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Per Aspera Ad Veritatem n.21
INAUGURAZIONE DELL'ANNO ACCADEMICO 2001/2002 DELLA SCUOLA DI ADDESTRAMENTO DEL SISDe

Mario MORI - Intervento di apertura
Igor MAN - Guerra o guerra di religione?
Claudio SCAJOLA - Intervento del Ministro dell'Interno





Signor Ministro dell'Interno, Signor Ministro della Funzione Pubblica, Onorevole Presidente del Comitato Parlamentare per i Servizi d'Informazione e Sicurezza e per il segreto di Stato, Autorità, gentili ospiti.

L'inaugurazione dell'anno accademico della Scuola di Addestramento del Servizio costituisce, ormai per tradizione, non soltanto un evento protocollare dal significato simbolico ma, anche, e forse soprattutto, l'occasione unica per una riflessione, da condividere con tutti i presenti, sulle linee progettuali dell'impegno del SISDe, sui suoi assetti organizzativi e sulle prospettive future.
L'orizzonte degli eventi rispetto al quale il Servizio deve sviluppare il proprio impegno, negli ultimi tempi, si è decisamente polarizzato.
I fatti di Genova dello scorso luglio e gli attentati dell'11 settembre costringono, infatti, tutti gli apparati, a qualsiasi titolo impegnati nella tutela della sicurezza collettiva, a ridefinire i propri orientamenti operativi tenendo conto di un duplice profilo della minaccia: l'eversione interna, nelle sue nuove forme ideologiche ed organizzative, ed il terrorismo internazionale, nei suoi pericolosissimi assetti globali.
Nel luglio scorso, a Genova, ha offerto una clamorosa manifestazione della propria esistenza un ampio movimento di dissenso, dotato di connotazioni ideologiche del tutto nuove: un movimento di opinione deciso a riproporre il tema delle lotte a tutela delle fasce più deboli su basi ideologiche post-marxiste e lungo coordinate di intervento transnazionali. È un movimento che, di per sé, non ha carattere eversivo ma che, come tutti i movimenti di contestazione che si sono affacciati sulla ribalta della politica europea nel ventesimo secolo, appare estremamente permeabile rispetto ad infiltrazioni estremiste, queste sì dotate di potenzialità ribelliste e destabilizzanti.
Il fenomeno richiede la massima attenzione sotto il profilo della sicurezza, proprio per discriminare quella ristretta componente eversiva annidata al suo interno e predisporre misure di risposta mirate e selettive nella doverosa difesa dello stato di diritto, evitando però di coinvolgere una vasta e differenziata platea di idealisti in buona fede.
Gli attentati dell'11 settembre contro gli Stati Uniti hanno dimostrato la piena efficienza di una rete terroristica, decisamente "globale" e "globalizzata", sofisticata e diramata in molti Paesi, tra i quali anche il nostro. Una rete connotata da ideologie distruttive, anch'essa, come nel caso dei "no-global", annidata all'interno di numerose comunità islamiche portatrici di ideali religiosi e di comportamenti socio-economici del tutto leciti e rispettabili.
Anche in questo caso, compito degli organismi di sicurezza deve essere quello di contribuire, con l'azione informativa e di analisi, affinché i governi adottino misure, anche drastiche, a tutela delle rispettive comunità nazionali, senza però coinvolgere, per le prospettive potenziali di un conseguente scontro tra religioni, le comunità all'interno delle quali sono infiltrate le organizzazioni del terrorismo islamico.

A questi fenomeni che, come detto, polarizzano l'attenzione e l'impegno delle strutture di tutela della sicurezza, si affiancano problemi resi più insidiosi da sottili, ma profonde, mutazioni che ne hanno reso ancor più difficile il contrasto. Mi riferisco al crimine organizzato che, nel tentativo di sopravvivere alla costante offensiva dello Stato, ha affinato le proprie tecniche d'infiltrazione nel tessuto socio-economico del Paese ed i conseguenti moduli operativi, scegliendo di defilarsi pur mantenendo tuttavia intatta la propria volontà criminale.
Il SISDe si deve porre di fronte a questi problemi compiendo innanzitutto una riflessione, serena ma autocritica, sulla propria adeguatezza organizzativa ed operativa. Parlo di un'autocritica coraggiosa perché sarebbe facile, al riparo di questo evento protocollare, limitare questo intervento ad una rivendicazione degli sforzi condotti e dei risultati conseguiti nell'ultimo anno di attività. Ciò sarebbe anche possibile perché il Servizio ha lavorato, si è impegnato ed ha prodotto risultati.

Il problema che voglio affrontare in questa circostanza è un altro. Ci sentiamo, oggi, adeguati alla portata delle minacce che dobbiamo fronteggiare?
Molto chiaramente ritengo che il Servizio debba affrontare un processo di puntuale ristrutturazione che, nell'attesa dell'auspicata riforma di tutto il comparto d'intelligence del nostro Paese, ne modernizzi gli assetti organizzativi ed operativi, a partire da una filosofia d'impiego in grado di conseguire un duplice ed essenziale risultato: quello di fornire costantemente all'Esecutivo contributi informativi ed analitici utili al suo processo decisionale e, nel contempo, quello di contrastare "sul campo" ogni forma di terrorismo, di criminalità eversiva e di destabilizzazione.
Per questi motivi ritengo che il Servizio debba affrontare, nell'immediato, un incisivo processo di rivisitazione delle propria struttura che, partendo da un nuovo assetto ordinativo, riesca, in tempi accettabili, a conseguire l'obiettivo di acquisire dall'esterno nuove e mirate professionalità che, opportunamente aggiornate ed indirizzate, siano poste rapidamente in grado di interagire con le migliori energie interne all'organismo, per coniugare nuove specializzazioni e consolidate esperienze in una continua azione di adeguamento.
Si tratta di un processo non facile, anche perché impone un sacrificio al personale del Servizio, sacrificio che tuttavia assume un ben preciso valore nel momento in cui esso concorre non soltanto al processo di modernizzazione, ristrutturazione e rinnovamento, ma anche ad un suo più incisivo ruolo all'interno della comunità d'intelligence nazionale e internazionale.
Forze fresche ed esperienze professionali consolidate consentiranno al SISDe di compiere sicuri passi in avanti lungo un percorso di autoriforma, durante il quale, ne sono certo per l'esperienza diretta di queste ultime settimane, il Servizio sarà sostenuto e accompagnato, passo dopo passo, dai propri interlocutori istituzionali con i quali è essenziale un trasparente rapporto di fiducia se è vero, come ha scritto recentemente il saggista inglese Christopher ANDREW, che uno dei compiti "dell'intelligence è, fra gli altri, quello di dire la verità ai potenti, anche quando la verità è sgradita".

