È evidente che, laddove si abbandoni il criterio discriminante del raggiungimento della consapevolezza e della rassicurazione che condiziona tutto il paradigma e si privilegino altre variabili, il risultato può essere imprevedibile sia dal punto di vista delle misure, sia dal punto di vista della comunicazione tra tutte le componenti sociali.
Media e sicurezza
Che ruolo giocano i media nel settore della sicurezza? Di certo giocano un ruolo chiave come tramite tra Istituzioni e opinione pubblica. Costituiscono un luogo in cui le Istituzioni, le Forze di sicurezza, si incontrano con i cittadini, sia monitorando le Istituzioni sia assolvendo il compito di informare i cittadini perché prendano posizioni adeguate rispetto alle questioni di sicurezza. Compiti certamente non facili perché si possono presentare una serie di ostacoli, che vanno dalle decisioni di Governi di restringere l’accesso all’informazione per i giornalisti o di cooptarli
(9) , al fatto che i media possono esasperare i rischi percepiti tramutandoli in questioni di sicurezza nazionale, alla mancanza di vere professionalità nel mondo dei media in merito alla sicurezza e altro.
Di certo soprattutto nell’ultimo decennio, e in particolare a partire dall’11 Settembre, vi sono stati alcuni mutamenti nei media che rendono il loro rapporto con le questioni di sicurezza complesso. Non è banale citare l’attacco alle Torri Gemelle, che costituisce ormai un triste adagio, non perché davvero costituisca l’inizio di un mutamento di atteggiamento da parte dei media nei confronti delle Istituzioni nell’ambito della sicurezza, ma perché costituisce il momento in cui alcuni atteggiamenti sono divenuti giustificabili e condivisi.
Mi riferisco a questioni quali: a) il clima di securizzazione, di cui parlerò più avanti, che porta i media a porre l’enfasi, ad esempio, su questioni come i criteri di segretezza dei Governi, che volutamente terrebbero il cittadino all’oscuro della minaccia e dei meccanismi di sicurezza e altro; b) il progressivo mescolamento di informazioni serie e urgenti con l’intrattenimento, riducendo i tempi delle notizie di rilevanza nazionale, accompagnandoli con temi leggeri, in questo modo settorializzando la comunicazione approfondita sulla sicurezza, riducendone così la presenza nel “paniere” di informazioni generali costanti per tutti; c) paradossale restrizione degli ambiti di riferimento mediatico perché si tendono a privilegiare le informazioni istituzionali aspirando all’obiettività, in questo modo riducendo lo spettro critico; d) la diversa mentalità di Istituzioni e media rispetto alla sicurezza; e) gli scopi diversi che media e Istituzioni perseguono anche in merito alla comunicazione della sicurezza, non sempre convergenti.
Resta il fatto che Istituzioni e media sono interdipendenti e, in certi aspetti, il legame è ineludibile come, ad esempio, per quanto riguarda il rapporto delle Istituzioni con l’opinione pubblica, che in Italia è fortemente veicolato dai media. Le Forze dell’ordine, ad esempio, hanno necessariamente bisogno dei media per diffondere notizie sulle operazioni. Allo stesso tempo, i media dipendono fortemente dalle Forze dell’ordine per avere informazioni.
Di certo il campo dell’Intelligence è il più delicato in questo senso perché pone una serie di sfide ai media. La necessità di segretezza può comportare il rischio di eccesso di dipendenza dei giornalisti dalle informazioni ufficiali
(10) e, laddove vi sia rischio di manipolazione delle informazioni ufficiali, il rischio di disseminazione di informazioni distorte.
Non entro in questa sede nella questione della limitazione della libertà di stampa o della censura, su cui esistono una vasta letteratura, dichiarazioni e politiche delle organizzazioni e delle Istituzioni internazionali, nonché un’enorme quantità di associazioni, siti, organizzazioni non governative attive nel campo. Tuttavia, sottolineo l’importanza di non perdere di vista il fatto che stando al “
Death Watch” dell’
International Press Institute, dall’inizio del 2009 sono stati uccisi 31 giornalisti nel mondo
(11) . Questo è un altro risvolto della questione comunicazione e sicurezza, perché riguarda la sicurezza in cui operano i professionisti del settore negli scenari più diversi, dal teatro di guerra al contesto politico.
Nelle società democratiche come quella italiana, l’attenzione è rivolta al grado di funzionamento del paradigma della comunicazione tra Istituzioni, media e opinione pubblica, e al grado di fiducia.
