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Per Aspera Ad Veritatem n.13
Disoccupazione, immigrazione e sicurezza dello stato

Sergio COFFERATI




Sono lieto dell'occasione che il Direttore del Servizio mi ha offerto per trattare in questo contesto un tema molto importante per un sindacalista. Penso che, oramai, il tema del lavoro, dell'occupazione o della disoccupazione - come per qualche realtà sarebbe più corretto dire - sia un argomento che coinvolge stati emotivi di segmenti importanti della popolazione e ne attrae l'attenzione perché rappresenta una sorta di priorità nel vivere civile di un Paese come il nostro. Al contempo ho la certezza che il problema abbia lo stesso peso e la stessa collocazione nella gerarchia delle questioni da risolvere per tanti altri Paesi del mondo e dell'Europa.
Come Segretario di un Sindacato desidero chiarire subito il nostro tipo di approccio alla tematica. Una prima considerazione che volevo fare a proposito di questi argomenti è questa: per la prima volta noi abbiamo, dopo tantissimi anni, un'occasione concreta - e di questo sono particolarmente convinto - per poter affrontare seriamente il problema disoccupazione e cercare di dargli una qualche, ravvicinata, concreta soluzione.
Ovviamente non penso ad una soluzione definitiva ma al verificarsi di ipotesi quantitative visibili, orientate e destinate soprattutto verso i territori più esposti, ipotesi in grado di creare anche le condizioni per un clima di fiducia, che spesso è mancato, nelle potenzialità del Paese.
E' noto, d'altro canto, che non siamo ancora per intero usciti da una fase terribile di difficoltà finanziaria ed economica cominciata all'inizio degli anni '90. Nel '92 questo Paese arrivò ad un passo dal tracollo finanziario e non casualmente, nell'autunno di quell'anno, il Governo in carica fu costretto a svalutare la moneta italiana del 30%.
Prima della svalutazione, il Sindacato aveva firmato un accordo limitativo delle sue stesse autonomie contrattuali, evento in sé eccezionale e per noi particolarmente doloroso: l'accordo del 31 luglio del '92, che anticipò quello per fortuna diverso e più favorevole del luglio successivo. Parlo chiaramente di un accordo molto sofferto, proprio perché aveva come contenuto la limitazione, sia pure temporanea, dell'autonomia contrattuale del sindacato.
Noi abbiamo rinunciato per un periodo di tempo stabilito ad avanzare richieste per ottenere miglioramenti relativamente alle condizioni di lavoro e di vita delle persone che rappresentiamo. L'una e l'altra cosa erano il segno di un dramma incombente ed evitato: di lì in avanti è cominciata la strada faticosa del risanamento e della riorganizzazione dell'assetto economico finanziario di questo Paese.
Il percorso, pur difficile, ci ha consentito di accedere insieme agli altri all'Europa comunitaria attraverso il rispetto dei parametri di Maastricht; tuttavia, cosa della quale si è poco ragionato, anche se Maastricht è stata una sorta di acceleratore esterno che ha comportato l'obbligatorietà di alcune scelte, il sistema economico italiano avrebbe comunque dovuto tentare la strada del risanamento. Infatti, se si voleva risalire la china lungo la quale eravamo precipitati all'inizio degli anni '90, bisognava per forza, a tappe programmate, ridimensionare il debito pubblico e gli interessi passivi al fine di creare, anche attraverso il calo consistente dell'inflazione, quelle condizioni di base in grado di offrire al sistema produttivo italiano un'occasione competitiva.
Maastricht o non Maastricht, i sacrifici sarebbero stati ugualmente necessari. L'obiettivo costituito da Maastricht e dai suoi parametri ha aiutato il nostro Paese a finalizzare quei sacrifici non soltanto al risanamento, ma anche all'ingresso in un consesso sovranazionale che oggi aiuta moltissimo l'economia italiana.
Se noi non fossimo entrati tra i primi nel sistema della moneta unica avremmo subìto danni pesantissimi in relazione alla congiuntura finanziaria internazionale di questi ultimi mesi. Presumo si sarebbe ripetuto, moltiplicato forse in modo esponenziale, l'effetto della svalutazione dell'autunno del '92, la moneta italiana sarebbe stata sottoposta a processi speculativi: fuori dall'Europa non saremmo stati protetti dall'ombrello dell'euro e avremmo pagato prezzi consistenti.