Come ho avuto modo di precisare all'inizio di queste brevi riflessioni, il Servizio dovrà orientare tutte le proprie energie intellettuali e professionali sul fronte del terrorismo e dell'eversione politica e criminale, in una prospettiva di dialettica operativa con le forze dell'ordine che tenga ben presente l'esigenza istituzionale di operare secondo filosofie ed obiettivi diversi ed individuati. Collaborazione, quindi, ma non sovrapposizione o interferenza, perché la specificità d'impiego dell'intelligence non può e non deve prevedere confluenze con le attività di polizia giudiziaria.
Al conseguimento di questi obiettivi concorrerà la Scuola di Addestramento del Servizio che oggi si appresta ad iniziare un altro ciclo di studi.
Alla Scuola, infatti, viene affidato il compito di aggiornare costantemente tutto il personale sui fenomeni di interesse istituzionale, sia sotto il profilo culturale e scientifico che sotto l'aspetto delle tecniche operative più attuali. Al conseguimento di questi obiettivi concorre, in misura essenziale, un corpo di docenti esterni di altissimo valore tecnico e scientifico, ai quali vanno il nostro ringraziamento e la nostra riconoscenza.
A questi docenti si affiancano le migliori professionalità interne al Servizio, in un processo costante di ricerca ed applicazione di moduli didattici efficaci ed innovativi.
Molti analisti e commentatori, a livello nazionale ed internazionale, prendendo in esame gli attentati di New York hanno sottolineato, a mio avviso giustamente, una carenza nell'azione degli organismi di intelligence, quella rappresentata dalla sottovalutazione del "fattore umano".
A questo fattore sono dedicati tutti i corsi che noi oggi inauguriamo.


Il mio intervento intende fornire degli spunti di riflessione rivolgendosi, in particolare, alle peculiarità del mondo islamico alla luce dei tragici avvenimenti di New York dell'11 settembre scorso.
Io non so se riuscirò a darvi un'idea di quella che è la società islamica, di quello che è stata, della crisi che attraversa, perché di una vera e propria crisi involutiva si tratta.
Mi auguro di riuscirci e mi scuso sin da ora se vi annoierò, ma, vi dico, lo faccio con spirito di servizio, per rispetto al duro, difficile e spesso diffamato lavoro che voi compite ogni giorno. È, infatti, un lavoro paziente, attento, fatto di cultura e di sacrificio quello che vi attende nel prossimo futuro.
Voglio esordire dicendo che proprio ieri sera mi hanno comunicato telefonicamente una notizia interessante. Interessante la notizia e buona la fonte.
I servizi segreti italiani stanno studiando il video in cui Osama Bin Laden, in compagnia di uno sceicco paralitico di origine saudita, si compiace della strage dell'11 settembre. Gli esperti dell'antiterrorismo hanno ricevuto - secondo le informazioni a mia disposizione - dai colleghi americani, un'analisi delle parole e dei gesti del terrorista, ritenuto una vera e propria primula "verde", poiché verde è il colore del Profeta. I nostri esperti starebbero valutando sia le immagini del miliardario assassino terrorista, sia i testi dei dossier americani.
Prevarrebbe, presso gli americani, la tesi dell'intento divulgativo delle immagini del video da parte di Osama, ma non sarebbero da scartare due ipotesi: la prima, che ipotizza una vera assunzione di responsabilità da parte di Bin Laden per sottrarre al castigo i suoi complici; la seconda, che non esclude la possibilità che si tratti di un'operazione, lavoro di un abile quanto coraggioso infiltrato.
A quanto mi risulta, i nostri esperti non scartano il fine divulgativo e si sarebbero concentrati, in particolare, sulla gestualità di Osama. Sappiamo infatti tutti che si parla anche con gli occhi, con le smorfie, ma soprattutto si può comunicare con i gesti.
Spesso il gesto è rivelatore dello stato d'animo della persona e caratterizza l'incontro tra persone diverse. Sappiamo bene che a tavola, ossia quando si mangia, i gesti sono diversi da quelli che si fanno pronunciando un discorso ufficiale, ovvero rivolgendo un messaggio destinato a moltissime persone.
Del resto, basta ricordare le precedenti immagini di Osama, in cui era palese lo sforzo di mostrarsi in atteggiamento ascetico o addirittura profetico. In quelle occasioni, il dito indice della mano destra fa da supporto alla predicazione, per così dire, il gioco degli sguardi è in sintonia con la mimica facciale e manuale.
È evidente che il gesticolare di Osama, nel video cui mi riferisco, sia assolutamente naturale, sciolto. C'è da notare come spicchi una gestualità tipicamente occidentale, niente affatto araba. In particolare, quando egli mima, per così dire, l'impatto dell'aereo suicida sulla prima torre gemella, fa un gesto post-modermo, simile a quello di un ingegnere che conosce, che ha frequentato l'occidente, un arabo non farebbe mai - almeno per la mia modesta esperienza - simili gesti tecnici.
Ma lasciamo agli esperti il compito di penetrare la gestualità del miliardario terrorista o del terrorista miliardario.
Fermiamoci un attimo sui contenuti del discorso di Osama. Sprizza compiacimento, è infame il suo cinismo almeno così è stato detto e non da pochi. Io francamente non capisco certe anime belle, poiché sembra ormai definitivamente accertato che sia stato proprio Osama a concepire, a volere lo "stupro" di Manhattan.
Perché stupirsi o indignarsi, allora, se l'ideatore e mandante della strage si compiace del successo riportato? Risulta che anche un assassino mafioso come Riina brindasse con champagne in occasione degli accadimenti mostruosi da lui stesso orditi.
In quelle occasioni non ci siamo stupiti, sapevamo che era un criminale.
Potremmo, al contrario, indignarci o dubitare della sua psiche se un individuo qualsiasi si gloriasse di certi accadimenti.
Nel caso di Osama il suo compiacimento è assolutamente coerente allo sporco lavoro da lui stesso voluto.
Durante i quaranta minuti - tanto pressapoco dura il video - è interessante osservare che ben quarantotto volte il nome di Allah, cioè di Dio, ricorre nel discorso di Osama con il suo interlocutore. Mi risulta che siano ospiti di una piccola pensione, non mangiano certamente in una grotta e il fatto che, in questa circostanza, Osama non guardi dentro la camera, dà conforto all'ipotesi del video amatoriale ovvero strumentale, opera, in altri termini, di un infiltrato che ha giocato sulla vanità sconfinata di Osama e dello sceicco paralitico.
Il video ha suscitato l'indignazione del mondo occidentale che non riesce a comprendere come si possa invocare Dio nel momento in cui si esalta una strage.
Vale la pena di sottolineare che quella che per noi è e rimane nei fatti una strage, per Osama e "compagni di merende" è piuttosto un'azione bellica.
