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Per Aspera Ad Veritatem n.13
Intervista a Piero Luigi Vigna

Il ruolo della Direzione Nazionale Antimafia nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata



D. Quali sono state le cause, o le concause, che hanno portato alla formulazione di leggi specifiche per la lotta alle organizzazioni criminali mafiose?

R. Il delitto di associazione di tipo mafioso è stato introdotto nel nostro ordinamento nel settembre del 1982, ed è mia convinzione che una spinta decisiva si sia prodotta all'indomani dell'omicidio del Generale Dalla Chiesa - che era stato preceduto dall'omicidio di Pio La Torre ad opera delle organizzazioni mafiose - con quegli improvvisi sussulti di attività legislativa della quale spesso il Parlamento non dà dimostrazione se non quando si manifestano situazioni estremamente critiche: il disegno di legge, che introduceva anche le misure di prevenzione patrimoniale, giaceva da lungo tempo all'esame del Parlamento. La molla che fece scattare la sua approvazione parlamentare fu appunto l'omicidio del Generale Dalla Chiesa e di sua moglie.
Benché, come dicevo, il delitto di associazione mafiosa sia previsto da una legge che risale al 1982, la mia convinzione è che lo Stato si sia strutturato per combattere tutta la criminalità organizzata, quindi anche quella mafiosa, in un anno molto successivo: il 1991. E' il 1991, infatti, un anno segnato da una serie di iniziative legislative mirate al contrasto della criminalità organizzata, anche sotto il profilo della creazione o modulazione di appositi organismi di repressione.
Questo anno vede, il 15 gennaio, l'emanazione di un decreto legge (1) , che poi viene convertito in legge, che disciplina per la prima volta l'istituto dei collaboratori di giustizia e detta una nuova disciplina per le indagini sul sequestro di persona a scopo di estorsione.
Quindi, in questo stesso provvedimento, del gennaio del '91, il Parlamento affronta due temi importanti: quello della protezione dei collaboratori e poi quello dei sequestri di persona a scopo di estorsione, introducendo quella che viene detta la "linea dura", intendendo con tale definizione, per comodità di espressione, il sequestro dei beni e le altre misure mirate alla repressione dei reati più gravi.
Il 3 maggio del 1991 viene emanato ancora un decreto legge (2) , convertito puntualmente in legge; la caratteristica del legislatore del '91 è che converte in legge i decreti entro i 60 giorni, mentre in altre occasioni temporali i decreti vengono rinnovati, rinnovati e rinnovati, tanto da far meritare qualche "tiratina d'orecchio" da parte della Corte Costituzionale.
Viene introdotta, per frenare il riciclaggio, una disciplina per limitare l'uso del denaro contante, sull'onda di quanto i Governatori delle Banche Centrali avevano raccomandato a Basilea fin dal 1988, e si introduce un obbligo di cooperazione attiva da parte del sistema bancario e finanziario; cioé questi enti, questi soggetti economici, non hanno soltanto l'obbligo di conservare i registri dove annotano le generalità delle persone che eseguono operazioni e gli estremi delle stesse, ma devono avere un ruolo attivo; segnalare le operazioni che siano sospettabili di celare fenomeni di riciclaggio o di reinvestimento di denaro provento di delitti.
Questa disciplina, poi, trova un ulteriore perfezionamento nel decreto legislativo del maggio '97 il quale prevede che le segnalazioni, invece di essere inviate ai Questori, debbono essere inviate all'Ufficio Italiano dei Cambi; quindi ad un organismo finanziario che le analizza e le trasmette poi, per le investigazioni, al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria e alla D.I.A.. Questi uffici, a loro volta, quando individuano operazioni riferibili alla criminalità organizzata, comunicano i dati relativi alla Direzione Nazionale Antimafia.
Probabilmente nel futuro, come già hanno fatto altre legislazioni, questo obbligo di segnalazione dovrà essere esteso ad altri soggetti, perché limitarlo al mondo finanziario o al mondo bancario è molto riduttivo e quindi si pensa di estendere la sfera impositiva della norma ai notai, ai commercialisti (per queste categorie, singolarmente, il Gran Ducato del Lussemburgo ha provveduto con una legge dell'agosto di quest'anno); si pensa di estendere l'obbligo di segnalazione anche agli avvocati, soprattutto agli avvocati di affari, cioé a dire a quelli che non fanno cause - per cui non viene assolutamente messo in gioco il segreto professionale -, alle agenzie di mediazione immobiliare ed anche ai mercanti d'arte, perché sono tutti questi settori, come dice il G.A.F.I., che vengono prediletti per le operazioni di riciclaggio.
Il decreto legge del 13 maggio ‘91 nr. 152 (3) è di particolare interesse perché è in questo decreto che viene richiesto alle Forze di Polizia di strutturare al loro interno servizi centrali e interprovinciali con lo specifico obiettivo di contrastare la criminalità organizzata.
Da questa iniziativa legislativa nascono il ROS collegato alle Sezioni Anti-Crimine, lo SCO collegato alle Criminalpol, lo SCICO collegato ai GICO; queste strutture, recentemente, hanno avuto successive vicende "riaggiustative" anche a seguito di una circolare del marzo ‘98 del Ministro degli Interni.