Secondo il rapporto dell’autunno 2007 di Eurobarometro
(12) – qui nuovamente riportato perché fonte consultata e citata da più parti in Italia a livello europeo – sono molti gli Italiani che considerano inaffidabili la carta stampata (56%) e la radio (42%), mentre la televisione è considerata la più affidabile (55%). Sul piano dell’UE la carta stampata è ritenuta affidabile dal 44% degli Europei, un dato che va letto tenendo conto del fatto che l’UE dei 27 presenta al suo interno situazioni politiche e sociali molto diverse. Internet gioca ormai un ruolo chiave: è interessante il fatto che secondo Eurobarometro in Italia, Paese con altissimo accesso a Internet (48,8% della popolazione
(13) ), la Rete Internet è ritenuta affidabile dal 37% del campione. Se confrontato con il dato su carta stampata e radio, l’affidabilità di Internet appare controversa. Probabilmente la possibilità di gestire la ricerca delle informazioni, di selezionare, di interagire, interferisce con l’effettiva attendibilità di una Rete in cui l’enorme quantità di notizie rende difficile il discernimento.
Di certo la Rete è preferibile perché chi accede a Internet spesso intraprende percorsi di ricerca che lasciano prevedere il risultato, soddisfacendo
ab initio le implicite aspettative dell’internauta. La questione della fiducia, per quanto riguarda i media e la sicurezza, su Internet si perde nella selezione iniziale che il navigatore opera.
La Rete però è anche luogo di veicolazioni globali di quegli stessi nodi critici che essa stessa crea. Stephen Ward
(14) , tra molti altri, ad esempio, sottolinea la necessità di adottare norme etiche globali per il giornalismo in questa “epoca di terrore”.
Di certo bisogna tener conto del fatto che i media sono in grado di incidere sull’
agenda setting sia a seguito della sollecitazione dell’opinione pubblica sia sollecitando l’opinione pubblica. Peraltro, come sottolinea Morcellini, il processo di legittimazione o delegittimazione delle strategie politiche di riduzione del rischio avviene attraverso un dibattito pubblico che si svolge prevalentemente sulla scena dei media
(15) . Quindi, bisogna analizzare non solo il ruolo dei media, ma anche l’impatto dell’azione combinata di discorso politico e mediatico sulla percezione della sicurezza, richiamando l’attenzione sulla responsabilità degli attori riguardo gli esiti finali di questa forma di comunicazione
(16) .
Questo dovrebbe far riflettere sull’uso di linguaggi sensazionalistici, sull’eccesso di concentrazione sulle questioni di sicurezza non proporzionato all’effettivo rischio e alla minaccia, sulla “gigantizzazione della cronaca nera” – come afferma Morcellini
(17) – sulla creazione e il mantenimento di costante tensione adrenalinica nell’opinione pubblica.
Comunicazione dell’Istituzione pubblica e sicurezza
La questione “comunicazione e sicurezza”, nel paradigma che ho tentato di delineare, appare come un processo in più direzioni tra poli diversi: media, Istituzioni, opinione pubblica. La direzione, in un senso o nell’altro, è determinata da molti fattori di ordine politico, sociale, economico, culturale.
La comunicazione dell’Istituzione pubblica
(18) si muove in varie direzioni e con varie modalità: a) verso l’opinione pubblica o su sollecitazione dell’opinione pubblica; b) verso i media o su sollecitazione dei media; c) con i media.
In Italia la comunicazione istituzionale ha subìto un ritardo rispetto ad altri Paesi europei in cui, invece, si è molto investito in questo senso. Secondo Massoli
(19) , questo sarebbe dovuto ad un’eredità del fascismo in cui vi era una centralizzazione del controllo dell’informazione che ha lasciato traccia nella cultura della comunicazione italiana fino agli anni ‘80. In quel periodo infatti la comunicazione dell’Istituzione pubblica si è emancipata con la creazione del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria presso la Presidenza del Consiglio, e con alcune leggi come la 67/87 e poi la legge Mammì 223/90 che impongono alle amministrazioni pubbliche di curare l’aspetto della comunicazione attraverso la pubblicità sui quotidiani, i periodici, le radio private, le televisioni investendo parte dei loro fondi. Sono seguite poi altre leggi – 249/97, 150/2000 – incentrate sulla questione della comunicazione, attraverso le quali sono stati istituiti l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) e il Garante per la Radiodiffusione e l’Editoria, nonché il “Codice delle Comunicazioni Elettroniche”, con il Dlgs 259/03. Altre leggi, come la 28/00 regolano un campo assai discusso come quello della comunicazione in periodo elettorale.
