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Per Aspera Ad Veritatem n.2
La multinazionale del crimine

Gen. C.A. Sergio SIRACUSA - Direttore del SISMi




La legge n. 410 del 1991, nel riconoscere alla criminalità organizzata il ruolo di minaccia delle istituzioni dello Stato, ha affidato ai Servizi di intelligence il compito di fornire il quadro informativo (all'interno e all'estero) agli organi di Polizia. In tale quadro al SISMi è affidato il ruolo e la responsabilità di fornire agli organi di Polizia giudiziaria il quadro informativo estero e dei collegamenti della criminalità organizzata nazionale con le criminalità organizzate degli altri paesi. Di seguito saranno prese in esame le più recenti sfide della criminalità organizzata negli spazi internazionali, alla ricerca di nuove e remunerative forme di delitto.
Il fenomeno del crimine organizzato ha superato da tempo i confini dei singoli Stati, acquisendo connotazioni internazionali e capacità di agire in qualsiasi punto del globo, sino ad assumere la forma di un'autentica minaccia per la società. Ciò che caratterizza l'attività macro-criminale è infatti il rapido accumulo di risorse dovuto alla abnorme sproporzione tra i bassi costi di gestione e gli altissimi redditi. Ne deriva la necessità di reimpiego dei capitali accumulati che inevitabilmente conduce ad una infiltrazione sempre più consistente del crimine associato nel tessuto finanziario ed economico della società. Questa accentuata contiguità tra il crimine e gli ambienti economico-finanziari non resta però confinata ai paesi più vulnerabili. Le attività che costituiscono la base più solida dell'azienda del crimine: il traffico di droga, il commercio clandestino di armi, spesso in commistione tra loro e in vario modo interconnessi con i terrorismi locali ed internazionali, per la loro stessa natura acquistano peso e rilevanza se attuati in àmbito interstatale. L'espansione dei gruppi criminali diviene così una scelta operativa forzata, con un raggio di azione che comprende l'intera comunità degli Stati.
Non sono, tuttavia, solo la ormai acquisita e consolidata dimensione transnazionale e la capacità di mimetizzazione e di infiltrazione a caratterizzare la grande criminalità organizzata. Essa si pone come fine prioritario il profitto finanziario e si giova di una accentuata flessibilità sia nella scelta degli obiettivi e delle zone di espansione della sua attività, sia nel modus operandi. Questa attitudine a porre in essere attività criminose, che si presentano del tutto innovative rispetto a quelle tradizionali, quali l'eco-criminalità, il traffico di materiale sensibile, o che costituiscono una forma più complessa o più raffinata delle stesse, ad esempio le droghe sintetiche o lo sfruttamento dei grandi flussi migratori, rappresenta la sfida più recente della criminalità negli spazi internazionali.
Il termine Ecomafie ha una accezione duale, in quanto individua il ruolo della criminalità organizzata nei fenomeni di degrado e di illegalità ambientale e inoltre l'attitudine, palesata da tutte le varie organizzazioni mafiose, ad inserirsi come ideologie imprenditoriali nel business di carattere ambientale a cominciare da quello dei rifiuti. Le Ecomafie, insomma, si presentano sempre con lo stesso volto: quello di una imprenditoria che penetra a fondo il tessuto economico e si garantisce, in virtù degli affari realizzati, una sostanziale impunità. I risultati per la collettività e l'ambiente sono devastanti. Al degrado civile si somma il saccheggio delle risorse ambientali. Nell'humus di risorse economiche rilevanti, destinate ad attivare le opere pubbliche necessarie a colmare i deficit infrastrutturali di intere regioni, è cresciuta una illegalità diffusa e articolata con ramificazioni ed evoluzioni direttamente proporzionali ai vari sodalizi della criminalità organizzata.


