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Per Aspera ad Veritatem N.10 gennaio-aprile 1998
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Laura Maria PENNACCHI
Riforma del Welfare State e riflessi sulla sicurezza interna


La necessità di tenere conto del lavoro di tutti è un problema molto delicato che non riguarda ovviamente il ruolo dei Servizi Segreti in sé che, per quanto mi concerne, considero di grande importanza.
Tuttavia, noi dobbiamo fare una Finanziaria di 25 mila miliardi che prevede 15 mila miliardi di tagli alla spesa e, in qualunque sede io vada in questi giorni, mi sento riproporre questo discorso.
Il Ministro dell'Istruzione mi dice che sono stati fatti tagli esorbitanti, gli insegnanti sono in numero sempre minore, le classi sono State decurtate; il Ministro della Difesa mi dice che i tagli operati sulla Difesa sono inaccettabili rispetto al nuovo modello di difesa che il Paese vuole comunque conseguire; il Ministro degli Interni mi dice altrettanto, il Ministro della Sanità pure, e siccome partiamo dalla convinzione che tutto sia rilevantissimo, bisogna avere la cognizione che questi 15 mila miliardi vanno comunque trovati.
Lo sforzo massimo verrà fatto sui servizi di pubblica utilità (ferrovie, poste), i quali però hanno a loro volta molti problemi con l'adozione di misure di razionalizzazione della spesa della Pubblica Amministrazione e in grande misura verrà fatto sulla spesa sociale.
Non voglio, però, parlare di spesa sociale in termini angusti, vorrei fare, invece, una riflessione insieme a voi di tipo più generale, anche perché le sollecitazioni che proponete con il titolo di questa conferenza spingono a identificare un quadro un po' più allargato.
Il titolo del nostro incontro "Riforma del Welfare State e riflessi sulla sicurezza interna" esplicita già il compito che ci attende.
Ma credo sia necessario soffermarsi, seppur brevemente, sul perché una riforma del Welfare State è necessaria.
Ragionare sul perché, sulle motivazioni che spingono a riformare è molto importante perché per un verso può rendere più accettabili cose che altrimenti apparirebbero incomprensibili, per un altro aiuta ad identificare i percorsi per la soluzione dei problemi che noi stiamo individuando.
Allora è molto importante, a mio parere, lo dico da sottosegretario per il Tesoro e quindi credo che questa considerazione abbia un qualche peso, tenere sempre presente che ci sono precise ragioni che spingono a riformare il Welfare State: ragioni di costo, per esempio, legate al fatto che l'innovazione tecnologica applicata ai servizi sanitari è tale da determinare un incremento esponenziale dei costi della produzione di beni e di servizi sanitari. Basti pensare al grado sofisticato di innovazione richiesto da macchinari come quelli che servono per la TAC, per le risonanze magnetiche, ma anche per cose un po' più di routine.
Quindi c'è una spinta esponenziale alla crescita dei costi e contemporaneamente ci sono problemi che riguardano gli aspetti relativi ai costi di riequilibrio finanziario, resi particolarmente gravosi dalla necessità che tutti i Paesi europei o comunque quelli che vogliono reggere la sfida dell'ingresso nella moneta unica, devono affrontare e cioè il rispetto dei parametri fissati nel Trattato di Maastricht che sono, come sapete, parametri molto stringenti.
Il nostro Paese, scontando decenni di creazione di un debito pubblico di proporzioni abnormi, ha avuto qualche problema in più, ma nell'ultimo anno e mezzo è stato compiuto uno sforzo straordinario che ha le sue premesse nelle operazioni compiute già a partire dal ‘92.
Le valutazioni positive espresse dagli Organismi internazionali tendono a collocare il nostro Paese addirittura in una posizione migliore di quella della Francia e della Germania.
Le ragioni che attengono ai costi e alle necessità del risanamento finanziario sono molto importanti e non sarà certo un esponente del Tesoro a sottovalutarne la rilevanza. Ci sono però ragioni di altra natura, forse altrettanto se non ancora più importanti, che identificherei in due modi: ragioni che attengono alla coerenza dei sistemi di protezione sociale che noi ereditiamo dal passato rispetto alle trasformazioni oggi in corso e ragioni di equità e di giustizia sociale.