D. La Sua pregressa esperienza nella lotta al terrorismo Le ha fatto conoscere a fondo il fenomeno dei cosiddetti "pentiti"; la figura del Collaboratore di Giustizia per i delitti di mafia quando viene introdotta dal legislatore?

R. L'importanza del decreto legge del maggio '91 va esaminata anche da un punto di vista particolare in quanto, a distanza di 12 anni, recupera una idea che era stata inserita nell'ordinamento nel dicembre del '79, dopo l'attentato di Prima Linea alla Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino, e cioé il principio così detto del "doppio binario": ovvero prevedere un aumento di pena per chi commetteva, allora, delitti di terrorismo, e una attenuante, un abbattimento di pena per chi, avendo fatto parte di un gruppo terroristico, si dissociava e collaborava con la Polizia Giudiziaria o con l'Autorità Giudiziaria.
Bisognerebbe chiedersi come mai il legislatore abbia atteso dodici anni per introdurre questo meccanismo, che si era rivelato provvidenziale per la repressione del terrorismo, perché abbia impiegato dodici anni ad introdurlo per i delitti di mafia.
Si possono fare pensieri dietrologici, ma si può anche tenere presente - parlo per esperienza diretta - che, nelle riunioni che avevamo noi magistrati precedentemente impegnati nelle indagini sul terrorismo con i magistrati siciliani che facevano le indagini sulla mafia si diceva: "Il mafioso non parla" - ed era l'opinione dello stesso Falcone.
Quindi c'era proprio una visione di radicale diversità fra il fenomeno del terrorismo e quello della mafia per cui si avevano molte perplessità che lo strumento dei collaboratori di giustizia si potesse rivelare efficace anche per la mafia.
Appartiene ormai alla storia della lotta alla mafia che nel 1984 Buscetta "apre le cataratte", seguito poi a ruota da Contorno, da Mannoia e poi da tanti altri nella scia dei collaboratori.
Fatto sta, prendendo atto del dato legislativo, che dal maggio del 1991 si stabilisce, in simmetria con quello che era stato previsto per il terrorismo, un'aggravante per chi commette delitti con metodo mafioso o diretti ad agevolare un'associazione mafiosa e una diminuzione di pena per chi, facendo parte di un gruppo mafioso, si dissocia e collabora con l'Autorità di Polizia o l'Autorità Giudiziaria.

D. Entriamo nel vivo dell'intervista e La invitiamo a delineare un quadro degli organismi speciali che la legge ha previsto per combattere il fenomeno mafia. Le chiediamo, nel contempo, di volerci dare il suo parere sulla presenza dell'intelligence in un settore che molti vedono di competenza esclusiva dell'attività giudiziaria.

