con gruppi eversivi stranieri, nell’ottica di una lotta congiunta al sistema “borghese e capitalistico” occidentale ed in linea con la comune vocazione internazionale della lotta rivoluzionaria, sia di ispirazione propriamente marxista o neo marxista che anarco-insurrezionalista.
Le minacce provenienti dal terrorismo islamico e l’attacco del crimine organizzato completano il quadro delle sfide che il Servizio deve fronteggiare nell’immediato, sviluppando in piena sinergia con le Forze di Polizia, pur nel rispetto delle reciproche attribuzioni, un’adeguata azione di “penetrazione informativa”.
L’efficacia di tale azione deve essere sorretta dalla preparazione sempre più specialistica degli operatori, se è vero, come è vero, che occorre restituire pieno valore a quel fattore umano che si è dimostrato, nei fatti, non sostituibile dalle tecnologie e quindi irrinunciabile per la tutela della sicurezza.
Un riferimento specifico deve essere fatto, in proposito, all’attività di analisi che, com’è ben noto a questo uditorio, costituisce il momento di raffinazione del materiale grezzo offerto dalla ricerca e di confezione del prodotto informativo.
Un’analisi insufficiente produce sempre una ricerca insufficiente. Una buona analisi, cioè una perspicace e ponderata interpretazione dei fatti, estesa all’occorrenza alla previsione dei loro possibili sviluppi, vale spesso a colmare le eventuali lacune della ricerca ed a fondare egualmente i presupposti per l’adozione di efficaci contromisure.
Formare analisti altamente qualificati è dunque un compito cui la Scuola del Servizio dovrà attendere con particolare cura, concentrando a questo fine ogni possibile sforzo, nella consapevolezza di operare un investimento che avrà indubbie conseguenze positive nell’attività di intelligence.
Più in generale, l‘addestramento e la formazione di tutto il personale rivestono la massima importanza. Mi conforta sapere che questa Scuola, nel corso degli anni, ha affinato i suoi metodi di insegnamento per contribuire ad accrescere le potenzialità e la professionalità dei nostri operatori.
Nell’augurare a tutti i funzionari e al personale del Servizio un proficuo lavoro a vantaggio della convivenza civile e delle istituzioni democratiche del nostro Paese, dichiaro aperto l’anno accademico della Scuola di addestramento del SISDe.


(1) Il testo costituisce la trascrizione della prolusione tenuta dall’Amb. Sergio ROMANO in apertura dell’Anno Accademico 2002/2003 della Scuola di Addestramento del SISDe, in Roma, il 18 dicembre 2002.

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