Identificare le ragioni relative alla scarsa coerenza del sistema che ereditiamo dal passato non significa rinnegare il modello ereditato, piuttosto scegliere di interrogarsi sulla possibilità di renderlo sempre più adeguato rispetto alle trasformazioni avvenute in tutto.
Ritengo sia importante non rinnegare il modello del passato perché i sistemi di protezione sociale, il "Welfare State", lo stato sociale, nella traduzione impropria che in italiano usiamo, sono un elemento distintivo dell'identità dei Paesi europei, e lo sono, e vengo quindi subito al punto cruciale della nostra riflessione, proprio oggi anche e soprattutto ai sistemi di coesione sociale che hanno garantito finora nei Paesi europei, anche se il modello che viene sempre chiamato ad esempio è quello degli Stati Uniti d'America, su cui pure bisognerebbe fare delle puntualizzazioni e spiegare meglio il funzionamento di quel meccanismo che fa leva sul mercato e sulle assicurazioni di tipo privato.
Anche se è di questi giorni la notizia di un intervento che lo Stato di New York sta operando sui sistemi pensionistici dei dipendenti pubblici che non presentano una grande differenza rispetto ai nostri sistemi pensionistici, che vogliamo peraltro correggere perché andare in pensione con vent'anni o con trent'anni di contributi non è cosa che oggi ci possiamo più consentire.
La scarsa coerenza del sistema in relazione al mantenimento dell'obiettivo di fondo della coesione sociale mina la sussistenza di un pre-requisito fondamentale per le condizioni di sicurezza, intese non nel senso della sicurezza sociale, della social security, ma delle condizioni di legalità.
Le condizioni di "alegalità", di zona grigia tra legalità e illegalità, sono infatti una specificità dei Paesi europei, specificità che nel tempo può anche aver creato problemi di rigidità, di fossilizzazione delle strutture, ma ha anche prodotto enormi vantaggi in termini di minor incidenza della criminalità, minor incidenza di fenomeni di degrado sociale, fenomeni di anomia, fenomeni di esclusione sociale, fenomeni di creazione di livelli troppo elevati di povertà che poi, a loro volta, sono un fattore di alimentazione di fenomeni di criminalità o di piccola criminalità.
Ed è proprio rispetto alla problematica della coerenza che le trasformazioni in corso si segnalano per la loro portata epocale; la più grande delle quali riguarda la transizione demografica che è in corso.
Per meglio realizzare il significato del processo a cui stiamo assistendo, pensate che per la prima volta nella storia dell'umanità non solo in Europa, ma in Italia si verifica lo scavalco della quota della popolazione anziana sulla quota della popolazione giovane. Ciò avviene in presenza di altri due fenomeni: l'allungamento della vita media, fenomeno estremamente positivo, dovuto allo sviluppo delle democrazie sostanziali europee, che tuttavia è un fenomeno nuovo; il decremento della natalità che pone il nostro Paese ai vertici delle classifiche mondiali.
In termini di comparazione, basti il raffronto con il Brasile (che non è un Paese sottosviluppato, semmai è un Paese con problemi) la cui quota di popolazione giovane, dalla nascita ai 20 anni, è circa il 70% del totale.
Immaginate cosa questo vuol dire in termini, certo, di problematiche sociali ma anche di dinamismo sociale a fronte del dato che registra l'Italia, dove la quota della popolazione giovane (rispetto al 70 % del Brasile) sta scendendo al 25% del totale.
Ne consegue che lo scavalco della quota della popolazione anziana sulla quota della popolazione giovane ci obbliga fin da ora a ripensare radicalmente i sistemi di protezione sociale.
Un altro grande ordine di trasformazioni che chiedono di rendere più coerente il sistema di protezione sociale rispetto all'evoluzione attesa nel futuro riguarda il lavoro, la quantità di lavoro che si riesce a creare, l'accesso al mercato del lavoro e quindi la struttura del mercato del lavoro.