R. Quasi a suggellare un preciso orientamento legislativo, nell'ottobre del 1991, con il decreto 345, viene istituita la Direzione Investigativa Antimafia. E' questo l'atto di nascita della D.I.A. che ha come caratteristica fondamentale quella di essere un organismo interforze, di essere articolata in tre servizi - preventivo, giudiziario, rapporti internazionali - e di essere indirizzata al contrasto della criminalità mafiosa.
Per essere chiari si pensi alla criminalità organizzata come un genere nell'ambito del quale la criminalità mafiosa è una specie; altre specie sono la criminalità comune, quella eversiva e terroristica.
In questa stessa legge istitutiva della D.I.A. si prevede un apporto conoscitivo, informativo, dei Servizi di Informazione sul fronte della criminalità mafiosa e organizzata.
Personalmente giudico questa innovazione molto positivamente almeno sotto due profili: per primo quello della cooperazione istituzionale, che è uno dei pochi principi nei quali io credo saldamente e cioè che non bisogna lavorare a compartimenti stagni (ognuno, certo, ha le sue specifiche competenze ma, nel limite del possibile, ciò che viene acquisito può divenire di estremo interesse per altri operatori che lavorano nello stesso settore); per secondo perché il legislatore, prevedendo l'attività informativa dei Servizi in direzione della criminalità organizzata, capisce che la mafia è un pericolo per la democrazia. Questa è una novità molto importante che io condivido pienamente.
Il pericolo, secondo me, non è tanto nel livello militare delle organizzazioni criminali: per le uccisioni, le stragi, gli autori si scoprono, si processano, si condannano. Io vedo un pericolo per la democrazia nella vera forza delle organizzazioni mafiose: la loro ricchezza patrimoniale.
Trovare l'autore di una strage o di un omicidio impegna di più emotivamente: in questa attività si pensa di dare una risposta agli interrogativi più assillanti che vengono dalla società; ma per tante ragioni, forse per mancanza di strumenti più idonei, la mafia ha potuto accumulare patrimoni immensi che oggi sono la sua forza. Quando un'economia - non mi riferisco ovviamente a quella italiana, ma a quella di alcuni paesi dell'Est o di altri paesi del Sud America - è in mano ad organizzazioni criminali, le vie democratiche di Governo sono fortemente occluse perché il potere criminale avrà la possibilità di comprare voti e sarà in grado, anche con la minaccia, di portare via la ricchezza reale da quel paese, di metterlo in ginocchio e di condizionarne le scelte politiche.
Non deve sorprendere il fatto che in Italia dal '94 ad oggi siano state arrestate per associazione mafiosa, circa 6/7.000 persone, e che, comunque, questi gruppi criminali trovino facilmente ricambi; secondo me, la ragione di ciò è da individuare proprio nella forza attrattiva che sviluppa l'economia mafiosa.
Laddove la disoccupazione viaggia sul 25 - 30 %, anche se questo dato è compensato da una certa economia sommersa - probabilmente, anzi quasi sicuramente, anch'essa è in mani illegali - è facile, come ci dice l'esperienza dei fatti di tutti i giorni, aggregare consensi e persone nei gruppi criminali.
La dimostrazione è che se oggi vengono arrestati non i capi storici o semi-storici, ma personaggi di livello medio, questi parlano addirittura fin dal momento in cui salgono sull'auto della polizia; questo vuol dire che non c'è un substrato criminale, una filosofia criminale che li regge e che spesso la sola occasione di aggregazione è stata il richiamo economico.


D. Intaccare il potenziale economico dei gruppi mafiosi è quindi un elemento repressivo di particolare efficacia nella lotta al crimine?

