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Per Aspera Ad Veritatem n.15
In favore dell'ingresso della Gran Bretagna nell'euro

Giulio TREMONTI




Premessa
Permettetemi di iniziare con un caveat e con un'assunzione.
Il caveat. Cercherò di inserire la mia perorazione in uno scenario non gotico e non sadico. Non sono Mefistofele. Non cerco di comprare le vostre anime, pagandole in euro. Non sono un demone. In particolare, non sono un demone operativo in Germania (un "Kombinat", questo, che sarebbe francamente imbarazzante in questa sede). Non soffro di "auri sacra fames", l'ossessione freudiana per il denaro, tipica dei banchieri (inclusi, tra questi, i banchieri centrali).
L'assunzione. Non credo che sia rilevante, nell'economia di questo dibattito, discutere in termini di breve periodo, e/o di prendere in considerazione le (attuali) asincronie tra economia inglese ed economia europea continentale. Infatti, qui il problema è se la Gran Bretagna entra nell'euro, non quando.
In generale, assumiamo che l'esperimento funzioni: che l'euro sopravviva. Si tratta di un'assunzione razionale, per due ragioni essenziali: non ci sono alternative, non ci sono nemici. Non ci sono alternative. La fine dell'euro causerebbe infatti una crisi economica e sociale di proporzioni immense ed insostenibili. La forza dell'euro sta (tra l'altro) nel solo fatto della sua esistenza. I costi di conservazione dell'euro sono largamente inferiori ai costi di estinzione. Abbiamo bruciato i ponti alle nostre spalle.
Non ci sono nemici: ragionando in termini "globali", l'euro produce (produrrà) effetti economici positivi, senza produrre effetti politici negativi. Per cominciare, l'euro è uno strumento finanziario capace di rendere più efficiente, flessibile, stabile il mercato finanziario internazionale. In specie, l'euro funziona con efficienza come strumento anti-shock. Tanto contro gli shock regionali (Russia, Asia, Sud America), quanto contro gli shock settoriali (petrolio, materie prime).
Nel breve-medio termine, l'euro non è (non sarà) comunque una seconda moneta, rispetto al dollaro. E' (sarà) piuttosto solo la moneta che viene dopo il dollaro. In specie, per molto tempo l'euro è (sarà) poco più di un sostituto dello yen: una specie di "super-yen" e/o di "big-yen". Certamente, per la sua consistenza, uno strumento molto più efficiente dello yen.
Di riflesso, con questa configurazione, l'euro non riduce il potere politico globale degli USA, almeno nel medio andare (un tempo lungo, dal punto di vista politico).
E' su queste basi che si può passare ad analizzare il caso oggetto di questo dibattito: "the Great Britain versus the euro".

1. Le ragioni economiche, in favore dell'ingresso della Gran Bretagna nell'euro
L'euro conviene, tanto all'industria quanto alla finanza della Gran Bretagna.

1.1. L'euro conviene all'industria della Gran Bretagna
Gli effetti dell'euro non sono limitati al dominio dell'economia monetaria, ma estesi al dominio dell'economia reale, su cui l'euro produce un fortissimo effetto di razionalizzazione.
Il mercato europeo è attualmente caratterizzato da forti distorsioni nazionali. Le possibilità di esemplificare a questo proposito sono considerevoli.
Le industrie automobilistica, farmaceutica, del trasporto aereo, dell'informatica, etc. agiscono ancora "nazionalmente". I "margini" variano enormemente, sui diversi mercati nazionali, per lo stesso prodotto. Ad esempio, il prezzo di uno stesso modello di automobile è determinato nazionalmente e varia "per country" anche del 30% (tasse escluse). La trasparenza dei prezzi introdotta dall'euro produrrà un fortissimo impatto sui prezzi, armonizzandoli e causando - di riflesso - una fortissima accelerazione "across borders" nella ristrutturazione dei processi produttivi e delle filiere distributive.
In specie, le industrie attive all'interno del nuovo mercato saranno costrette a riorganizzarsi (via fusioni, acquisizioni, etc.) e, per questa via, ad essere sempre più competitive, tra di loro, ed attrattive per gli investitori esteri. Per contro, le industrie che operano (restano) fuori dall' "euro zone" saranno spiazzate.