I sistemi di protezione sociale tipicamente europei, come il nostro, pur con tutte le sue anomalie, sono stati ideati negli anni tra la I e la II Guerra Mondiale, ma sono divenuti realtà soprattutto in Italia, ma anche in Inghilterra, subito dopo la fine della II Guerra Mondiale. E sono stati ideati, per una fase storica che era quella dell'industrializzazione di massa del Paese, della sua fortissima urbanizzazione, dello spopolamento delle campagne e sono stati modellati su una figura di lavoratore molto tipica - e dico lavoratore, cioè una figura maschile, che doveva provvedere con il suo reddito a se stesso e ai propri congiunti, i figli e il coniuge, anzi la coniuge, considerati in una condizione di minorità anche legale - .
Un lavoratore maschio, adulto, capofamiglia, addetto ai settori industriali, tipicamente manifatturieri, che entrava molto presto nel mercato del lavoro, talvolta a 14-15 anni, e ancora oggi un'enorme quota di popolazione, nella pur sempre più ridotta popolazione industriale, presenta queste caratteristiche, un identico background, un identico percorso che prevedeva un ingresso precoce nel mercato del lavoro, una stabile permanenza nella stessa attività, talvolta con lo stesso datore di lavoro, lungo l'arco dell'intera vita lavorativa, infine l'uscita dal mercato del lavoro per andare in pensione.
Il Welfare si realizzava, così, con l'offerta di un'istruzione elementare all'inizio e una pensione alla fine.
Oggi tutto sta cambiando intorno a noi, i nostri giovani entrano sempre in minor numero sul mercato del lavoro, la crescita della disoccupazione giovanile è drammatica e solo il circuito familiare che ridistribuisce risorse consente di contenerne gli aspetti più esplosivi sul piano sociale (è evidente che non siamo dinanzi a situazioni di indigenza come per i giovani alla fine della guerra o, a maggior ragione, dei giovani a cavallo tra le due guerre, che furono costretti addirittura all'emigrazione).
Sappiamo, dunque, che non è tanto un problema di condizione materiale ma è comunque un problema sociale e anche di maturazione, nel senso che si determina uno scarto rilevantissimo tra la maturazione cognitiva e intellettuale dei nostri giovani e la loro maturazione psicologica, la loro capacità di "reggere" e, infatti, vediamo poi fenomeni criminali agghiaccianti di devianza, autodistruttivi, come quelli delle tossicodipendenze.

Quindi i giovani entrano in minor numero nel mercato del lavoro; quando riescono ad entrare sono costretti a ripetuti ingressi e uscite, negli Stati Uniti si cambia attività mediamente otto volte nell'arco della vita lavorativa.
Il piano dell'Europa, legato alla stipula del Trattato di Maastricht, prevede che saranno almeno 4/5 i cambiamenti a cui i giovani europei dovranno prepararsi.
I dati di cui disponiamo ci dicono che in Italia un giovane su tre fa un lavoro cosiddetto "atipico", vale a dire un lavoro non classificabile come lavoro dipendente tradizionale né come lavoro indipendente tradizionale.
E' la gestione del cosiddetto 10%, che riguarda le collaborazioni coordinate continuative e che è il primo segnale di attenzione verso queste nuove figure e alle loro esigenze di protezione sociale.
Di fatto, l'attesa, addirittura considerata nelle cifre della legge di riforma delle pensioni del ‘95, di 800.000 iscrizioni è oggi abbondantemente superata (1.200.000 persone iscritte).
Le ragioni per riformare il Welfare richiedono che si considerino anche ragioni non attinenti ai costi e agli equilibri finanziari, ma all'idealità e ai valori, al fine di porre in evidenza anche la questione dell'equità e della giustizia sociale.
Allora, lì vediamo che il Welfare che ereditiamo dal passato ha svolto funzioni storiche rilevantissime, perché non si sarebbe mai potuto realizzare quel passaggio dall'agricoltura all'industria che è avvenuto negli anni ‘50 nel nostro Paese, se non ci fosse stato un sistema pensionistico a ripartizioni che venne allora adottato e che ha assecondato questo passaggio, rendendolo possibile.
E però le cose che erano giuste negli anni '50, lo erano magari anche negli anni ‘60, mentre oggi creano problemi crescenti, oltre a produrre ingiustizie e iniquità.