Quanto emerge in Italia trova crescenti riscontri in analoghe situazioni presenti nei vari Paesi dell'Est europeo, nei Paesi africani in via di sviluppo, nel centro e nel sud America, ove gli appalti diventano spesso appannaggio di imprese macrocriminali con l'uso spregiudicato della corruzione o con il racket dell'estorsione. La raccolta e lo smaltimento di rifiuti urbani e, soprattutto, di quelli di origine industriale, rappresentano ormai uno dei settori privilegiati dalle organizzazioni criminali per le loro attività di riciclaggio di denaro sporco e, soprattutto, di acquisizione di nuovi settori di economia legale. Si tratta di una duplice presenza criminale con devastanti conseguenze di carattere ambientale. I clan mafiosi, infatti, si occupano, in forma pressoché monopolistica, dei servizi di raccolta e smistamento di rifiuti industriali, tossici, nocivi in molti Paesi, a livello globale, dai Paesi industrializzati verso i Paesi in via di sviluppo. Due sono gli aspetti specifici caratterizzanti le cosiddette Ecomafie: un elevato livello di imprenditorialità criminale, che ne fa uno degli anelli di congiunzione tra economia legale ed economia illegale; e la sostanziale impunità di cui godono per il combinarsi di controlli amministrativi a volte inesistenti e della spesso scarsa efficacia delle sanzioni previste. Insomma, la criminalità organizzata ha individuato nella tutela del territorio l'anello più debole della normativa internazionale e dei singoli Paesi ed in questo buco nero - fatto di case abusive, di discariche per rifiuti solidi urbani e per rifiuti ospedalieri, di case e quartieri costruiti al di fuori di qualsiasi regolamento urbanistico - si è inserita per sfruttare al meglio l'incapacità mostrata dagli Stati nel difendere il patrimonio naturale e l'ecosistema.
Al fine di contrastare questo circolo criminale rappresentato dalla sinergica combinazione tra degrado ambientale e degrado sociale e civile, occorrerà il potenziamento delle strutture di controllo sull'ambiente, la rigorosa applicazione delle sanzioni a chi viola le norme in materia e, soprattutto, un monitoraggio, ad ampio spettro internazionale, delle attività criminali in questo settore, raccordato ad un concreto impegno normativo, finanziario, sempre - si ribadisce - su scala internazionale.
Un accenno al traffico di materiale sensibile.
Il recente sequestro in una cittadina ungherese di 18 chili di uranio - materiale altamente radioattivo - con la conseguente disarticolazione di una rete di trafficanti internazionali operanti in Italia, Slovacchia ed Ungheria, ha riportato ancora una volta l'attenzione dei mass media sulla pericolosità di tale minaccia incombente a livello mondiale. Il materiale strategico è infatti un pericolo non solo per la sua eventuale utilizzazione da parte di Paesi considerati a rischio - solo ad esempio: l'Iran -, ma anche perché la sola casuale o incontrollata dispersione nell'ambiente o lo stesso incauto uso possono costituire un danno enorme per la salute pubblica e la sicurezza ambientale.