Vale la pena sottolineare come questi prezzi avrebbero penalizzato duramente, come appunto capitò nel '92, la parte più debole della società italiana, quella che ha nella sua pensione o nel salario l'unica risorsa di vita.
Il processo di risanamento, pur in larga parte alle nostre spalle, non è completato perché il debito italiano continua ad essere più alto rispetto a quello degli altri Paesi europei, abbiamo però recuperato gran parte dei parametri fondamentali che consentono ad un'economia di considerarsi sana e di poter crescere per competere in un mercato che, nel frattempo, è diventato molto più ampio di quello tradizionale.
Oggi il mercato "domestico" non è più il mercato nazionale ma è quello europeo e gran parte delle imprese italiane hanno come orizzonte addirittura il mercato globale. Il problema dell'occupazione diventa, per questa ragione, non più e non soltanto un problema nazionale, ma un problema sovranazionale, un problema di tutta l'Europa.
Il dato sul tasso di disoccupazione medio europeo è alto rispetto ai valori storici di molti dei Paesi europei, e non può essere considerato tranquillizzante; il fenomeno va pertanto ridimensionato ed è necessario che vengano messe in campo politiche espansive in grado di far crescere tutto il sistema produttivo europeo: è l'Europa che deve competere nel mercato globale, ed è illusorio immaginare che lo possa fare un solo Paese.
Insisto su questa crescita e su questa competizione perché l'occupazione in Europa e in Italia si potrà creare soltanto se il risanamento effettuato - anche attraverso la costruzione della moneta unica - riuscirà ad essere prodromico rispetto alla realizzazione di un profilo istituzionale e politico dell'Europa. A mio avviso infatti soltanto il verificarsi di questa seconda condizione potrà conferire alle imprese ed alle economie europee una posizione importante in un mercato mondiale.
Posto che le imprese e le economie sono chiamate, attraverso gli investimenti, a creare occupazione, il fondamento dell'occupazione è quindi l'espansione delle economie in un sistema che ha come chiave di volta gli investimenti che le stesse economie sono in grado di consentire alle imprese.
Personalmente non credo che una politica di redistribuzione dell'esistente possa rivelarsi decisiva per il futuro di milioni di persone, come si tende a far credere. Temi come quello della riduzione dell'orario di lavoro sono molto importanti e possono coadiuvare politiche espansive, ma non sono di per sé risolutivi.
Se un'economia non cresce, se non ci sono nuovi investimenti, non ci saranno le quote di nuovo lavoro necessarie ma, come dicevo, dopo tanto tempo abbiamo recuperato i parametri fondamentali, la nostra economia è in grado di svilupparsi e di dare risposte positive a tante aspettative.
Purtroppo viviamo in un Paese che ha recuperato solidità economica e tuttavia rischia di non utilizzarla al meglio, in virtù delle incertezze istituzionali e delle incertezze politiche.
La mancanza di stabilità è legata, a mio parere, alla realtà di un assetto istituzionale non adeguato e le tante difficoltà che le forze politiche hanno incontrato (e continuano ad incontrare) nel riorganizzarlo e riformarlo possono portare conseguenze negative, come quella di non poter cogliere al meglio gli effetti positivi del risanamento.
Comunque, restando nell'ambito che mi è proprio, ritengo che esistano condizioni nuove, diverse rispetto al passato; e che queste condizioni vadano utilizzate in Europa ed in Italia perché noi dobbiamo pretendere politiche espansive che coinvolgano tutti i Paesi dell'Europa comunitaria, anche se abbiamo problemi specifici che devono poi essere risolti con scelte adeguate, mirate a queste specificità.
Come è noto, il nostro è un Paese che ha molti tratti paradossali: se si pensa alla dimensione quantitativa della disoccupazione si arriva ad alcune conclusioni che sono, a volte, sorprendenti per chi non si è fermato a riflettere.
Il valore medio della disoccupazione italiana è in linea con quello europeo, è un valore alto, ma è costituito dalla somma algebrica di valori tra di loro molto distanti. Infatti, se da una parte in Italia abbiamo le province a più alta disoccupazione di tutta Europa, d'altra parte nei confini di questo stesso Paese abbiamo anche le province a più bassa disoccupazione di tutta Europa.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, sono nato in una provincia che conta oggi il 3,5% di disoccupazione. Si tratta dunque di una provincia che ha superato ampiamente la soglia della piena occupazione, che oggi gli economisti considerano aggirarsi intorno al valore del 6-7% di disoccupazione.