R. Se noi riusciamo ad aggredire a fondo i patrimoni delle organizzazioni criminali, questo è un punto irrinunciabile nella lotta alla mafia, e nello stesso tempo lo Stato riesce, come sta facendo - in maniera forse ancora non pienamente coordinata, ma con iniziative che si muovono al Sud - a creare lì economia pulita, la battaglia secondo me è sulla strada vincente.
Naturalmente il tutto è complicato dal fatto che quando si parla di investimenti questi vanno inseriti in una proiezione non solo nazionale ma anche internazionale: questo è veramente un punto fondamentale. Altro punto fondamentale dell'economia mafiosa, oggi, a parte le estorsioni, sono gli appalti. In questo particolare settore, è mia opinione che la poca chiarezza delle leggi è un elemento di disturbo e, forse, di pericolo in quanto potrebbe offrire spazi di manovra ad operatori di pochi scrupoli.
Per fornire un esempio chiaro, si pensi che in Sicilia, secondo quanto finora emerge dalle investigazioni, fino al '91, il signor Siino ha gestito tutti gli appalti per conto di Cosa Nostra, dopo di lui il Signor Lipera ed infine Salomone: per queste mani sono passati moltissimi appalti in Sicilia. Racconta Siino che Riina da principio non era d'accordo perché diceva: "Ma a me che mi interessa fare il tavolo, questo si ammette, questo no? Io vado lì, da chiunque ha vinto l'appalto, e gli chiedo la tangente".
Poi Riina ci ragionò sopra e disse "No, questo mi serve perché gestendo gli appalti entro in contatto con pubblici amministratori, politici e così via". E quindi il giochino lo innamorò, lo innamorò tanto che, come sapete, mise una soprattassa ad esclusivo uso personale.
L'altro sistema è la concessione in subappalto a ditte mafiose; in alcuni appalti la cosa stupefacente è che vengono aggiudicati con ribassi sul prezzo di gara del 47%. Questo ha davvero dell'incredibile! Studiando il fenomeno ci si rende conto che vengono costituiti consorzi d'impresa dove c'è un'impresa pulita e due o tre un po' "grigie", voglio dire l'impresa pulita non può fare il ribasso al 47% altrimenti fallisce. Allora come viene alimentata? Dalle imprese "grigie", le quali ovviamente non hanno bisogno di ricorrere al prestito bancario e così via.

D. Lei ha tracciato un'ampia premessa ed ha chiarito tutti i presupposti della nascita della D.N.A., istituita mediante il D.L. 367 del 20.11.'91 (4) . Questa legge pone significative novità nel settore giudiziario, soprattutto per quanto concerne il principio di territorialità. Può illustrare quale principio ha ispirato il provvedimento?

R. Il concetto fondamentale che sta alla base di questa legge è il seguente: "I reati di mafia delle organizzazioni mafiose non sono reati episodici, bensì rientrano in un programma." Tutte le associazioni criminali agiscono per programmi, ma se c'è un'associazione criminale che agisce in assoluto per programmi è quella mafiosa. Scardinare un gruppo criminale vuol dire distruggere la sua pianificazione criminale; ovviamente un programma criminale non può essere compreso se le indagini sui fatti che lo costituiscono sono parcellizzate. Occorre avere una visione quanto più unitaria possibile del fenomeno, anche per comprendere i singoli episodi che ne sono manifestazione, altrimenti questi episodi rimangono "senza babbo né mamma", si direbbe a Firenze.
Prima di questa legge in Italia esistevano 164 Procure della Repubblica presso i Tribunali e le indagini sui delitti di mafia dovevano essere svolte da ciascuna Procura. Si capisce subito l'effetto negativo del frazionamento secondo il criterio della mera competenza territoriale: quello che avveniva a Prato se lo vedeva Prato, quello che avveniva a Firenze era competenza di Firenze, e così via per tutte le diverse Procure.
Svincolandosi dal principio di stretta territorialità è stato possibile concentrare le indagini in alcuni punti, offrendo a ciascuno di questi punti uno spazio territoriale più ampio su cui indagare in modo da poter ricondurre a maggiore unità singoli episodi.
Si è deliberato, quindi, che non più le 164 Procure ma solo 26 fra loro, le Procure Distrettuali, che sono nella sede dove è il capoluogo del Distretto di Corte d'Appello, potranno fare indagini sui delitti di mafia. L'apparato giudiziario destina quindi a combattere la mafia 26 organismi, tendenzialmente uno per regione, anche se ci sono regioni "esuberanti" come la Sicilia, che ne ha 4 perché 4 sono le Corti di Appello (Palermo, Catania, Messina e Caltanissetta), la Lombardia ne ha 2 (Brescia e Milano), la Calabria 2 (Catanzaro e Reggio Calabria), la Puglia 2 (Lecce e Bari). La regola, comunque, è una sola sede per regione.