Ancora maggiore appare la minaccia ove si consideri possibile l'utilizzo di materiale sensibile da parte di organizzazioni criminali con connotazioni terroristiche o razzistiche o religiose o fanatiche, come dimostrano i recenti episodi accaduti in Giappone.
Sin dal 1989 si sono diffuse, sempre più intensamente, voci su un vero e proprio traffico di prodotti nucleari in Russia, iniziato dopo il crollo del muro di Berlino. A questo business sarebbero interessati gruppi terroristici e criminali europei e di alcuni Paesi del Terzo Mondo i quali, aggirando l'embargo sul materiale fissile, avrebbero trovato una nuova strada di riciclaggio di denaro sporco che consente l'investimento di ingenti capitali. A fronte di poche azioni giudiziarie in corso nel mondo per il traffico di materiale radioattivo, va rilevato che, oggettivamente, anche il lento ritiro delle truppe russe di stanza in Germania, iniziato nel 1991, ha aperto nuovi orizzonti ai professionisti dell'economia sommersa, alla criminalità organizzata, alle consorterie criminali necessitate a reperire sempre nuovi spazi per investire gli ingenti capitali e le risorse finanziarie extralegali realizzate.
Nell'attuale situazione strategica internazionale, non esistendo più il rigido sistema bipolare, tipico della guerra fredda, va emergendo un nuovo mondo internazionale di tipo multipolare, che induce i Paesi medi a preoccuparsi più direttamente e al di là di ogni ragionevole dire della propria sicurezza. In questa zona grigia si incuneano le organizzazioni criminali in grado, attraverso operazioni di ingegneria societaria, di investire capitali per l'acquisizione di materiale e di fornire una rete di intermediari per la distribuzione dello stesso e, altresì, per immagazzinare quantitativi di componentistica di armamento e di materiale sensibile in quelle aree caratterizzate da particolari situazioni di instabilità regionale, quali alcune parti dell'Europa, Africa o Medio Oriente.
Le grandi organizzazioni criminali sono in grado di infiltrare gli intermediari finanziari operanti nel settore dell'acquisto di armi e di materiale sensibile. In questo settore, in definitiva, in cui si intrecciano traffici internazionali, operazioni finanziarie sospette ed ingenti interessi economici, i casi sempre più ricorrenti di implicazioni mafiose devono suscitare allarme e preoccupazione perché sono sintomatici di un vero e proprio trend adottato dalle organizzazioni criminali, sempre alla ricerca di penetrare inesplorati ma lucrosi mercati.


Con questo termine si intende l'utilizzo da parte di trafficanti internazionali di stupefacenti di militanti già impegnati in organizzazioni armate e l'attività, su scala internazionale, di smercio di droga da parte di formazioni combattenti.
L'uccisione del giornalista Miguel Dodias Uname, celebre per il suo reportage sul narcotraffico latino-americano, la battaglia tra l'esercito cinese e le truppe di narcotrafficanti del triangolo d'oro, le bombe fatte esplodere a Nizza, nella zona del nuovo Caia, nel marzo del 1993, e quelle della primavera-estate dello stesso anno in Italia sono, come molti altri, episodi esemplificativi di questo nuovo volto della criminalità organizzata internazionale. Tali episodi rivelano la mutazione ormai in atto nella maggior parte delle organizzazioni mafiose operanti su scala transnazionale e soprattutto nel cosiddetto Terzo Mondo. Questa mutazione implica importanti conseguenze economiche e strategiche per il mondo sviluppato, ove si consideri che numerosi ed inquietanti sintomi si manifestano, in modo evidente, nelle grandi metropoli, con i cartelli criminali che hanno i mezzi per far assassinare i rari giornalisti disposti a denunziare traffici e crimini. Nelle aree confinanti con il «triangolo d'oro» e con la «mezzaluna d'oro» gli Stati impegnati a contrastare i narcotrafficanti devono ingaggiare vere e proprie battaglie militari contro i signori della droga.
Nel mondo esistono, ormai, estensioni geografiche in cui nessuno Stato riesce, di fatto, ad imporre alcuna legge. Le sostanze stupefacenti prodotte in queste zone procurano ogni anno enormi mezzi finanziari ai trafficanti, con cifre dell'ordine di centinaia ed a volte di migliaia di miliardi. Queste somme hanno trasformato talune bande in superpotenze criminali, da Cosa Nostra italo-americana ai cartelli colombiani, alle cosiddette mafie russe e alle triadi cinesi, in grado di realizzare veri e propri atti di guerra, potenti al punto da proporsi come anti-Stato. Tale criminalità, in effetti, si colloca su un nuovo piano, ai limiti della guerriglia, mescolando traffico di narcotici, terrorismo, macrocriminalità mafiosa e finanziaria.
La distinzione tradizionale tra la criminalità politica e quella comune si va affievolendo. Paradossalmente, come si è già detto, era un potente asettico stabilizzatore dell'ordine internazionale interstatale. Il rapido dissolvimento di forzate relazioni di interdipendenza, il venir meno delle strette regole stabilite per assicurare un equilibrio nella conseguente instabilità delle relazioni internazionali, sono all'origine delle mutazioni che subiscono le guerriglie e le organizzazioni criminali. In tale contesto sembra attirare la riflessione degli addetti ai lavori un fattore, per molti aspetti paradossale, quale quello presente nei processi di democratizzazione.
L'aggravamento dei fenomeni di corruzione e di narcotraffico per la liberazione selvaggia dei mercati, che stimola necessità finanziarie valicanti le fonti lecite dei finanziamenti, e il cambiamento dell'ordine mondiale pongono, inoltre, gravi problemi di adattamento agli apparati di sicurezza e di difesa di alcuni Paesi, privati dei punti di riferimento usuali negli ultimi quarant'anni.
Le nuove minacce non sono più strettamente militari.