Voglio aggiungere inoltre che lodare l'Altissimo, come si sa, è regola di vita nell'Islam.
L'Islam etimologicamente vuol dire resa, sottomissione a Dio. Egli può tutto, cosicché quando un misero uomo riesce a realizzare una propria idea, è segno che Allah ha voluto così. Non basta. Il lodare Dio, nel caso specifico, diventa una formula autoreferenziale, una sorta di meccanismo autoprofetico, un modo di "compromettere" l'Altissimo, di tirarlo dalla propria immonda parte.
È opportuno, a mio avviso, fermarsi sul commento lapidario del prof. Amos Luzzatto, Presidente delle Comunità israelitiche, ebreo di buona fede, studioso di alta caratura. Luzzatto, dopo aver visto il famigerato, discusso video, ha commentato che quello professato da Bin Laden non è l'Islam autentico.
Io concordo con il giudizio del Prof. Luzzatto. Quello che propone il video non è l'Islam autentico, bensì la manifestazione attuale e maggiormente diffusa in certi ambienti musulmani dell'Islam. Tuttavia, non dobbiamo ritenere che l'Islam autentico sia morto, esso resiste all'usura del tempo perché lo custodisce il Corano, cioè la parola di Dio, Al Qur'an, che significa appunto la parola, il messaggio.
Va detto, inoltre, che l'impatto che noi occidentali, noi cristiani abbiamo pressoché quotidianamente, oramai, non è con l'Islam, non è con il Corano, bensì con la Shari'a.
La Shari'a è il corpus legislativo della gente islamica, ma varia da Paese a Paese, e per una ragione molto semplice: sono stati, nel tempo, i vari califfi che hanno imposto leggi, comportamenti, punizioni, ecc. per consolidare il proprio potere. D'altra parte, è fuori discussione ritenere che chi governa, chi regna, abbia bisogno di leggi che l'aiutino a governare, nel bene e nel male. Mussolini adottò il codice Rocco perché gli serviva per imporre la propria dittatura, noi democratici promulghiamo le leggi attraverso il Parlamento e seppure il sistema sia completamente diverso, è indiscutibile che una legge serve per governare meglio. I califfi, allo stesso modo, hanno cercato un corpus legislativo su misura, a seconda dei Paesi in cui vivevano e delle circostanze che si venivano a creare.
Nel libro da me recentemente pubblicato (1) viene spiegato cos'è la Shari'a.
È la legge islamica, come ho già avuto modo di dire.
Nei paesi islamici il giudice, il Qâdì giudica affidandosi a tre pilastri: la consuetudine, il buon senso, la prassi. Il vocabolo Shari'a metaforicamente indica la via diritta svelata da Dio, ma in senso stretto, la legge religiosa rivelata soltanto ai musulmani, alla cui osservanza va sottoposta la condotta umana.
Il giudice può agire secondo coscienza, diremmo noi, quando non lo soccorra un'indicazione giuridica precisa, ovvero può rendere la legge flessibile in tutti quei casi in cui sia sospinto dal dubbio.
La tradizione fa risalire tale modalità di comportamento direttamente all'epoca di Maometto. Infatti si dice che quando il Profeta spedì nello Yemen Muhadim Gaba come suo inviato, gli chiese: -"In che modo giudicherai le controversie che ti saranno sottoposte?"- "Secondo il libro di Dio" - "E se non troverai nulla nel libro?" - "Giudicherò secondo la consuetudine" - "E se non troverai nulla neanche lì?" - "Allora mi adopererò secondo il mio criterio. Ecco il mio criterio per risolvere le controversie". La risposta piacque tanto a Maometto da fargli esclamare: "ringrazio Dio di avermi dato uomini come te!"
Destò scalpore, ricorderete tutti, nell'ottobre del ‘95, la vicenda della colf filippina Sarah Balà Baggan, processata negli Emirati Arabi Uniti per omicidio.
Sarah, a quindici anni soltanto, subiva la violenza continua del suo datore di lavoro, finché un giorno reagì all'ennesimo lurido assalto, afferrando un coltello da cucina con il quale, travolta da un autentico raptus, finì con l'ucciderlo.
Tradotta in Tribunale, venne processata secondo la Shari'a. La filippina aveva ucciso e l'omicidio per la Shari'a, non importa se preterintenzionale, volontario o addirittura colposo, va punito con il taglione, con i sassi.
Tuttavia, in prima istanza, Sarah venne condannata a soli sette anni di prigione. Il Qâdì si era passato la mano sulla coscienza e sentenziò che la colf aveva ucciso in stato di necessità, vale a dire per legittima difesa.
Una sentenza piuttosto mite che, tuttavia, fece scoppiare un uragano nelle Filippine. L'enorme corporazione delle Filippine - che è diffusa in tutto il mondo - fece sottoscrizioni, annunci sui giornali rilevando come il morto ammazzato contasse cinquantotto anni e più volte avesse abusato di Sarah, non essendo - come l'accusa sosteneva - un povero vecchio di ottantadue anni, già costretto a divorziare per impotenza.
In ogni caso, il nuovo processo si chiuse con la condanna a morte della disgraziata filippina.
Questa volta le pressioni, le dimostrazioni furono enormi e allora lo Sceicco, il Presidente degli Emirati Arabi, fece in modo che si avesse una condanna a un anno e a 100 frustate. Cento frustate benigne per l'esattezza, che, a differenza di quelle maligne date con forza, diventano una condanna formale poiché il fustigatore procede ad infliggere la pena mettendosi il Corano sotto l'ascella, risultando così largamente impedito il movimento del braccio.
Il processo contro la giovane domestica è lo specchio fedele dell'eterna tempesta interiore del giudice, chiunque esso sia e dovunque egli operi, ma nella fattispecie esaminata è speculare al disagio di una società, quella islamica, in cui l'indipendenza del giudice di fatto non esiste, limitata com'è dal califfo, che incarna il potere giudiziario.
In molti Paesi islamici e in epoche diverse, accanto alla giurisdizione ordinaria, quella del Qâdì, si è venuta formando una vera e propria giurisdizione extra ordinem dei sovrani.
Nella vicenda della filippina, il Qâdì è stato, dunque, scavalcato dal sovrano, o califfo, o sultano, o sceicco che fosse.
Per chiarirci le idee, per apprendere un po' della loro cultura dobbiamo sicuramente affermare che, in una simile storia, non c'entrano nulla né il profeta Maometto, né il Corano a lui dettato - come vuole la tradizione - da Dio, per il tramite dell'Arcangelo Gabriele.