Lo spazio di competenza territoriale viene quindi esteso e ciò comporta - nel processo, nell'indagine penale - un'estensione delle conoscenze: più lo spazio territoriale è ampio più la conoscenza si amplifica, perché convergono in un solo punto indagini più numerose su una porzione più vasta di territorio. In questo modo si individuano i tipici delitti di mafia che poi sono quelli di associazione, sequestro a scopo di estorsione, associazione per traffico di stupefacenti, ed infine la categoria aperta di tutti quei delitti che sono commessi con metodo mafioso o per aiutare una associazione mafiosa.
Anche un omicidio, se si ammazza un collaboratore di giustizia per aiutare un gruppo mafioso, diventa un delitto di mafia; se si ruba un'automobile perché un gruppo mafioso possa commettere una rapina anche questo è un delitto di mafia.
Create queste 26 Procure Distrettuali era necessario che ci fosse, nonostante il loro numero già ridotto rispetto alle 164, un organismo di coordinamento per le indagini che queste 26 Procure svolgono. Da questa esigenza nasce al centro di Roma, via Giulia 52, la Direzione Nazionale Antimafia.
La Direzione Nazionale Antimafia, costituita nell'ambito della Procura Generale della Corte di Cassazione, è quindi un organo giudiziario del Pubblico Ministero.
Essendo un organo giudiziario è ovvio che la nomina del Procuratore Nazionale e dei magistrati che vengono a far parte di questo organismo è deliberata dal Consiglio Superiore della Magistratura che richiede particolari caratteristiche professionali per accedere a quest'ufficio: un'esperienza nell'aver trattato procedimenti di criminalità organizzata.
I magistrati che ne fanno parte sono 20 più il Procuratore Nazionale, il quale ha nominato, secondo quanto prevede la legge, 2 Procuratori Aggiunti.
Quindi, lo staff si compone di 21 persone tra cui un Procuratore, 2 Aggiunti e 18 Sostituti. Naturalmente intorno a queste persone lavorano circa altre 200, 220 persone per incarichi ed attività di collaborazione.