Noi abbiamo questo orizzonte differenziato, siamo un Paese "duale", per noi la crescita e lo sviluppo sono fondamentali anche ed in primo luogo per risolvere prioritariamente questa anomalia: abbiamo esigenze vistose di "riunificazione" del Paese.
Quando noi ragioniamo di lavoro, di occupazione non possiamo mai fare riferimento ai valori medi, perché sarebbe una distorsione terribile, si creerebbe un "effetto strabismo" dirompente. Occorre invece guardare con precisione a chi ci rivolgiamo e individuare politiche utili, specifiche e mirate rispetto ai soggetti destinatari dei relativi effetti.
Politiche di sviluppo, politiche espansive, politiche strutturali per l'occupazione abbisognano sempre di una grande attenzione in relazione ai temi della legalità e della sicurezza, non soltanto dello Stato ma anche dei singoli cittadini.
D'altra parte non è possibile - e costituirebbe anche questo un errore - scindere le politiche economiche dalle politiche per la legalità ed anche dalla costruzione faticosa, ad ampio raggio di una "cultura della legalità" che troppe volte manca.
Secondo il mio punto di vista, la possibilità di far crescere l'economia italiana, utilizzando i vantaggi che il risanamento ci ha offerto, deve focalizzarsi su due punti precisi: da un lato nella crescita quantitativa e qualitativa delle infrastrutture, dall'altro nella valorizzazione delle risorse umane.
Parlo di infrastrutture perché una parte non irrilevante della dualità del Paese, è dovuta - come si coglie senza grande bisogno di approfondimento - alla disponibilità assai difforme di infrastrutture che differenzia il Nord dal Sud; intendo tutte le infrastrutture, da quelle elementari come le strade, i porti, le ferrovie, a quelle più sofisticate quali sono le infrastrutture per i nuovi linguaggi e per le nuove tecnologie, dalla telematica alle varie forme di trasmissione dell'immagine, del suono e dei dati.
Sono dicotomie pesanti per il sistema produttivo ed al contempo sono anche condizioni che portano una parte delle persone ad un vivere civile di qualità non adeguata; è evidente che quando mancano le infrastrutture è difficile per un imprenditore investire ed ottenere un ritorno adeguato dal proprio investimento, ed è altrettanto difficile per le persone vivere dignitosamente.
Pensiamo, ad esempio, ai tempi di trasferimento da un posto all'altro che sono ancora - inevitabilmente - quelli propri di tante aree meridionali: non v'è bisogno di scomodare le grandi analisi sociologiche per individuare quale incidenza questo dato possa avere sui comportamenti di massa, sulla fiducia e sulle aspettative delle persone che vivono in quei territori.
Allora, in primo luogo, c'è bisogno di infrastrutture. Tuttavia, tale dicotomia interna non è il solo ostacolo da abbattere per creare lavoro e occupazione in un Paese come il nostro. Altri elementi di penalizzazione dell'economia sono il carattere farraginoso della Pubblica Amministrazione, qualche volta l'eccesso di burocrazia, ed al contempo la mancanza di legalità presente in alcune aree, che oggettivamente penalizza il sistema produttivo.
Abbiamo deciso di concentrare la richiesta di interventi da parte dello Stato sul tema infrastrutturale perché consideriamo questo una priorità.
Infrastrutture in quantità e in qualità adeguate anche per le aree deboli proprio perché queste devono essere poste nelle condizioni di utilizzare anche le tecnologie più sofisticate. Sarebbe, infatti, un errore approcciare il tema delle infrastrutture per il Mezzogiorno cominciando o, per meglio dire, restando alle infrastrutture di base come strade, ferrovie, o porti.
Allo stesso tempo c'è un altro problema che va affrontato perché decisivo per la stessa capacità competitiva del sistema imprenditoriale italiano e vitale per le infrastrutture di alto livello che utilizzano nuove tecnologie e nuovi linguaggi: il problema delle risorse umane.
Un Paese che ha poche risorse naturali, che non dispone di materie prime di valore, deve fare grande affidamento, addirittura deve fare una scommessa su una risorsa che, come è storicamente dimostrato, identifica la capacità, l'intelligenza, la cultura delle persone, delle donne e degli uomini che vivono in quel Paese.