Hussein Hamed Amin con il suo saggio sull'applicazione della Shari'a, edito al Cairo nel 1987, propone un testo fondamentale per chi deve affrontare la realtà del mondo musulmano. "La maggior parte dei musulmani crede che le disposizioni della Shari'a, quali si trovano nei libri di diritto, siano tali e quali a quanto sancito dal Corano e dalla Sunna, identiche a come le lasciò il Profeta alla sua morte. Chi, invece, studia la storia dell'Islam, comprende che la Shari'a è un palazzo elevato, altissimo, i cui piani sono stati costruiti uno dopo l'altro nel corso di lunghi secoli da uomini simili a noi".
Ma in un momento corrusco, quale è quello in cui vivono attualmente i Paesi musulmani stravolti se non direttamente travolti dalla furia del cosiddetto integralismo islamico, saggi come quello citato rischiano di esasperare lo scontro tra conservatori e quanti vorrebbero una legge islamica aderente alla realtà odierna.
Citerò una esperienza personale. A Firenze, durante i lavori del Congresso internazionale "Terre e cieli di pace", promosso dalla Comunità laica di S. Egidio, ho diretto una tavola rotonda dal titolo: "Il volto dell'Islam".
Il Prof. Nasroll Purjavadi dell'Università di Teheran, ha detto del disagio dell'Iran, della sua teocrazia dinanzi alla Shari'a, soffermandosi sugli sforzi di giuristi e sociologi tesi ad aggiornare la legge islamica.
Per esempio, il professore ha detto che il taglio della mano al ladro, prescritto dalla legge sette secoli fa, crea non poco imbarazzo anche in una società teocratica quale è appunto quella iraniana, rimodellata dalla rivoluzione "a mani nude" di Khomeini.
Ebbene, il Presidente della lega degli Ulema del Marocco e del Senegal, che aveva già parlato nel corso della tavola rotonda, esaltando la tolleranza, il culto della ragione buona, veri tesori dell'Islam, mi ha richiesto immediatamente la parola per "bacchettare", visibilmente infastidito, l'eretico Prof. Purjavadi, dicendo: "Il taglio della mano va visto come un esempio di dissuasione".
Questo aneddoto, come la vicenda della donna filippina, servono a spiegare come sia difficile il cammino che il dialogo deve percorrere.
La schiava filippina, infatti, può essere considerata la vittima di una società neo-islamica maschilista e volutamente retrograda tecnologicamente, cristallizzata al 1300, ingessata nel ricordo ossessivo di un passato splendido e tuttavia distante sette secoli dal presente in cui tutti viviamo, musulmani e non musulmani.
È da circa un secolo che si dibatte sul problema connesso all'applicazione della Shari'a, ma dopo un'impennata modernista, a mano a mano che il colonialismo si è sbriciolato, la tematica ha subìto un'involuzione antigarantista, che, con il risveglio islamico spesso degenerato in riflusso integralista, ha finito con l'identificarsi nella disperata ricerca di una nuova e definitiva sistemazione del sociale e del nazionale sotto l'egida antica della "indiscutibile" religione.
Sono stati messi da parte i pensatori contemporanei, quali il marocchino Abdal Laroi e il tunisino Jihat, che si sforzano ancora oggi di recuperare i valori musulmani del passato, adeguandoli tuttavia al pensiero moderno. Sono stati messi al bando anche gli studi del persiano Alì Shari'attì che - rifacendosi al rinnovamento della lettura del Corano operata all'inizio del secolo da Jamal Afgani - individua nell'antica Persia, influenzata dallo Sciismo, la chiave per entrare in una società più moderna e più giusta.
I sovrani odierni, laici o non laici che siano o che si dichiarino, sbattono, di fatto, la porta in faccia ad ogni tentativo di aggiornamento della Shari'a.
Tutto sommato, dal loro punto di vista, il ragionamento non è completamente errato perché si rifanno ad un discorso stringente e intransigente, a suo modo ineccepibile, di Ab Al Kadir Uda, una delle prime vittime della caccia ai fratelli musulmani ordinata da Nasser nel 1954.
Tale lettura è illuminante per comprendere la mentalità islamica. Egli scrive, infatti: "La Shari'a islamica è la costituzione fondamentale dei musulmani. Tutto ciò che si accorda con questa costituzione è valido, tutto ciò che vi si oppone è nullo, come se non fosse mai esistito, quali che siano le epoche e l'evoluzione del pensiero in materia legislativa. Poiché la Shari'a è venuta da Dio, per bocca del suo Profeta, perché avesse corso in ogni tempo e in ogni luogo, essa deve essere applicata fino a quando non sarà annullata o abrogata. La regola fondamentale, per quanto concerne la Shari'a, è la seguente. I suoi testi non possono essere abrogati da altri testi di forza uguale o superiore, emanati dallo stesso legislatore o da qualcuno investito di un potere superiore a quello dell'Autore dei testi che si vogliono abrogare. I testi "abroganti" devono, dunque, appartenere al Corano e alla Sunna".
Questo signore conclude dicendo: "Ora che dopo il Profeta non c'è più Corano, visto che la rivelazione si è fermata, ugualmente non vi è più Sunna, cioè tradizione, visto che il Profeta è morto e non si può pretendere che per le nostre istanze legislative umane si possano emanare dei testi che abbiano il peso del Corano o della Sunna, in grado cioè, di poter abrogare il Corano o la Sunna".
Da queste parole si comprende quale possa essere il cammino verso il porto della tolleranza, come i principi rivelati da Maometto nel remoto passato possano armonizzarsi col tempo presente.
Questa è, a mio avviso, la grande illusione, questo l'equivoco in cui tutti cadiamo.
Vediamo un po' di intenderci, di ragionare. Non ci si può intendere e non si può ragionare con chi rifiuta qualsiasi aggiornamento. La nostra religione, come tutti sappiamo, è divorata da quella meravigliosa problematica caratterizzata dal dubbio.
Fin dal tempo di S. Agostino si sono susseguiti discussioni e tormenti sino ad arrivare ai giorni odierni, a Sergio Quinzio, cristiano dolorosamente tormentato dal dubbio, cristiano per eccellenza.
Il dubbio, invece, per gli islamici non esiste, essi non hanno dubbi perché Dio non si discute. Islam significa, appunto, sottomissione, resa totale dell'individuo.
Noi facciamo studi sulla Bibbia, cerchiamo di capire se è stato l'uomo a creare Dio o Dio a creare l'uomo, ci interroghiamo continuamente sulle origini del cristianesimo, su questa figura straordinaria e meravigliosa di giovine atleta mistico che è Gesù.
Per gli islamici tutto ciò non esiste, è completamente impensabile. D'altra parte quando tutto è bloccato è più facile avere una società bloccata, dove il seme della violenza viene istillato torturando il senso del Corano.