D. Quali sono i compiti fondamentali che la D.N.A. E' chiamata ad assolvere?

R. Il compito fondamentale è il coordinamento delle indagini. Ecco, quello del coordinamento è un altro mio "pallino" che si richiama a quello della cooperazione. Quando parliamo di coordinamento si intende che ci troviamo di fronte a più soggetti aventi ciascuno la propria competenza, ma le cui rispettive autonome attività, proprio per i legami che intercorrono fra le materie per le quali ciascuno è competente, debbono poter essere dirette a un medesimo fine.
Questo è il concetto fondamentale di "coordinamento", che non prevede né sovrapposizione né gerarchia. Il concetto di coordinamento è del tutto diverso da quello gerarchico; è il riconoscere in capo a ciascun organo una sua competenza non eliminabile: tuttavia, per i legami che sorgono dal fatto di trattare una medesima materia, occorre che tutte le attività siano dirette verso un medesimo fine e cioé che ciascuno agisca in piena libertà di iniziativa, senza tuttavia danneggiare le attività poste in essere dagli altri.
Ad esempio, se c'è un'indagine che sta avviandosi verso la fine, e quindi si debbono depositare gli atti, ove questo deposito di atti pregiudichi un'altra indagine che è ancora in corso - le persone oggetto della seconda indagine verrebbero a sapere dal deposito degli atti della prima quello che bolle in pentola nei loro confronti - il coordinamento impone che ci sia una scelta utile di tempi per tutti.
Coordinamento non è solo questo, ma è individuare, per l'appunto, fra le diverse indagini di mafia i momenti di collegamento che sono, come si capisce, assai frequenti. Il mafioso che parla a Palermo, parla ovviamente anche di fatti di Messina o di Caltanissetta; l'uomo della ‘ndrangheta che si è trasferito a Bologna e che ha fatto arrestare, come prima mossa di collaborazione, il padre che era latitante da diversi anni, parla di fatti che sono avvenuti in Calabria e, naturalmente, parla anche dell'attività criminale da lui posta in essere in Emilia Romagna.
Esistono numerose proiezioni di un'indagine su un'altra. Come fa il Procuratore Nazionale a coordinarle? Innanzitutto quando rileva elementi di collegamento, può impartire direttive ai vari Procuratori Distrettuali perché si eliminino i contrasti eventualmente insorti, oppure interviene per prevenire possibili contrasti.
Ove le direttive non siano sufficienti ad eliminare i contrasti, la legge prevede un altro rimedio: le riunioni. La D.N.A. promuove moltissime riunioni di coordinamento nel corso delle quali si ha la possibilità di scambiare notizie ed opinioni, nonché di prendere spunto per approfondimenti di indagine.
Infine - fatto che non si è mai sino ad ora verificato - se non si osservano le direttive e se le riunioni rimangono senza esito, il Procuratore Nazionale può avocare a sé l'indagine e farla compiere dal proprio ufficio.
L'avocazione è un provvedimento grave in quanto toglie ad un magistrato la materia su cui è competente. Ciò dimostra come il principio del coordinamento sia stato tanto a cuore al legislatore da aver previsto addirittura un rimedio estremo pur di assicurare il reale coordinamento delle indagini. Ribadisco che non è stato mai necessario adottare un tale provvedimento.
Il secondo compito della D.N.A. E' quello di dare impulso alle indagini, ovvero di mettere a disposizione di chi opera elementi utili perché un'indagine progredisca e sia completata, come afferma la Corte Costituzionale, da quanto provenga eventualmente da un'altra indagine, da notizie, o da qualsiasi altra fonte.
Terzo compito - questo è particolarmente gradito ai Procuratori Distrettuali - io, come Procuratore Nazionale, posso applicare magistrati della D.N.A. ad indagini che si svolgono presso le Direzioni Distrettuali Antimafia. Questi magistrati non si limitano, per il periodo prestabilito dal loro incarico, a compiere le indagini in un determinato procedimento, ma assolvono anche funzioni di collegamento investigativo.
Ad ogni magistrato della D.N.A. vengono "affidate" una o più Procure Distrettuali (ovviamente per 26 Procure sono disponibili 20 magistrati); ogni settimana, anche se non è applicato ad un'indagine specifica, il magistrato "visita" la Procura e vi permane per il tempo necessario a svolgere un'attività intensa, fatta di riunioni con le Forze di Polizia, con il Procuratore Distrettuale, con i Procuratori del Distretto, al fine di acquisire dati che possano divenire la prima fonte dai quali può emergere il collegamento fra varie indagini.

D. Tra gli strumenti investigativi che la legge mette a disposizione dei Magistrati della Direzione Nazionale Antimafia quale ritiene più peculiare ed incisivo?

R. Senza dubbio citerei i "colloqui investigativi" (art. 18 bis dell'ordinamento penitenziario). A differenza di tutti - e senza bisogno di alcuna autorizzazione - il Procuratore Nazionale Antimafia o il magistrato dell'ufficio delegato possono andare a parlare in carcere con i detenuti di interesse. Per me il provvedimento si estende anche al di fuori del mondo carcerario, in quanto la legge dice che quest'attività occorre per il coordinamento, e dunque, per assurdo, qualora nessun mafioso fosse detenuto io non potrei svolgere colloqui. La norma è chiaramente stata scritta solo per rimuovere un limite di accesso al carcere e quindi semplicemente non si poneva la necessità di prevedere colloqui con persone in libertà. Allo stesso modo la legge non prevede i colloqui all'estero che sono regolati, come ovvio, dal consenso delle competenti autorità.
Il colloquio investigativo è soprattutto il confronto diretto con una persona al fine di ottenere notizie sulla criminalità organizzata; svolto in assenza del difensore, non ha valore processuale, ma dà spunti investigativi significativi ed è uno strumento utilissimo. Sovente dal colloquio investigativo nasce anche la collaborazione processuale del soggetto. Sono convinto - ed ho dato per questo una precisa direttiva ai colleghi - che i colloqui vadano registrati a garanzia nostra ed a garanzia dei nostri interlocutori.
C'è, infine, anche una competenza in tema di misure di prevenzione personale ed è allo studio un disegno di legge che vorrebbe ampliarla anche a quelle patrimoniali.

D. Al termine di un'intervista veramente esauriente le chiediamo ancora uno spazio per qualche cenno sull'organizzazione interna del Suo Ufficio.