Faccio un esempio: la forma storica con cui il nostro Paese si è occupato dell'indennità di disoccupazione, del problema della disoccupazione più in generale, la cassa integrazione e prepensionamenti, ha fatto sì che soltanto il 3% del totale dei disoccupati aventi potenzialmente diritto ha beneficiato dell'indennità di disoccupazione, mentre il 97% non ha beneficiato di alcuna tutela contro la disoccupazione. D'altronde il recente innalzamento dell'indennità al 30% dell'ultima retribuzione realizza comunque una cifra irrisoria, possiamo perciò immaginare com'era prima. Per di più il 100% dei giovani che s'iscrivono nelle liste di collocamento non ha alcuna forma di sostegno, facendo di noi un caso pressoché unico, perché oggi anche la Spagna, seppure in forma sperimentale, si sta dotando di uno strumento di sostegno a tutela anche dell'inoccupazione giovanile.
Allora c'è un'iniquità evidentissima in un sistema che per quanto riguarda la disoccupazione tutela il 3% effettivo e l'8% teorico: più del 90% è scarsamente o affatto tutelato.
Le iniquità sono enormi anche nel sistema pensionistico, dal momento che ereditiamo dal passato una struttura per effetto della quale abbiamo sovrapposto un sistema a ripartizione che - a mio parere e a parere del Governo - mantiene un'assoluta superiorità rispetto al sistema capitalizzazione di tipo privatistico.
Quest'ultimo viene spesso evocato ricorrendo al modello cileno, trascurando del tutto il fatto che quel modello è stato possibile - la capitalizzazione di tipo privatistico - perché sul totale della popolazione residente la popolazione assicurata era appena il 5%.
In un sistema come il nostro dove, rispetto alla popolazione che lavora, la popolazione assicurata è il 100%, passare da un sistema di ripartizione ad un sistema di capitalizzazione è di fatto impossibile.
Infatti i lavoratori che sono attivi oggi pagano con i loro contributi le prestazioni pensionistiche di coloro che sono in pensione oggi. Se noi volessimo passare immediatamente ad un sistema a capitalizzazione di tipo privatistico, dovremmo chiedere ai lavoratori attivi oggi di pagare con i loro contributi le prestazioni di coloro che sono in pensione oggi e in più di pagarsi i contributi per il fondo a capitalizzazione.
Questo evidentemente è assolutamente impossibile, né si può pensare che possa intervenire lo Stato, se non portando il suo deficit a livelli pazzeschi.
Quindi, non è davvero questo lo spirito: diverso è, invece, pensare allo sviluppo di forme di previdenza complementare come ormai da qualche anno anche la legislazione italiana contempla e prevede.
Inoltre, il fatto che siano ancora operanti 55 gestioni diverse nel sistema pensionistico pubblico, con 7 sistemi di calcolo diversi, con le regole più disparate, nonostante le armonizzazioni che il Governo, realizzando le deleghe previste dalla legge di riforma n. 335, ha operato in questi ultimissimi mesi dà luogo a disparità e iniquità ancora molto rilevanti.
Potrei dire ancora molto, ma penso che in fondo queste siano le vere ragioni per cui noi dobbiamo riformare. Noi dobbiamo riformare tanto più perché dalla ricostruzione che compiamo in base alle caratteristiche tipizzanti del modello che ereditiamo dal passato, constatiamo che abbiamo un livello della spesa sociale complessiva che è tuttora al di sotto della media dei paesi europei.
In realtà, questo Paese dovrebbe destinare più risorse alla spesa sociale, e questo si farà quando le condizioni lo consentiranno, ma oggi non c'è nessuna intenzione da parte del Governo di ridurre il livello della spesa. L'obiettivo, che è inserito nel documento di programmazione economica finanziaria e che troverà traduzione normativa con la finanziaria, è quello di stabilizzare la quota delle prestazioni sociali al livello raggiunto nel biennio ‘96-97.
Il che significa che l'intervento riguarderà le dinamiche attese per il futuro, non i livelli raggiunti, né a livello macro né a livello micro, senza alcuna ricaduta sulle singole prestazioni, sui singoli individui.