Ecco dunque perché Luzzatto parla di Islam autentico, di Islam autentico che esiste e resiste all'usura del tempo, lo custodisce il Corano, cioè la parola di Dio, Al Qur'an. Va soggiunto, inoltre, che l'impatto che oggi noi occidentali, noi cristiani, abbiamo pressoché quotidianamente oramai, non é con l'Islam, non è con il Corano, bensì con la Shari'a. Questo lo ripeterò fino alla fine dei miei giorni, bisogna capirlo, non c'è niente da fare, e non possiamo, per decreto occidentale, abolire la Shari'a.
Quello di Bin Laden non è l'Islam autentico - dice Luzzatto - quello attuale, traviato dalla Shari'a, lascia immaginare un passato altrettanto triviale, invece non è assolutamente così.
Vediamo meglio cosa intende concretamente Luzzatto. Egli si riferisce alla verità storica e proprio ad essa dobbiamo fare riferimento anche noi per capire i fatti meccanici, i delitti, gli assassini, il terrorismo.
È necessario rifarsi alla cultura, alle abitudini, al modo di essere ed io mi sforzo, modestamente, non dico di spiegarvi, ma di aiutarvi a capire la complessità dell'intera tematica. Prendiamo un aspetto fra i più ripugnanti dell'Islam attuale: la condizione della donna.
Non tutte le donne musulmane sono schiave del rigorismo wahabita dell'Arabia Saudita, oppure dell'Afghanistan dei foschi Talibani.
Tra parentesi, poi, questi famosi Talibani, di cui tanto si parla, sono una delle settantasette sette del Pakistan e questi Talibani, cioè studenti, sono degli analfabeti e degli ignoranti. Partono da una visione manichea delle cose, brutale. Quello che non è presente nel Corano non vale. Ci sono le televisioni nel Corano? No, la televisione non è presente, allora fucilazione in piazza delle televisioni. È detto nel Corano che la donna deve avere il volto scoperto, può andare a scuola, può studiare? No, non c'è. Allora per le donne burqa e a casa. Tutto questo è spaventoso, se ci pensate.
Tuttavia, anche negli altri Paesi islamici la condizione della donna non è molto diversa e non c'è dunque motivo per demonizzare questo disgraziato Paese chiamato Afghanistan. In ogni caso la donna rimane una cosa di "serie B" e una società dove la donna è emarginata non è una società, potremmo dire, equilibrata.
Ora il paradosso è questo: la femmina è nulla proprio nei Paesi più ortodossi, quelli che anelano ad essere maggiormente in sintonia con i dettami del Profeta Maometto. Citerò una frase illuminante: "Vedo con sdegno donne intente a tingersi i capelli per apparire bionde, si vergognano della loro patria e vorrebbero essere nate in Germania o nelle Gallie". A parlare così non è un rigorista, precursore dell'Islam, ma Tertulliano, uno dei grandi teologici cristiani d'Africa (155-220 d.C.). "Dieci secoli più tardi queste parole si attagliano perfettamente all'islamismo più retrogrado", scrive oggi, vale a dire nel 1994, Zechitur nel suo famoso libro sul velo, stampato da Hachette.
Insomma l'antifemminismo per esprimersi non ha dovuto attendere Igli Ihbr Tahimam Maria e altri giuristi maschilisti dell'Islam, né gli zelanti wahabiti.
D'altra parte, se intendiamo parlare con franchezza, il declassamento della donna è nella Bibbia, è nel Talmud, in San Paolo, in S. Agostino, in Lutero, nei migliori autori cristiani, ed ecco che nel settimo secolo dell'era cristiana, quando ancora la nostra Chiesa dubita se le donne abbiano o non abbiano l'anima, l'esplosione dell'Islam rivoluziona l'universo femminino. Riesce difficile crederci, sembra un fatto bizzarro della storia ma è così.
Maometto nasce nel cuore di una società violenta, agnostica, adoratrice di centinaia e centinaia di idoli, maschilista, una società in cui le figlie femmine sono bocche inutili, d'uopo dunque, eliminarle, seppellendole vive.
La donna esce da una simile condizione infame all'interno di una società così articolata solo quando è madre.
Tuttavia, l'estrema attenzione rivolta alla verginità, alla vigilanza sulla situazione comportamentale degli sposi in quanto gli sposi sono garanzia della purezza, del sangue, dell'onore del clan e della tribù non è una specificità pre-islamica dell'Arabia infelix, è piuttosto tipica dell'antropologia mediterranea che segna le tre religioni monoteiste.
Paradossalmente è la rivelazione dell'Islam, la profezia di Maometto, il suo Corano-parola, a spezzare la catena della schiavitù. Incredibile davvero, ma è così.
Maometto proibisce l'uccisione delle bambine, considerate bocche inutili, ordina al marito di sopperire ai bisogni della moglie, destina alle donne una parte dell'eredità, anche se minuscola, di diritto, una vera e propria rivoluzione per quei tempi.
Non è finita. A chi rivela Maometto in prima battuta la sua visione dell'Arcangelo Gabriele e le sue parole: "Tu riceverai tramite la mia persona il verbo che detterà Dio"? Ad una donna, a sua moglie Khadigia. E tante donne sono al suo fianco, a fianco del Profeta in prima linea, nei momenti topici della sua vita. Donne per amore, donne per convenienza, donne per politica, ecc.. Egli ne avrà addirittura otto dopo la morte di Khadigia, sua prima moglie e più anziana di lui, alla quale però rimane fedele, essendo monogamo, come il vecchio re Feisal dell'Arabia Saudita.
Nel VII secolo, mille miglia distante dalla tradizione biblica, quando tutti si ostinano ad addossare alla femmina il peccato originale, Maometto cosa fa? Parifica la donna all'uomo e nella Sura IV (Sura vuol dire capitolo), lunga duecento versetti, intitolata proprio "Le donne", il paradiso viene promesso alle donne come agli uomini, così come gli stessi castighi, in caso di ipocrisia ovvero di idolatria, vengono promessi sia agli uomini che alle donne.
Di più, sempre di più, il Corano è affascinato dalla sessualità femminile.
Maometto non è una figura ascetica come Gesù Cristo, il peccato certamente non è assente nell'Islam, ma non viene imputato soltanto alla donna, ad Eva, bensì al diavolo ed alla capacità dell'uomo di compiere il male.
Oggi è diverso, ma se è vero che l'Islam che ci è stato tramandato, quello codificato dalla Shari'a è maschilista, è anche vero che la femmina viene esaltata dall'erotismo delle famose "Mille e una notte", con rispettosa ironia potremo addirittura qualificarlo come un libro di testo valido ancora oggi. E allora il fatto che una religione senz'altro riformista, perché Maometto è un riformista - una religione che ha conosciuto come conseguenza culturale l'età d'oro, ossia il tempo degli Abbassidi a Baghdad, dal secolo VIII al secolo XII, dei Fatimidi al Cairo, dal secolo X al secolo XI, l'epoca dell'Andalusia musulmana, della Scuola di Toledo, ecc. - possa essere divenuta oggi una religione-cultura senz'altro oscurantista, specchio di una società, diciamolo pure retrogada, rimane, francamente, un mistero.