1.2. L'euro conviene alla finanza della Gran Bretagna
è evidente che l'euro produce il suo impatto più forte sull'industria finanziaria, per cui il denaro è la materia prima basica. In generale, sono prevedibili processi di riorganizzazione e di conversione, tanto di processo quanto di prodotto: chiusura di "dealing rooms", concentrazione di "back offices", domanda crescente di prodotti e servizi denominati in euro.
E' in questo contesto che si pone, in particolare, il problema della "leadership" della City di Londra come capitale finanziaria. Il centro del potere monetario si è spostato a Francoforte. Potere ed informazione si autoalimentano. Il potere è informazione, l'informazione è potere. Il "know-how" non può essere monopolizzato. La tecnologia è "federale". Appena dopo il suo lancio, l'euro ha già prodotto:
- l'Eurex (Francoforte), in competizione con il Liffe (Londra);
- l'Euribor (Francoforte), in competizione con l'Eurolabor (Londra).
La permanenza della Gran Bretagna fuori dall'euro non produce solo tendenze "scioviniste". Genera un incremento della competizione finanziaria. Solo l'ingresso della Gran Bretagna nell'euro può preservare il predominio della City di Londra.

2. Le ragioni politiche in favore dell'ingresso della Gran Bretagna nell'euro
Ci sono (almeno) sei ragioni politiche, in favore dell'ingresso della Gran Bretagna nell'euro. Ragioni che possono essere articolate come segue:
a) è una storia politica lunga almeno mezzo secolo. La storia del mercato comune europeo comincia infatti nel 1950. Nel 1950, il carbone e l'acciaio, uniti nella Comunità europea del carbone e dell'acciaio, erano simboli politici forti almeno quanto ora è la moneta. La Gran Bretagna ha sempre avuto un ruolo sostanziale nel processo di costruzione delle istituzioni europee. Le sue "varianti" sono sempre state solo pure "timing differences".
La Gran Bretagna è già parte della struttura sostanziale del mercato europeo. La moneta comune europea è solo una sovrastruttura;
b) per anni, l'euro sarà più una "currency" che una "policy". In particolare, in questa prima fase, la configurazione dell'euro è qualcosa di politicamente "low profile". Un test empirico: sulle banconote denominate in euro, non ci sono simboli politici, storici, culturali. Non ci sono spade, aratri, Cervantes, Goethe, Racine, Dante. Ci sono strade, ponti, viadotti.
L'enfasi politica sull'euro c'è stata. Ma è stata soprattutto "machiavellica". I governi europei continentali hanno infatti enfatizzato politicamente l'euro, ma soprattutto per fare e giustificare politiche interne rigorose, con l'alibi e/o sotto la pressione del vincolo "esterno".
Il ruolo politico dell'euro è dunque stato soprattutto strumentale. Il leggendario parametro del "3%" significa infatti, essenzialmente: meno Stato, più mercato; meno pubblico, più privato.
Certamente permangono fattori di crisi, all'interno del modello economico europeo continentale. Ma gestibili.
Il primo fattore di crisi si sviluppa come segue. La "formula politica" del Trattato di Maastricht era: inflazione - governi conservatori. Ora il "set" si è rovesciato: deflazione - governi laburisti. Ma il "Patto di stabilità" è forte. E le politiche socialiste non sono radicali. Ciò che brilla, nelle teste dei Primi Ministri europei continentali sono infatti, più dei cervelli, le tinture per capelli.
Il secondo fattore di crisi è evidente nel fatto che l'Europa è un continente in cui il costo del capitale è basso, il costo del lavoro è alto; in cui il capitale è deregolamentato, mentre il lavoro è regolamentato (ad esempio, le 35 ore francesi). In questo contesto, se ci fosse domanda (attualmente non c'è domanda, a causa delle crisi in Russia, Asia, Sud America), il capitale a basso costo sarebbe utilizzato per finanziare investimenti in macchine a bassa intensità di lavoro o all'estero, dove il lavoro costa poco ed è deregolamentato. Ma nulla impedisce ed anzi tutto spinge, in Europa, verso una riduzione delle vecchie ossificate strutture del "Welfare-State" e verso una "rivoluzione legale": un nuovo "from status to contract", meno "contrat sociale" e più "contrat privé";
c) è vero che con l'eliminazione dei differenziali di cambio, di inflazione e di interesse, cresce il ruolo strategico dei differenziali fiscali. Ma è anche vero che la formula un mercato-una moneta non postula necessariamente una imposta. In ogni caso, non postula un'imposta alta e/o un'imposta decisa dirigisticamente da Bruxelles.
La tendenza a ridurre i differenziali fiscali è una tendenza naturale. Sul mercato, anche la fiscalità è infatti una "commodity". Ed un mercato efficiente tende a livellarne il "costo", spingendo la tassazione verso un "benchmark" posizionato in basso. E' vero che, nel continente, c'è una tendenza politica contro questo processo: si scrive "armonizzazione", ma si intende conservazione degli attuali alti livelli di tassazione. Ma è anche vero che la struttura costituzionale europea garantisce a tutti gli Stati membri un decisivo potere di voto-veto sulle politiche fiscali. Sulle materie ancestrali (l'acqua, le tasse) il sistema è infatti, e resta, tolemaico e non copernicano. Giusto o sbagliato che sia, dal punto di vista morale o politico, costituzionalmente ogni Stato europeo ruota, e può continuare a ruotare, sull'asse della sua originaria sovranità fiscale. Non è solo questione di "egoismo" fiscale. E' anche un assetto coerente con la filosofia politica del Trattato di Maastricht: la riduzione del peso statale;
d) il vostro inno nazionale contiene le parole: "difendici dai nemici". Il rischio è finito, perché è finito il "romanticismo". Al "romanticismo" ha fatto seguito il "consumismo". Il "consumismo" non è certo tutto positivo. Ma la sua diffusione su scala di massa ha spazzato via l'infernale "cocktail" di inni, leggende, miti, stati maggiori, che ha insanguinato la prima parte di questo secolo;
e) non drammatizziamo. L'euro è solo una moneta. La moneta è un prodotto obsoleto. Il ciclo storico della moneta va dal metallo alla carta, dalla carta alla plastica, dalla plastica all'immateriale. La moneta sta perdendo la sua struttura e funzione originaria. Le banche sono sempre più simili a banche dati. Le banche dati sono sempre più simili a banche. La moneta sta diventando un segno, esploso nell'universo dei circuiti elettronici.
In un mondo dematerializzato, la moneta è un servizio, il servizio è moneta, prodotta fuori dal dominio degli Stati. La struttura e la matrice dei valori stanno cambiando vertiginosamente. E con questo cambiano la natura e la funzione della moneta. In un futuro (prossimo), la magnitudine degli impulsi e la velocità dei flussi di dati competeranno con la moneta, nella rappresentazione e nella misurazione della ricchezza. Ma questa è forse pura filosofia;
f) in Tocqueville si legge che ci sono fasi storiche in cui: "il vecchio mondo è finito, il nuovo mondo non è ancora iniziato". Viviamo in una fase simile.
L'Europa politica non è un nuovo super-Stato. E' una entità politica ancora da inventare, con una struttura che sarà probabilmente simile a quella del Sacro Romano Impero (che, per la verità, non era né sacro né romano). Ciascuno Stato può dunque mettere, nell'unione europea, tutto ciò che vuole, come vuole, quando vuole. L'Europa non è un prodotto politico ma un processo politico, ancora in corso e del tutto aperto.