Però, di questo livello della spesa sociale che rimane contenuto in relazione al prodotto interno lordo, se noi disaggreghiamo i dati, non possiamo non cogliere l'intima irrazionalità nella ripartizione: il 70% della spesa sociale è destinata infatti a previdenza e a pensioni. Il 25% è destinato alla sanità, appena il 5% rimane per tutte le altre funzioni, e questo spiega perché non abbiamo le cosiddette funzioni di assistenza. è certamente del tutto improprio che l'indennità di accompagnamento, che peraltro è gestita dal Ministero dell'Interno e che è la voce di spesa che ha avuto l'incremento più esplosivo passando nel giro di pochissimi anni da 1.000 miliardi a 10.000 miliardi, sia la forma di assistenza per il problema dell'invecchiamento. è innegabile, infatti, che dietro l'esplosione dell'indennità di accompagnamento ci sia il fatto che la popolazione invecchia e che non ha adeguate tutele per effetto della mancanza di politiche più specifiche per affrontare il tema della vecchiaia, della età più adulta, della età anziana, e che tutto si risolve in trasferimenti monetari di tipo pensionistico o para pensionistico previdenziale.
Inoltre parlare di cassa integrazione e di prepensionamenti significa ricordare che anche la politica industriale in questo Paese si è fatta ricorrendo alla previdenza.
La previdenza ha quindi svolto una funzione di supplenza e questo spiega perché abbiamo questa enorme concentrazione della spesa in questo settore, ma spiega anche perché siamo l'unico Paese a non avere un sostegno alla disoccupazione in generale e alla disoccupazione giovanile in particolare, non abbiamo adeguati strumenti di sostegno della famiglia, visto che appena lo 0,3% del prodotto interno lordo è destinato a tal fine. Abbiamo, inoltre, una spesa per l'istruzione e la formazione pari ad appena il 6% dell'intero prodotto interno lordo per cui pur essendo la sesta potenza industriale del mondo, siamo il 14° Paese a livello di istruzione pro capite
E anche nel "mitico" Nord-Est, dove ormai c'è una situazione di piena occupazione, c'è un disagio sociale che si lega anche alla paura di perdere un benessere, un vantaggio acquisito in tempi recenti con tassi di dispersione della scuola dell'obbligo che sono quasi analoghi a quelli che si riscontrano in alcune regioni del Sud d'Italia.
E anche prescindendo da questo fenomeno, molto allarmante anche dal punto di vista degli equilibri sociali, delle responsabilità che le famiglie e le istituzioni locali sanno assumere, non possiamo ignorare un altro dato impressionante, quello cioè che si riferisce sia agli analfabeti, così come si sono dichiarati all'ultimo censimento, che agli analfabeti cosiddetti funzionali, cioè quelle persone che hanno frequentato senza completare la scuola elementare e poi non hanno avuto più occasione di coltivare quanto avevano appreso, finendo per dimenticare i rudimenti fondamentali della scolarizzazione (3.000.000 di analfabeti).
Questo è il Paese: la 6° potenza industriale del mondo ha queste caratteristiche.
E pur relativizzando questi dati che sono i più impressionanti, rimane il fatto che i nostri giovani quando riescono a finire la scuola dell'obbligo, - e abbiamo ancora l'obbligo a 14 anni e non a 16 come tutti gli altri paesi europei - si iscrivono alle scuole superiori in una misura pari al 25%, mentre in Germania questa misura è pari al 75%.
Come si può immaginare che noi si sia in grado di reggere la sfida recata dalla globalizzazione dei mercati internazionali, con un paese che ha queste caratteristiche?
Un Paese che manifesta energie immense, pensate alla micro-imprenditorialità che, da Roma in su, caratterizza questo Paese, energie incalcolabili ma alimentate da meccanismi non virtuosi, come la svalutazione ricorrente della lira.
La svalutazione ricorrente strisciante o aperta della lira, su cui il Paese si è assestato ormai dalla fine degli anni ‘70 e soltanto questo Governo - lo dico con grande orgoglio - ha rovesciato questa impostazione, ripristinando la stabilità del cambio, riducendo i tassi di interesse, riducendo l'inflazione, ha comportato che si accettasse di conseguire una facile competitività di prezzo piuttosto che una più difficile, ma vitale competitività di prodotto, di non investire in innovazione e ricerca: e infatti il nostro Paese ha una percentuale di investimento destinato alla ricerca e allo sviluppo di appena l'1% del P.I.L., mentre 10 anni fa eravamo quasi al 2%, quindi in questo caso dobbiamo registrare un decremento drammatico.