Nella mia vita ho intervistato studiosi come Arcun, come Fuad Allam, come il grande Berc - che ho avuto la fortuna di conoscere - e tutti hanno condiviso con me la tesi che tutto ciò rimane un mistero, questa frattura rimane assolutamente inconcepibile.
Infinite sono le deviazioni dell'Islam attuale da quello maomettano. Prendiamo il caso del velo. Non si riesce a capire come sia diventato oggi una norma, perché dalla Hijab, che è il velo più semplice, si sia passati al Shador.
In realtà, il Corano raccomanda alle donne soltanto e soprattutto la modestia, dicendo: "La donna deve essere modesta" ed esorta all'uso del velo a protezione della gola, verosimilmente a difesa del vento del deserto. Non si riesce a capire come poi si arrivi al burqa. Tutto ciò rimane, lo ripeto, un mistero. C'è chi dice che in tarda età, Maometto divenuto geloso della sua giovanissima ultima sposa, per sottrarla agli sguardi concupiscenti dei maschi, le abbia imposto un velo da poggiare sul viso, sui capelli.
Si tratta, comunque, solo di dicerie. Certamente Maometto non promulgò leggi libertine, prescrisse costumi severi, incentrati sulla serietà del matrimonio, proprio per demolire un certo tipo di società immonda, afflitta dall'idolatria e dalla discriminazione.
Come ho già avuto modo di evidenziare, sono i califfi che hanno manipolato la modestia, la sacralità del matrimonio, il ruolo della famiglia, costringendo la donna al rango subalterno odierno. Insomma, sono i califfi che hanno, nel tempo, trasformato la tradizione in discriminazione. D'altra parte io non oso affermare, come fa qualche esperto, che una delle cause della decadenza del mondo islamico risieda nella manipolazione del Corano e della Sunna, manipolazione che ha creato una società anacronistica.
Si è fatto un gran dire quando il Presidente del Consiglio italiano si vuole abbia detto che la nostra civiltà, vale a dire quella giudaico-cristiana sia superiore alla società, alla cultura islamica. Probabilmente, è un'affermazione un po' forte, tuttavia io ritengo che, in verità, l'Islam attuale, insisto attuale, è un gradino più in basso della nostra cultura, del nostro essere uomo e del nostro vivere.
D'altra parte, se è vero che noi siamo regolati, per così dire, dal robusto "date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio", dobbiamo riconoscere che nei Paesi islamici - dai più rigorosi ai più aperti - nei fatti, il settore religioso, quello sociale e nazionale, come pure quello politico sono ritenuti un unicum indivisibile.
Schiavi psicologicamente del loro fulgido passato, gli islamici, anziché cercare di capire, rifiutano ogni propria responsabilità, addossando all'occidente cristiano la responsabilità del loro declino e dell'attuale stato di precarietà.
Questa è, forse, la chiave per comprendere l'odio di Osama, ed è questa, forse, la motivazione che ha spinto al neo-terrorismo islamico: la frustazione diventa odio e l'odio genera mostri come Osama.
Certamente nessuno nega le responsabilità del colonialismo e del neo-colonialismo. Non facciamo che batterci il petto per questo, ma è anche vero che i nostri fratelli islamici non ci aiutano ad aiutarli.
Detto questo bisognerà pensare di cambiare strada. Quando questa guerra - dalla quale non è improbabile nascano altre guerre - cesserà bisognerà adoperarsi a sostenere gli sforzi di quegli intellettuali e uomini di governo islamici che vogliono, auspicano una rilettura del Corano con gli occhi e la mente del presente.
Vi ho parlato con estrema franchezza perché possiate, in qualche modo, rendervi conto come questa campagna terroristica sia stata scatenata da un miliardario assassino, un uomo che si è fatto ricco facendo il costruttore edile in Arabia Saudita, un uomo che ha voluto camuffare in religione la propria profonda frustrazione. In altre parole, commetteremo un errore, peccando di presunzione, se addossassimo quanto è accaduto, dallo "stupro" di Manhattan ai precedenti attentati nello Yemen, ad una forma di fanatismo religioso.
Si tratta di problemi personali. Osama Bin Laden è stato snobbato dalla famiglia saudita per motivi che non conosciamo, pare che sia anche entrato in contrasto con l'ex capo dei servizi segreti sauditi e sia stato costretto ad andare via, allora si è inventato che i soldati americani profanano quello che può essere considerato il Vaticano del mondo arabo, cioé l'Arabia Saudita.
Al riguardo, ricordo che tempo fa, parlando con un principe saudita, educato in America, un uomo straordinario, gli chiesi se gli sembrasse giusto che a Roma ci fosse la più bella moschea del mondo mentre se i cristiani vengono presi a pregare nei Paesi islamici, passano l'anima dei guai. Egli rispose chiedendo, a sua volta, se fossi in grado di immaginare una bella moschea costruita all'interno della Città del Vaticano. Il principe sosteneva, in altre parole, che l'Arabia Saudita può essere considerata il Vaticano del mondo islamico. Posso trovarmi d'accordo con siffatta teoria, ma allora perché gli altri Paesi tengono il medesimo atteggiamento?

D'altra parte è opportuno ricordare che il tanto bistrattato Gheddafi ci permette di pregare nelle Chiese di S. Francesco. Anzi, proprio Gheddafi, il primo inascoltato, anni fa chiese all'Interpol un mandato di cattura per Osama Bin Laden. Non solo, il bistrattato Gheddafi, ritenuto da qualcuno un personaggio lunatico, un beduino autodidatta, ha delle illuminazioni. Quando la Siria concedeva ai sovietici ogni agevolazione nel porto di Attachia per i sommergibili atomici, non ha ceduto neanche un centimetro delle tremila miglia di costa mediterranea. Quando una volta gli chiesi perché se la prendesse sempre con noi italiani, disse che con gli italiani aveva a che fare e che con loro se la prendeva, dovendo fare un po' di demagogia e dovendo badare al proprio Paese. Mi disse anche, una volta, di odiare i russi - mercanti fino all'ultima piastra - perché gli avevano venduto ferri vecchi.

Ho voluto citare tali dialoghi, apparentemente lontani dalle argomentazioni che stiamo affrontando, per prendere le distanze da certa pubblicistica troppo semplicistica, troppo ingenua, troppo approssimativa: i personaggi bisogna studiarli per quello che sono.