Proprio l'intelligence è costretta a considerare come soggetti strategici attori non statuali, violenti che, fino a poco tempo fa, venivano considerati oggetto di interesse delle sole forze di Polizia. Contestualmente organizzazioni dotate di capacità stragiste di grande potenza finanziaria conquistano sempre nuovi terreni, gruppi politico-militari di tipo guerrigliero o milizie o signori della guerra tessono inedite alleanze, tentano nuovi pericolosi legami con il crimine organizzato in Asia centrale, in America Latina, in Medio Oriente. Questi gruppi, grazie alla convergenza dei fattori socio-culturali, alla domanda del mercato illecito e alla riduzione dei dogmi ideologici, finanziano la loro lotta con il narcotraffico: finita la guerra fredda, gli attori politico-militari del vecchio ordine hanno dovuto adattarsi o sparire. In conclusione, «superpotenze» criminali di oggi (mafia italo-americana, cartelli colombiani) e di domani (cartelli dell'Asia centrale e bande metropolitane) e, alla periferia del mondo, guerriglie in fase di decomposizione - tutte entità diverse come origine e come obiettivi - hanno un comune denominatore. Tutte hanno subìto l'effetto violento dell'enorme flusso dei narco-dollari e vivono in dipendenza del danaro ricavabile dalla droga.
Nell'ultimo decennio numerosi Paesi hanno intensificato i controlli sul traffico di sostanze chimiche, ossia di quelle materie di larghissimo impiego in molteplici lavorazioni industriali lecite che sono indispensabili come reagenti o come solventi nei processi di trasformazione o raffinazione delle droghe.
La collaborazione internazionale è stata ampliata per tentare di frenare il flusso di tali sostanze verso le organizzazioni criminali transnazionali che dispongono di attrezzati e numerosi laboratori clandestini. I trafficanti di stupefacenti hanno nel contempo modificato le procedure per contrabbandare le sostanze chimiche di base. Nel quadro delle dinamiche evolutive del traffico internazionale di stupefacenti dobbiamo constatare che le droghe naturali costituiscono adesso solo una parte del panorama mondiale degli stupefacenti. Si sta diffondendo infatti in modo allarmante il consumo delle cosiddette droghe chimiche o sintetiche. Negli ultimi cinque anni i paesi occidentali hanno potuto registrare un trend positivo di tossicodipendenti consumatori regolari di "ecstasy" o della gemella «eve». Tali sostanze stimolanti dalle proprietà allucinogene stanno infatti invadendo la Spagna, la Germania, l'Olanda e in parte anche l'Italia. Tra le cause della trasformazione dei consumi di stupefacenti appare determinante l'ingresso dell'ex blocco sovietico all'inizio degli anni '80 nel mercato internazionale delle droghe. Le organizzazioni criminali di questi paesi, infatti, valutarono l'alternativa tra incentivare la coltivazione di piante, quindi droghe naturali, o approfittare dell'obsoleto apparato chimico-industriale per produrre droghe di sintesi. La seconda soluzione apparve più vantaggiosa, anche perché i singoli componenti chimici non erano sottoposti a nessun reale controllo e, d'altro canto, numerosissimi qualificati professionisti privi di occupazione erano disposti a prestare la loro opera.