Le risorse umane non sono particolarmente valorizzate nel nostro Paese, le attività formative, la capacità attrattiva della Scuola sono, non casualmente, un problema serio e irrisolto in Italia. Il nostro sistema produttivo, soprattutto se vuole accettare la sfida della qualità, ha bisogno di creare condizioni ideali per l'ambiente economico nel quale investire, ma ha bisogno anche di persone formate, capaci sul piano professionale, in grado di gestire attività produttive particolarmente innovative o caratterizzate da una presenza forte di linguaggi tecnologici nuovi.
Purtroppo la Scuola italiana non ha ancora approcciato seriamente il tema della riforma di alcuni livelli di istruzione, e manca da noi un sistema formativo degno di questo nome.
Al riguardo, l'accordo che abbiamo raggiunto prima di Natale ha introdotto novità importanti come l'obbligo formativo fino a 18 anni e le quote di formazione. Occorre peraltro adeguare le risorse per rendere praticabile la formazione per l'intera vita lavorativa delle persone. I ragazzi della generazione di oggi, quelli che entrano nel mondo del lavoro, con gli elementi di conoscenza di cui dispongono non avranno una vita lavorativa lunga, avranno bisogno di aggiornarsi, di formarsi sistematicamente nel corso dei decenni nei quali saranno chiamati a lavorare.
Per la generazione precedente alla mia il problema era in verità meno acuto, con quel che si imparava a scuola si poteva lavorare per lungo tempo, senza bisogno di un aggiornamento forte come quello invece del quale necessitano i ragazzi di oggi.
Per la mia generazione c'è un rischio incombente, enorme; i decenni passati sono stati gestiti e governati senza particolari problemi sul piano formativo, gli strumenti disponibili erano già sufficienti, ma oggi non è più così. Il fenomeno sociale più circoscritto, ma oggi più pericoloso, è l'espulsione dei quarantacinque-cinquantenni dal mondo del lavoro e la difficoltà a rientrare nel mercato da parte di persone che, non avendo a disposizione un'occasione formativa, rischiano di diventare preda di forme spurie e non protette di lavoro, o peggio ancora rischiano di costituire un problema sociale che viene poi risolto attraverso i vari tipi di assistenza che generano gli squilibri che tutti conosciamo. Per questo ritengo fondamentale e decisiva una formazione permanente e costante nell'arco dell'intera vita delle persone.
Nell'affrontare seriamente il tema delle infrastrutture ci si imbatte immediatamente in un bisogno fortissimo di legalità. Una parte consistente della criminalità organizzata guarda agli investimenti come occasione di condizionamento e di penetrazione malavitosa ed è per questo motivo che, mentre non bisogna arretrare di fronte ad una esigenza vitale per molte realtà meridionali, è nel contempo necessario avere anche nuovi strumenti che consentano la verifica costante, sistematica della legalità, allo scopo di soddisfare il bisogno di sicurezza che avvertono gli operatori economici ed anche le persone che lavorano.
Da parte nostra abbiamo chiesto al Governo, ottenendo alla fine una risposta positiva, che strumenti nuovi come i patti territoriali e i contratti d'area - sono gli strumenti con i quali si destinano alle aree più deboli forme di flessibilità contrattata - siano accompagnati da patti per la legalità. Abbiamo chiesto che si agisca sulla sfera economica, ma anche che si garantiscano condizioni di sicurezza.
Abbiamo ritenuto prioritaria questa esigenza sulla base di molteplici e semplici considerazioni: è sufficiente guardare quel che è capitato ad una realtà dinamica ed importante come il porto di Gioia Tauro per arrivare subito a conclusioni precise. Lí la presenza della malavita organizzata è stata violenta, ha tentato un condizionamento totale e, forse, ha anche realizzato un condizionamento di una parte delle attività economiche.
è mia convinzione che la ripresa di molte realtà meridionali abbia necessariamente bisogno di interventi di carattere economico e contemporaneamente della garanzia che tutto questo possa avvenire nella massima legalità e trasparenza.
D'altro canto, quando non c'è sicurezza e quando manca la legalità è inevitabile che si crei un circuito perverso in quanto la mancanza di legalità è contemporaneamente causa ed effetto della mancata crescita economica: una proposizione valida anche se letta all'opposto.
Per questo credo non si debba mai ragionare del prima e del dopo, ma si debba, con tutte le forze possibili, tentare di agire contemporaneamente sui due versanti che sono così oggettivamente e strettamente connessi.