Adesso, per esempio, si è fatto un gran dire a proposito delle liste che gli arabi sauditi non vogliono fornire. Gli americani hanno protestato a non finire, la CIA e l'FBI, presi in contropiede dallo "stupro" di Manhattan, adesso urlano e gridano.
Secondo me, a poco a poco, sapendoli prendere, rispettandoli nella loro cultura, anche se anacronistica, ma conoscendo bene il loro modo di agire, possiamo ritenere che gli arabi sauditi, tramite il loro famoso ambasciatore a Washington - amico di tutti e più americano che saudita - possano raccogliere un bel po' di documenti.
Voglio dire, in altri termini, che non è con l'invettiva, con la propaganda, con la minaccia di stermini e di invasioni di musulmani "assatanati", che si possono risolvere i problemi.
Si tratta piuttosto di un lavoro delicato di intelligence che, partendo dall'acquisizione di dati strutturali della società, quindi culturali, consenta in primo luogo di giungere a scoprire elementi importanti della questione e, procedendo con metodiche adeguate, permetta di debellare definitivamente il terrorismo, oggi di matrice islamica e domani, forse, pan-sovietica o cinese.


Signor Direttore, Autorità, Funzionari, Ufficiali,
consentitemi di rivolgere innanzitutto i miei complimenti al nuovo Direttore del SISDe, Prefetto Mario Mori, ringraziandolo per quanto ha già fatto nelle prime settimane del suo incarico e per quanto realizzerà animato da una serietà di intenti che traspare dalla sua storia personale e dal contenuto del suo sintetico ed efficace intervento odierno.
Un intervento tutto proiettato ad adeguare la struttura del Servizio alle attuali minacce, indirizzato a valorizzare il potenziale delle risorse umane a disposizione, orientato a uno sforzo complessivo di riposizionamento del ruolo del SISDe nella comunità di intelligence nazionale e internazionale, in un ambito di chiari rapporti collaborativi con le forze e le agenzie di polizia.
Condivido il quadro da lui tracciato, lo esorto a porre in essere ogni passo necessario per un processo puntuale di rivisitazione dell'organizzazione, di acquisizione dall'esterno di nuove e mirate energie professionali da far interagire in tempi rapidi con esistenti e preziose risorse interne, di rinnovamento teso ad accreditare la cultura dei risultati attraverso un'indispensabile azione formativa affidata alla Scuola che oggi inaugura il suo anno accademico e rafforza la sua tradizione di essere un valore aggiunto in grado di sollecitare un salto di qualità nel conseguimento degli obiettivi.
Ciò in un settore delicato per la vita e per le istituzioni democratiche del nostro Paese e in un momento storico difficile per gli Stati e le comunità mondiali a causa di avvenimenti drammaticamente contrassegnati dalla violenza del terrorismo che attenta alla sicurezza dei cittadini anche più inermi e al sereno svolgersi della loro vita quotidiana.
Del resto gli scenari evocati poco fa dalla brillante prolusione del dottor Igor Man - al quale sinceramente esprimo la mia gratitudine per aver accettato questo impegno che onora l'Amministrazione dell'Interno e il SISDe - evidenziano i rischi concreti di una situazione ricca di minacce, di incertezze, di complessità immaginabili ma non immaginate al livello della loro manifestazione, di inadeguatezze ma anche di una fiera e coraggiosa capacità e volontà di reazione e di risposta nei confronti di una realtà oggettiva che sembrerebbe prefigurare il nuovo secolo appena iniziato, come altri hanno affermato, come il secolo della insicurezza.
Mi auguro che così non sia, ma abbiamo il dovere con le nostre intelligenze e i nostri comportamenti di compiere tutto il possibile al fine di garantire adeguate condizioni di sicurezza e di tutelare così le libertà democratiche.
In questo - l'ho ricordato pochi giorni fa e non mi stanco di ripeterlo - sento viva la missione del dicastero affidato alla mia cura politica, di essere sempre più ministero delle garanzie impegnato a produrre sicurezza per consentire a ogni cittadino l'esercizio dei diritti civili e delle libertà costituzionalmente riconosciute.
Questo va ancora più sentito - e lo avverto in maniera significativa - quando la sicurezza in gioco è quella dello Stato e riguarda l'essenza stessa della nostra Repubblica e della nostra democrazia, quando la sicurezza in gioco è quella dell'Occidente aggredito dal terrorismo integralista islamico e da forme di antimondialismo che tentano di saldare il terrorismo internazionale con i movimenti antagonisti di sinistra e di destra.
Gli scenari internazionali inevitabilmente producono ripercussioni sul piano interno soprattutto con riferimento al territorio nazionale, che viene privilegiato come campo di azione dell'estremismo religioso, e con riguardo alle reti finanziarie delle organizzazioni terroristiche.
Sono gli stessi scenari, del resto, che imprimono una preoccupante accelerazione alle progettualità e alle iniziative delle stesse aree extraparlamentari da sempre impegnate contro il "capitalismo" e contro la NATO.
Né è priva di fondamento la tesi secondo cui la delicatezza della situazione potrebbe avvantaggiare il crescere dell'altra grande minaccia, quella derivante dall'attacco del crimine organizzato, così abile nello sfruttare gli spazi di azione che possono aprirsi quando le strutture di intelligence e di polizia vengono investite e caricate di oneri maggiori, dinanzi a minacce valutate più gravi, che possono imporre scelte di priorità e di un diverso impiego di risorse.
Di fronte a tutto ciò i Servizi di informazione per la sicurezza sono chiamati a un compito di elevato spessore istituzionale. Essi devono essere, in tempo utile, efficienti nel fornire al Governo, per il tramite delle loro analisi informative, gli elementi necessari per adottare - come Lei ha ricordato Prefetto Mori - le misure in grado di proteggere la comunità nazionale, difendendo così preventivamente la democrazia repubblicana.
Il buon funzionamento degli apparati di intelligence è quindi strumentale al conseguimento di un bene essenziale senza il quale la comunità verrebbe aggredita e posta in pericolo senza prospettive di sopravvivenza e di futuro.
Da qui la necessità e l'urgenza di intensificare ogni attività info-operativa e di analisi sul fronte del terrorismo e dell'eversione politica e criminale, di dotare di nuovi strumenti gli operatori del settore, di reperire nuove risorse anche finanziarie per potenziare l'azione dei Servizi.
Da qui l'impegno del Governo di valorizzare l'intelligence e gli uomini e le donne che per essa lavorano al servizio del Paese e dei suoi cittadini.