Alla luce di quanto sopra, si può affermare che, mentre da un lato il problema della dispersione chimica ha registrato un aumento dell'attenzione internazionale a livello politico ed operativo, pur se permangono gravi lacune nel sistema di controllo, dall'altro lato, verso tale settore altamente remunerativo per i bassissimi costi di produzione si sono diretti e si vanno dirigendo sempre maggiori investimenti da parte della criminalità nazionale che ha individuato in esso una nuova e più proficua fonte di reddito.
In questo quadro meritano qualche cenno l'immigrazione clandestina e il traffico delle persone. Si ritiene che dalle 250 mila alle 350 mila persone provenienti dall'Asia e dall'Europa dell'Est emigrino irregolarmente verso l'Europa occidentale; oltre la metà degli immigrati viene gestita da organizzazioni criminali transnazionali che da qualche tempo, dato il basso costo ed il cospicuo profitto, hanno inserito nel proprio campo d'azione l'organizzazione e lo sfruttamento del bisogno di migrazione e l'ulteriore indotto derivante dalle successive attività illecite, in particolare prostituzione, droga, mercato illegale del lavoro. In Italia, le presenze clandestine sono stimate attorno alle 300 mila unità, una stima forse per difetto, anche se è quasi impossibile conoscere la reale entità degli immigrati irregolari, proprio perché entrati clandestinamente o scivolati in questa condizione a causa della scadenza del permesso di soggiorno. In Europa e nel mondo la minaccia di un indiscriminato spostamento di masse provenienti dai Paesi poveri appare di significativa valenza, sia per la sua entità, sia per le ormai comprovate connessioni tra le comunità di immigrati e le strutture criminali, spesso a connotazione interetnica e transnazionale, talora tipica espressione della criminalità organizzata locale.
Efficienti e ramificate organizzazioni di vario tipo, facendo leva sulla disperazione e sulla spinta ad emigrare di larghi strati di popolazioni sottosviluppate, lucrano cifre esorbitanti per agevolare l'ingresso nei paesi considerati di facile accoglienza o di proficuo inserimento. La gestione dell'immigrazione clandestina rappresenta, inoltre, il mezzo attraverso cui si esercita, da parte delle organizzazioni criminali, uno stretto controllo delle comunità insediatesi illegalmente, sfruttate quale fertile terreno di reclutamento di forze-lavoro a costi irrisori e di manovalanza criminale. Reiterati e significativi risultano i coinvolgimenti dei cittadini dell'ex Jugoslavia, albanesi, cinesi, dell'area maghrebina, curdi, pakistani, dell'area sub sahariana, in traffici illeciti di sostanze stupefacenti, armi, sfruttamento della prostituzione, nella organizzazione della stessa immigrazione clandestina.
In concreto le organizzazioni criminali, presenti anche nei paesi di transito, provvedono a reperire passaporti falsi, falsificare i passaporti autentici rubati, contraffare i visti di ingresso, organizzare il viaggio e inserire e gestire i clandestini in attività spesso illecite.
In conclusione, il fenomeno dei movimenti di popolazione è determinato da cause demografiche, economiche, politiche e sociali. I paesi sviluppati, che stanno quasi per esaurire le opzioni politiche e legislative praticabili - nell'ambito della propria sovranità - per contenere l'afflusso dei cittadini stranieri, dovranno in prospettiva orientarsi ad una modifica del proprio assetto legislativo per curare la impenetrabilità giuridica, almeno, dei propri confini.
Resta il fatto che, qualunque misura venga adottata, ciò che urge è spezzare il legame con i sodalizi criminali che utilizzano gli immigrati in guisa di un nuovo, inesauribile vivaio di manodopera da usare, all'occorrenza, come emissaria nei paesi d'origine e fonte di guadagno facilmente gestibile.


(*) Da "Capaci - Quanto tempo fa" supplemento a cronache Parlamentari Siciliane n. 7 luglio 1995.
testo tratto dall'intervento del Generale C.A. Sergio Siracusa al congresso "Capaci - Quanto tempo fa?", svoltosi a Palermo il 19, 20 e 21 maggio 1995.

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