Vi ho parlato dei bisogni che riguardano il lavoro nuovo, della costruzione delle condizioni per l'ambiente economico e degli investimenti necessari per creare occupazione, soprattutto nel Mezzogiorno, quindi di una politica delle infrastrutture che è già una politica di per sé in grado di creare lavoro. Soprattutto questa politica crea le condizioni di ambiente che consentono poi gli investimenti diffusi, quelli delle imprese private. Una politica infrastrutturale compete prioritariamente allo Stato che d'altra parte in tal modo crea, svolgendo una funzione corretta, le condizioni perché poi i privati possano investire e, attraverso gli investimenti, si possano creare le quote di lavoro necessarie.
Le politiche strutturali, gli interventi nel loro complesso, le politiche degli orari, le politiche per la formazione sono politiche importanti ma complementari allo sviluppo, alla crescita ed agli investimenti.
Tuttavia contestualmente abbiamo un altro tema importante da affrontare, soprattutto nel Mezzogiorno ma non solo lì, ed anche questo tema incrocia i problemi della legalità e della sicurezza, il problema del "lavoro nero".
Al riguardo occorre tener presente fin dall'inizio che siamo di fronte ad una tipologia profondamente diversa per quel che riguarda il Nord e quel che riguarda il Sud. Nel Nord-Italia le attività fuori dalle norme contrattuali o da quelle di legge sono tante. Si stima - non ci sono altro che stime non elementi certi - che il nostro Paese abbia oltre 4 milioni e mezzo di posizioni irregolari, una metà abbondante delle quali è collocabile al Nord. Intendo riferirmi a persone, come quelle della mia provincia, che hanno un lavoro stabile e che svolgono poi un lavoro aggiuntivo, qualche volta poi addirittura due attività.
Si tratta di una pratica che va conosciuta e repressa - uso questo termine un po' forte - ma non credo che si tratti di processi che possano essere considerati di qualche interesse sociale, sono soltanto forme distorsive della crescita economica. Tutt'altro ragionamento va fatto per il Mezzogiorno, anche perché la repressione di attività o comunque la riduzione stessa di queste attività nel Nord non crea scompensi sociali, perché le persone già possiedono comunque un reddito adeguato.
Nel Mezzogiorno il problema è radicalmente diverso: il "lavoro nero" è spesso l'unica occasione di reddito di tante persone o di intere famiglie. Per questo non è immaginabile un'attività repressiva in tal senso ed occorre avere grande conoscenza del fenomeno, procedendo a stimolare l'emersione di ciò che è sommerso per arrivare ad una sua regolarizzazione.
Il "lavoro nero" comporta, fra l'altro, la violazione dei diritti fondamentali delle persone che lavorano e l'alterazione dei meccanismi di competizione tra le imprese, poiché chi non rispetta leggi e contratti gode di condizioni vantaggiose sul piano competitivo. Per questa ragione tale tematica costituisce terreno di iniziativa comune sia delle organizzazioni sindacali che delle associazioni imprenditoriali, oltre che del Governo.
Al riguardo si sono fatti passi in avanti significativi individuando strumenti come i "contratti di emersione", cui dovranno aggiungersi da parte del Governo vantaggi per le aziende, con il risanamento del pregresso sul piano contributivo e fiscale, che non comporta la cancellazione degli obblighi ma una programmazione, una gradualità nel pervenire al rispetto degli obblighi che prima erano stati disattesi. Occorre a questo punto evidenziare che dietro il fenomeno del "lavoro nero" si nasconde, spesso, un fenomeno terribile come quello dello sfruttamento dei minori, che è poi una parte spesso consistente del "lavoro nero".
Servono per questo politiche di stimolo, politiche premiali che favoriscano l'emersione ed, al contempo, anche forme di controllo in grado di colpire i fenomeni negativi cui ci troviamo di fronte. Si tratta di politiche molto importanti per il Mezzogiorno, in primo luogo perché la regolarizzazione garantisce un consolidamento di attività preesistenti.
Quando si dice che nel Mezzogiorno la disoccupazione è superiore al 20%, si afferma qualcosa di giusto ma contemporaneamente di inesatto, perché questo dato si riferisce alla "disoccupazione formale", che, in verità, si discosta dalla "disoccupazione reale", i cui dati sono certamente più bassi a causa del fenomeno diffuso del "lavoro nero".