L'inaugurazione dell'anno accademico della Scuola del SISDe costituisce tradizionalmente per il Ministro dell'Interno, da cui il Servizio dipende, l'occasione per indicare le linee organizzative e operative di propria competenza che servano a rendere più concreta l'attuazione della politica generale di sicurezza dello Stato la cui responsabilità risale al Presidente del Consiglio dei Ministri. Ed è contestualmente pure l'occasione per esprimere il proprio pensiero su talune questioni dell'intelligence e, in particolare, per svolgere qualche ponderata riflessione su quella che ormai da tempo viene semplicemente definita come la "riforma dei Servizi".
So con quanta attenzione la comunità dell'intelligence nazionale ha seguito e segue questo articolato dibattito sulla riforma e quanto interesse vi sia anche nelle comunità di intelligence degli altri Paesi alleati ed amici.
Quanto dirò non è forse, per alcuni che mi ascoltano, un dire cose nuove perché ho dichiarato questi miei convincimenti in sede di Comitato parlamentare di controllo - il cui Presidente, On. Bianco, ringrazio per la Sua sensibile presenza e la Sua sagace opera di mediazione delle varie posizioni emerse in quella sede.
Ora, peraltro, che lo stesso Comitato si è espresso con uno specifico documento di indirizzo, mi riesce più agevole esporre il mio pensiero, confortato dalla condivisione, da me molto apprezzata, di intenti e di metodo con il Collega Frattini il quale è stato, in virtù della Sua pregressa e significativa esperienza, tra gli uomini politici più attenti al tema della riforma e più intenzionati a sollecitarla non soltanto a livello di speculazione dottrinale, ma soprattutto sul piano della sua effettiva concretizzazione.
Da quando ho assunto l'incarico di Ministro dell'Interno mi è stata sempre ben chiara l'esigenza di coniugare l'elaborazione di una efficace politica della sicurezza con la predisposizione di strumenti idonei a contrastare le minacce interne ed esterne allo Stato. Sono stato altresì altrettanto convinto dell'importanza di una riforma del sistema concernente la "sicurezza dello Stato" e gli Organismi di intelligence.
E tuttavia proprio l'attuale scenario internazionale e i rischi a questo connessi di tenuta interna e di capacità reattiva del Paese mi hanno persuaso che non è oggi opportuno un approccio radicale come quello disegnato nelle varie proposte formulate anche sotto l'incalzare dell'emergenza.
C'è la probabilità, infatti, che progetti innovativi di grande impatto possano, in un momento così segnato dalla violenza del terrorismo islamico, tradursi in posizioni troppo avanzate per gli apparati e produttive solo di fasi critiche dovute a un inevitabile necessario rodaggio.
In effetti, mentre si moltiplicano le preoccupazioni di nuovi possibili attacchi contro obiettivi sensibili, l'eventualità di trovarsi a gestire Servizi, la cui organizzazione per qualche tempo si troverebbe in uno stato di sperimentazione certamente non rispondente alle eccezionali evenienze, porta ragionevolmente a ritenere più utile e conveniente operare sul consolidamento delle attuali strutture, rafforzandone le potenzialità operative e riconfermando così i centri di imputazione di responsabilità ai vari livelli, incluso quello politico, proprio per evitare un inaccettabile indebolimento degli apparati.
In questo ambito è venuto progressivamente a formarsi un convincimento comune nella maggioranza e nell'opposizione di Governo, a limitare a pochi ed essenziali profili la riforma.
Tra questi desidero evidenziare per la sua importanza il tema delle cosiddette "garanzie funzionali". La loro previsione colmerà una lacuna che pone oggettivamente l'attività dei Servizi nella incertezza giuridica, ai confini cioè di una legalità astrattamente giustificata dal solo fine, ma sovente formalmente illecita e ritenuta, di conseguenza, penalmente perseguibile. Cosa che, evidentemente, finisce con il limitare la gamma delle potenzialità di un'attività soprattutto nelle situazioni in cui maggiore è il bisogno di ricorrere alle azioni non convenzionali che una esemplare pronuncia della Corte Costituzionale definì negli anni settanta "oltre la frontiera della legge comune".
Vi sono quindi esigenze di chiarezza che raccomandano di prevedere una speciale causa di giustificazione in relazione a condotte autorizzate, comunque non offensive di beni essenziali garantiti dalla nostra Costituzione.
Lo "spazio lecito" va ovviamente riequilibrato con meccanismi di controllo più pregnanti in grado di assicurare che la liceità sia conseguenza di una valutazione di bilanciamento tra l'interesse della sicurezza dello Stato e il bene da sacrificare, sempre nel rispetto del principio di proporzionalità.
Ho voluto espressamente fare riferimento al tema delle garanzie funzionali, consapevole che ad esso sono connesse altre questioni come i rapporti con l'Autorità giudiziaria, l'uso di documenti di copertura e l'esercizio di attività simulate. Sono convinto, al tempo stesso, che questo tema sia strettamente collegato al livello dei risultati ottenibili e alle responsabilità degli operatori ai quali oggi, in particolare, intendo rivolgermi per un apprezzamento del loro impegno e per una viva esortazione a migliorare la qualità del prodotto informativo in modo che i cittadini abbiano l'esatta percezione della utilità di un Servizio di informazioni per la sicurezza.
Si è detto in passato più volte che una delle difficoltà per una compiuta attività di intelligence era data dalla insufficiente legittimazione politica dei Servizi.
Posso assicurarvi che il Governo è pienamente consapevole dell'utilità dell'intelligence, dell'indispensabile funzione che essa svolge, del valore che l'intelligence possiede nella difesa della democrazia e del Paese.
Con ciò il Governo intende legittimare politicamente il vostro ruolo e la vostra attività pretendendo che da tale legittimazione ne consegua ulteriore efficienza ed efficacia operativa nonché risultati sempre più apprezzabili dalla pubblica opinione.
Spero che quest'ultima, progressivamente, faccia emergere una nuova cultura nei confronti del mondo dell'intelligence, che rifugga da schemi pregiudiziali e da suggestioni facili e ancori il proprio giudizio a valutazioni compiute sul livello delle acquisizioni informative per quello che esse hanno potuto produrre in termini di tutela della sicurezza della Repubblica e dei suoi cittadini.
Sono venuto per l'inaugurazione dell'anno accademico della Scuola e prima di dichiararlo aperto desidero nuovamente evidenziare l'importanza della formazione e dei luoghi in cui tale formazione, iniziale e permanente, avviene.
Al Direttore della Scuola esprimo quindi il mio auspicio affinché curi costantemente il valore che la formazione può produrre.
Dichiaro, ora, formalmente aperto l'anno accademico della Scuola del SISDe, grato per l'attenzione e con i complimenti per la cura con cui è stata organizzata questa semplice ma pregnante cerimonia.


(1) Igor MAN, L'Islam dall'a alla zeta, Ed. Garzanti, Milano, 2001, pag. 101.

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