R. La struttura della D.N.A. si articola in Dipartimenti, che devono essere intesi come gruppi di lavoro. I vari Dipartimenti sono competenti su Mafia, Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Sacra Corona Unita e Camorra; la competenza, naturalmente, si estende alle nuove mafie (quella albanese, quella cinese, quella turca e così via).
Il Dipartimento Studi e Documentazione si occupa dell'elaborazione di studi su progetti di legge, svolge un servizio di consulenza per il Ministro ed è a disposizione per richieste di pareri su problemi interpretativi di norme giuridiche; altra attività da non ritenere accessoria è la produzione di documenti finalizzati ad illustrare, a livello interno o esterno, l'attività della D.N.A..
Il Dipartimento Tecnico Informatico è, di fatto, un grosso progetto informatico ed è articolato su 26 Banche Dati Distrettuali, esistenti presso ciascuna Procura, e una Banca Dati Nazionale che finalmente, fra un mese o due, dovrebbero essere messe nelle condizioni operative di poter interloquire direttamente tra loro.
In queste Banche Dati noi immettiamo ed analizziamo tutti gli atti che sono relativi a procedimenti sui delitti di mafia, tutti gli atti di indagine, razionalizzati ed analizzati; è un lavoro molto lungo ma significativo posto che, per ora (al giugno '98) abbiamo inserito informazioni su 300.000 soggetti fisici, memorizzati 26.000 procedimenti, 100.000 fatti criminosi, 250.000 atti, 5.000 associazioni criminali, 50.000 luoghi, 25.000 beni e 50.000 movimenti di denaro. Naturalmente i dati sono incrementati costantemente ed il programma che li gestisce consente ricerche incrociate ed elaborazioni partendo da una base di rilevazione estremamente analitica. La banca dati della D.N.A. E' inoltre collegata con 12 Banche Dati esterne.
L'ultimo Dipartimento, certo non per importanza, è quello denominato "Affari Internazionali".
La criminalità organizzata ha una dimensione internazionale, dunque la D.N.A. deve essere strutturata per seguire le sue proiezioni in ogni parte del mondo, ove le leggi locali e gli accordi internazionali lo consentano. A puro titolo esemplificativo basti ricordare i flussi di denaro sporco da riciclare, l'immigrazione clandestina, la prostituzione ed i traffici di droghe, tabacchi ed armi.

D. In un contesto internazionale così evidentemente integrato, anche per quanto concerne la lotta alla criminalità organizzata, come si sta dunque muovendo e intende muoversi in futuro la D.N.A.?

R. Un esperimento che sta andando per ora sufficientemente bene parte da una lettera che io, l'anno scorso, ho mandato a tutti gli Ambasciatori dei Paesi rappresentati a Roma. In perfetta sintonia con il Ministro di Grazia e Giustizia, in sintesi, ho illustrato ai diplomatici le funzioni esercitate da me e dal mio Ufficio ed ho espresso la volontà di corrispondere con un mio omologo. Da questa iniziativa sono nati una serie di contatti e di missioni che hanno visto impegnato l'Ufficio a Malta, in Albania (dove si è instaurato un ottimo rapporto col Procuratore Generale), in Montenegro, nella Repubblica Ceca, naturalmente nei paesi dell'Unione Europea, in Bulgaria, in Polonia, a Santo Domingo, in Brasile, in Argentina, in Perù e così via.
Questo lavoro è di grande interesse ed ha un doppio scopo: si deve innanzitutto comprendere l'ordinamento giudiziario di questi paesi, quindi promuovere uno scambio di informazioni. Lo scambio al quale io miro non ha nulla a che fare con le rogatorie per assistenza giudiziaria. Quest'attività riguarda il Ministero di Grazia e Giustizia; a me interessa dare e avere informazioni per far nascere nuove indagini all'estero o in Italia nei confronti delle organizzazioni criminali.
Un esempio particolarmente positivo è il rapporto che si è instaurato con la Germania attraverso il Bundeskriminalamt. Noi abbiamo comunicato quanto acquisito da tutti i collaboratori che parlano di attività criminali svolte in Germania provocando nuove indagini e sviluppandone altre già in corso.
Un progetto al quale il Dipartimento sta attualmente lavorando è uno scambio di informazioni sui detenuti per attività criminali, con le autorità giudiziarie dei paesi stranieri che aderiranno all'iniziativa. Noi forniremo una scheda completa sul detenuto straniero in Italia ed il paese corrispondente fornirà analoga informazione sui cittadini italiani detenuti all'estero.