Diversamente non si spiegherebbe la coesione che esiste oggi in molte aree meridionali, ed esisterebbero al contrario tensioni e problemi rilevantissimi di difficile gestione. Tuttavia anche in questo caso si incrocia subito, ancora una volta, il tema della sicurezza e della legalità: senza politiche mirate alla regolarizzazione di quello che viene gestito fuori dai contratti si creano il brodo di cultura in cui prospera la criminalità organizzata e le condizioni di povertà materiale che, sommate alla povertà culturale, finiscono con il dare vantaggio a chi vuole agire fuori dalle leggi dello Stato.
A questa somma di temi si è aggiunto, in tempi recenti, il problema ugualmente delicato dell'immigrazione, anzi per qualche verso ancora più delicato perché i processi migratori non soltanto accentuano i problemi legati alla sfera economica ed i temi della coesione sociale, ma introducono anche altri aspetti, non marginali, come quelli dei rapporti tra le persone indigene - chi è nato e vive sul territorio - e le persone che, provenendo da Paesi lontani ed appartenendo ad etnie portatrici di culture e religioni diverse, vogliono insediarsi su quel territorio.
Il processo che ci porta verso una società multietnica è un processo irreversibile che ha anche tanti tratti positivi, ma che ha bisogno di essere, al fine ed a conclusione di un processo positivo, governato con strumenti legislativi di carattere sovranazionale e nazionale e con la messa in campo di tante politiche orientate nella stessa direzione. D'altro canto, se l'Europa e l'Italia vogliono mantenere gli attuali livelli di ricchezza, alla luce di un banale ma durissimo dato come quello dell'andamento demografico, non possono far altro che aprirsi alla presenza stabile di persone che sono nate e provengono da altri Paesi.
E' inimmaginabile che la nostra ricchezza possa perdurare a lungo, al di là dei problemi su come questa ricchezza viene redistribuita tra le classi sociali - parlo dei valori generali - se gli italiani fossero prigionieri di una idea di protezionismo.
Gli italiani non sono in condizioni oggettive di poter mantenere gli standards quantitativi e qualitativi di vita di cui oggi godono. Per questo servono altre persone ed è tuttavia importante che l'arrivo di queste persone avvenga sulla base di regole. Molti passi sono stati fatti verso la direzione giusta: è importante applicare le leggi ma è, credo, altrettanto importante una forma di programmazione dei flussi migratori e, contemporaneamente, la messa in campo di politiche per l'accoglimento e l'inclusione di chi arriva nel nostro Paese.
Tali politiche, in verità, non possono riguardare soltanto gli immigrati, devono tenere conto anche degli italiani, perché non bisogna mai dimenticare che anche noi siamo prigionieri di un fenomeno, forse meno acuto che in altri Paesi del mondo ma non irrilevante, come quello della crescita della povertà.
Ci troviamo, infatti, in una società che tende ad accentuare le distanze, dove non c'è più la netta suddivisione in classi sociali dell'inizio degli anni '50, ma si registra con facilità una differenza tra condizioni di vita e di reddito di milioni di persone, ed in tal senso non si può ignorare il fatto che siamo in presenza di una quota di cittadini italiani poveri. Ci troviamo davanti ad un fenomeno che ha caratterizzato negativamente una società come quella americana e che noi non abbiamo mai conosciuto, come quello della povertà da lavoro. Si tratta dei "lavoratori poveri", finora sconosciuti alla nostra cultura in cui alla parola povertà si è sempre accompagnata l'idea di mancanza di lavoro.
Oggi non è più così: ci sono persone che lavorano e ugualmente non riescono a superare la soglia del minimo vitale. Le indagini dicono che si tratta nella stragrande maggioranza di donne, di persone con scarsa professionalità e che, per questa ragione, sono condannate a restare perennemente in questo circuito, non riuscendo ad emergere da questa condizione. E' un fenomeno quantitativamente ancora ridotto, ma è una spia della quale tenere conto prima che diventi un problema di tale consistenza da non essere più gestibile anche sul piano delle dinamiche sociali.
Per questo le politiche per le inclusioni e la lotta contro la povertà non riguardano soltanto coloro che vengono da lontano, ma devono riguardare anche noi. Per chi viene da lontano devono essere previsti flussi governati, politiche di accoglienza e la ricerca di tutti gli strumenti in grado di favorire l'inserimento in attività produttive.