3. Conclusione
L'euro è nell'interesse economico e politico della Gran Bretagna. E' nell'interesse dell'industria e della finanza britanniche. E' nell'interesse politico britannico. Attualmente i contenuti politici dell'euro sono "low profile". Ma, in prospettiva, il profilo salirà. La velocità e la intensità del processo dipendono comunque dai partecipanti. E, in questa partita, la Gran Bretagna può giocare il ruolo che vuole. Il vostro Paese ha in realtà davanti a sé quattro opzioni:
a) realizzare la formula "glocal". Un forte fondamento locale, con sopra niente, se non il mondo. Così realizzando l'utopia post-moderna della società globale universale;
b) cadere nella "sindrome svizzera". Senza il supporto di una conveniente "joint-venture" con la criminalità;
c) rovesciare la sua storia, diventando una colonia americana;
d) essere coerente con la sua funzione storica.
Nell'età moderna, la Gran Bretagna è come Roma: ha esportato nel mondo, ed imposto al mondo, i suoi uomini, la sua lingua, la sua cultura, le sue leggi, i suoi valori civili.
Dateci dunque una parte della vostra anima e sarete l'anima di tutta l'Europa.


(*) Si tratta della "perorazione" fatta il 18 febbraio 1999 all' "Oxford Union" (la più antica e famosa "Debating Society" del mondo), in favore dell'ingresso della Gran Bretagna nell'euro.

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