D. Infine come si svolgono i rapporti fra la D.N.A. e gli altri organi istituzionali preposti alla lotta contro le organizzazioni mafiose?

R. Tra le strutture della D.N.A. vi è un servizio particolare denominato: "Sequestri di Persona a Scopo di Estorsione" che opera un coordinamento con le Forze di Polizia e che è collegato con la Commissione Antimafia, nell'ambito della quale è stato istituito un Comitato ad hoc; vi è un servizio Operazioni Sospette che viene attivato quando l'U.I.C., o meglio la Finanza e la D.I.A., avendo sentore di una operazione sospetta in tema di riciclaggio attribuibile alla criminalità organizzata, informa la Direzione Nazionale Antimafia. In questo particolare settore due magistrati mantengono rapporti con la Banca d'Italia, indispensabili proprio per ottenere le notizie più aggiornate in tema di metodi di riciclaggio e di movimentazioni di denaro. Il servizio provvede al monitoraggio di tutte le misure di prevenzione che si fanno in Italia.
Su richiesta del Ministro degli Affari Esteri, si è provveduto ad inserire un magistrato nel Gruppo Interministeriale per la lotta ai Fenomeni Illegali nell'Adriatico; un altro magistrato fa parte di una Commissione nominata dal Ministro delle Comunicazioni dell'Interno e della Giustizia nei campi della sicurezza delle reti e della tutela delle comunicazioni. Sono in atto rapporti quotidiani con Telecom, con Omnitel e con gli altri gestori della telefonia fissa e mobile per far collimare le esigenze delle richieste di intercettazione con i loro sistemi, in ciò ovviamente rispettando la normativa sulla privacy.
Il Ministro delle Finanze ha richiesto due magistrati per collaborare con un gruppo di ispettori tributari del Secit, in relazione all'attività preparatoria di interventi connessi con la gestione e destinazione dei beni sequestrati alle organizzazioni criminali, nonché in relazione all'individuazione di attività, presumibilmente gestite da organizzazioni mafiose o criminali, su cui compiere gli accertamenti ispettivi di competenza del Ministero delle Finanze.
Inoltre è in atto una collaborazione nell'ambito di un Comitato istituito fra il Governo italiano e statunitense, - istituito presso il Ministero della Pari Opportunità - per la lotta al fenomeno della tratta delle donne e dei bambini.
Un magistrato segue i lavori delle Nazioni Unite per contribuire alla stesura di una Convenzione sul Crimine Organizzato, un altro magistrato segue il gruppo multidisciplinare dell'Unione Europea per studiare il riciclaggio, soprattutto in relazione all'introduzione dell'Euro.
Infine alcuni magistrati figurano fra i componenti della Commissione Nazionale Antimafia in qualità di consulenti e, naturalmente, la D.N.A. E' spesso gradita ospite della Commissione Parlamentare Antimafia.
Sulla base di quanto ho illustrato si delinea un complesso di attività molto frastagliato ed al contempo molto stimolante che consente al magistrato una visione ampia e completa del fenomeno mafia in ogni sua possibile articolazione o sviluppo.
A completamento del quadro, va infine ricordato che, alla fine di ogni anno, la Direzione Nazionale Antimafia elabora un documento sul complesso delle attività svolte.


(*) Testo tratto dalla Conferenza tenuta il 10/12/1998 dal Dott. Piero Luigi Vigna, Procuratore Nazionale Antimafia, presso il SISDe.
(1) D.L. 15 gennaio 1991 nr. 8, convertito in Legge 15 marzo 1991 nr. 82.
(2) D.L. 3 maggio 1991 nr. 143, convertito in Legge 5 luglio 1991 nr. 197.
(3) D.L. 13 maggio 1991 nr. 152, convertito con modificazioni nella L. 12 luglio 1991 nr. 203.
(4) Convertito in legge 20 gennaio 1992 n. 8.

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