Non vi nascondo che sono preoccupato anche dall'insorgere di fenomeni di razzismo in alcune aree del Paese, addirittura con atteggiamenti autolesionisti da parte degli italiani residenti, con forme di ostilità verso lo straniero, che evidenziano spesso aspetti fortemente irrazionali. Qualcuno non si rende conto che se in alcune aree si dovesse mettere in pratica quanto voluto dagli estremisti, la "cacciata dello straniero" porterebbe, già oggi, al disastro economico considerato che molte attività produttive del mitico Nord-Est sono tali esattamente perché svolte da persone che non sono nate lì.
Al di là degli effetti materiali è preoccupante l'insorgere di un atteggiamento negativo di repulsione verso chi ha una pelle dal colore diverso, verso chi è portatore di una cultura, di una religione diversa dalla nostra. Ritengo che questo sia un problema molto serio, da affrontare con pacatezza ma senza indugio, anche da parte delle organizzazioni sindacali, che devono sforzarsi affinché non prendano corpo associazioni di idee che facciano coincidere la mancanza di sicurezza con la presenza di immigrati o l'emarginazione con il pericolo. Si tratta, infatti, di equazioni sbagliate, di accostamenti impropri.
Per evitare che tali idee prendano corpo occorre che lo Stato metta in campo politiche concrete per garantire la sicurezza nel territorio, la sicurezza ai cittadini e, di conseguenza, la sicurezza dello Stato in senso lato. Si tratta di individuare una politica efficace, di controllo e monitoraggio del territorio attraverso il coordinamento tra le varie forze, a cominciare dalle Forze dell'Ordine, che hanno un compito precipuo in tal senso. Si tratta di politiche tanto più utili ed efficaci quanto più sono accompagnate anche da politiche che combattano l'emarginazione e l'esclusione.
Anche qui non credo esista nessun vantaggio, nessuna utilità nel separare i due temi: ignorare che esiste un problema delicato di sicurezza in tante aree urbane ed in tanti territori sarebbe sciocco e pericoloso. Tuttavia non credo che i problemi legati alla sicurezza si possano affrontare e risolvere bene soltanto agendo sul terreno circoscritto della prevenzione, quando questa è possibile, e della repressione, quando si presenta necessaria. Occorre invece che le politiche sociali siano un pochino più consistenti di quanto non siano state in tante circostanze.
Ritengo che le problematiche che ho elencato, sia pur in forma molto sintetica posta l'ampiezza del tema, identifichino i punti fondamentali da affrontare e risolvere se si vuole ottenere coesione sociale e se si vuole far sì che le generazioni più giovani abbiano una prospettiva di serenità.
La mancanza di stabilità, la mancanza di certezze, finisce col provocare, anche nelle singole persone, comportamenti individuali che poi possono tradursi in comportamenti di massa non positivi: una persona insicura è una persona oggettivamente esposta al condizionamento di altri.
Sarebbe sciocco da parte mia, che sono per cultura e per abitudine un gradualista, indicare o rivendicare soluzioni risolutive rapide, che non sono nell'ordine delle cose disponibili. E' però importante non considerare la variabile tempo come irrilevante al fine degli obiettivi che grandi organizzazioni di massa, come il Sindacato, si pongono.
La gradualità presuppone avanzamenti ed il conseguimento di obiettivi anche quantitativi che si possono vedere. Per questo credo che la funzione fondamentale di chi governa o ci governerà nel futuro - noi possiamo soltanto stimolare, sollecitare - nella difficilissima strada del risanamento sia quella di dare risposte visibili su problemi fondamentali quali quelli della disoccupazione e dell'immigrazione, senza dimenticare che la mancata soluzione di questi interrogativi può generare insicurezza diffusa a livello sociale.
Al riguardo occorre realizzare risultati visibili ed in tempi brevi, soprattutto per quel che concerne la soluzione del problema della coesione a livello sociale - una questione che ritengo molto più importante di quanto si immagini anche per la soluzione di tanti altri problemi - anche perché ciò significa garantire migliori risorse. Con una maggiore coesione sociale si affronta meglio il problema del lavoro e della sicurezza, senza coesione oggettivamente la ricerca della sicurezza, sia quella dei singoli cittadini che quella di uno Stato, è molto molto più difficile.
Se mi consentite la forzatura, senza coesione sociale sarebbe difficilissimo il nostro lavoro ma anche quello dell'intelligence non sarebbe sicuramente semplice.


(*) Conferenza tenuta dal Dott. Sergio Cofferati, Segretario Generale della CGIL, il 18/02/1999 presso il SISDe.

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