Credo che non ci sia bisogno di molto altro per dire che la spesa va riallocata, va ridistribuita, va incanalata in un modo totalmente nuovo, salvando l'ispirazione di fondo, che è appunto nella storia, nel patrimonio genetico dei Paesi europei.
Non può non esserci una qualche correlazione anche rispetto a chi dice in questi momenti così difficili, che siamo a pochi metri dal traguardo, perché, come ha detto il Sottosegretario Micheli: "Siamo in quella terra di nessuno in cui tutto può accadere a pochi metri dal traguardo".
Ma, insomma, è del tutto evidente che chi sostiene: "ma non è necessario intervenire sulla spesa sociale perché basta creare più occupazione e tutto si risolverà, creare più entrate contributive, lottare l'evasione fiscale", procede per banali e dannose semplificazioni.
Sappiamo che c'è un'evasione che ammonta a circa 300.000 miliardi di base imponibile evasa: lottare contro l'evasione fiscale, creare più occupazione - e il documento di programmazione economica finanziaria per i prossimi tre anni prevede un tasso di crescita del 2% per il ‘97, del 2,5% per il ‘98, del 2,8 per il ‘99 - è l'impegno del Governo.
C'è una qualche correlazione tra quel sistema di spesa che io vi ho descritto e il blocco della capacità di innovazione, di dinamismo e di ingenerare nuova occupazione che questo Paese sta vivendo.
Traduco in un esempio ancora più semplice e banale, in una realtà che ho constatato di recente a Piombino, tipica realtà di monocoltura industriale dove la crisi delle acciaierie ha significato la crisi di quella piccola città, di un'intera comunità.
Esistono oggi delle possibilità di realizzare sviluppo basato sulla valorizzazione dei Beni Culturali, parchi archeologici, turismo, agricoltura di tipo innovativo, e bisognerà lavorare su questo, ma è necessario rimettere in discussione il fatto che a Piombino in ogni famiglia c'è una situazione di prepensionamento. Io non ho niente contro i singoli individui, anzi so di persone che, costrette al prepensionamento, hanno dovuto ricorrere a terapie di supporto psicologico, tanto è stato sconvolto il loro assetto umano e sociale, però resta il fatto che i vantaggi del prepensionamento sono molto superiori rispetto a quelli che si hanno con il pensionamento di vecchiaia. Il pensionamento di vecchiaia, essendo mediamente di 900.000 al mese, non consente alcun intervento possibile.
Il prepensionamento, soprattutto dalle acciaierie, ha dato importi molto elevati e abbiamo famiglie in cui c'è un padre che prende 3 milioni di pensione, che certo è un importo elevato rispetto alle pensioni di vecchiaia e minimo rispetto alle pensioni d'oro, di cui bisognerebbe anche discutere, e un giovane disoccupato senza alcun reddito.
E a Piombino la disoccupazione giovanile è al 40% del totale!!
Io ritengo che ci sia una correlazione tra queste due variabili e allora lo sforzo che dobbiamo compiere è esattamente quello di mettere in movimento i processi e gli strumenti innovativi, mettere in movimento l'idea di forme nuove di sviluppo che a Piombino possono avere le caratteristiche che ricordavo, altrove ne avranno altre e al tempo stesso questa relazione perversa dobbiamo romperla, per trovare il modo di uscire dalla fossilizzazione nella quale siamo incastrati.
Anche nella sinistra c'è una valutazione per cui bisogna rassegnarsi allo stato di necessità, perché è l'equilibrio della finanza pubblica che richiede i sacrifici ecc., quindi ci rassegniamo. No! è molto sbagliato, noi dobbiamo dire che l'inversione di tendenza che io auspico e che ritengo possibile va operata anche perché ci sono idealità che riguardano lo sviluppo della democrazia, di una democrazia sostanziale nella quale dobbiamo e vogliamo sentirci ancora impegnati.

(*) Conferenza tenuta dal Sottosegretario di Stato al Tesoro, on. Laura Maria Pennacchi, presso la Scuola di Addestramento del Sisde. Roma, 29.9.1997.
La versione integrale del n. 4/2011 sarà disponibile online nel mese di maggio 2012.