Nell’ambito dei temi della sicurezza, la comunicazione dell’Istituzione pubblica è stata per lungo tempo veicolata dai media, con scarsi investimenti in campagne di comunicazione sociale, di sensibilizzazione, di informazione sulle proprie attività dirette, come è tipico della società anglosassone, ad esempio. Questo anche per la mancanza di una “cultura dell’utente” per cui non si considera il cittadino come un attore nel ciclo della produzione di sicurezza, ma semplicemente un destinatario di interventi quando necessari.
Non è un caso che in Italia, secondo l’Associazione Nazionale Pensionati (ANP) della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), attualmente oltre l’80% degli anziani chieda maggiori notizie sui servizi non solo di carattere sociale, e sulla sicurezza
(20) .
Un forte cambiamento, o per meglio dire, una vera rivoluzione, la si deve a Internet, che ha obbligato le Istituzioni a dotarsi di organi di comunicazione studiati per il cittadino/protagonista del ciclo della sicurezza. Già nel 2006 il sito Comunicatori Pubblici affermava con enfasi che su Internet Governo, Polizia e Carabinieri sono i siti in cima alla classifica
(21) per fruibilità. Oggi molti enti, imprese, associazioni, forniscono sulla Rete un servizio di link ai siti della Pubblica Amministrazione, come Ancitel
(22) , per citarne uno.
Tuttavia ci si chiede ancora se vi sia nelle Istituzioni una cultura della comunicazione; se sia necessaria maggiore specializzazione, formazione di professionalità specifiche istituzionali di comunicazione della sicurezza, se il settore comunicazione nelle Istituzioni sia sottodimensionato.
Una questione complessa riguarda quanto la comunicazione dell’Istituzione pubblica sia in grado di gestire l’inondazione di informazioni da cui è investita, reagendo e allo stesso tempo mantenendo un ruolo propositivo.
Un aspetto fondamentale è la conoscenza delle dimensioni effettive dei problemi. Mi riferisco, ad esempio, al dibattito attuale sulla criminalità, sulle recenti misure previste dal pacchetto sicurezza, che suscitano il dibattito istituzionale, politico, nell’opinione pubblica. Da più parti giunge la sollecitazione alle Forze dell’ordine di rendere ancora più visibile il loro operato, per permettere una migliore conoscenza e percezione del lavoro svolto. Questo permetterebbe maggiore know-how sia per l’istituzione stessa che può in questo modo far tesoro dell’esperienza, sia per la collettività. Un saggio di D’Anselmi, Giannini e Morganti
(23) suggerisce che bisogna poter misurare input e output di un’azione svolta per poterne valutare risultati, impatto, efficacia.
È questo un dibattito molto sentito anche sul piano internazionale, dove l’attenzione si concentra sul concetto di securizzazione
(24) , anche per via delle misure proposte dall’UE. L’Unione si è infatti resa conto di quanto sia necessario comunicare adeguatamente in un momento in cui si prendono decisioni in merito a misure di sicurezza che fanno ricorso alla biometrica e ad altro
(25) .
Stando ad una definizione ormai classica – il concetto è tuttavia piuttosto recente – la securizzazione è il meccanismo di inquadramento (framing) attraverso il quale un attore politico inquadra una questione come “minaccia esistenziale che richiede un’azione di emergenza”, e una larga parte dell’ambito politico accetta tale approccio al problema
(26) . Una questione che comporta un rischio esistenziale, ovvero un rischio per la sopravvivenza fisica e culturale della società, viene così distinta nettamente da una questione di “normale” politica
(27) . La questione di sicurezza non è più gestibile soltanto attraverso i normali meccanismi di contrasto ma richiede il consenso della popolazione per adottare misure speciali. Questo solleva diverse questioni come, ad esempio, il fatto che l’opinione pubblica si interroghi su quali siano le fonti attendibili per quanto riguarda la definizione della questione in tutti i suoi aspetti. Ancora, emerge il problema, molto dibattuto, di chi possa parlare effettivamente di questioni di sicurezza, di quali questioni parlare, in quali condizioni e con quali effetti.
Temi come l’immigrazione o il terrorismo diventano esemplari in questo caso perché, ormai, trascendono la concezione classica di controllo dei confini, di vigilanza, difesa, protezione: hanno invaso sfere molto più ampie come i valori, la sensazione di dover proteggere le proprie comunità locali, il concetto di alterità, di integrazione e altro. Un processo di framing della questione, questo, che influisce fortemente sui processi di comunicazione sia da parte delle Istituzioni pubbliche sia da parte dei media. Vi è un progressivo spostamento dalla dimensione globale di un problema di sicurezza a quella locale, a quella personale.
Le variabili che normalmente incidono sulla percezione del rischio – la fondatezza della minaccia, la prossimità geografica del minacciatore, la capacità di difesa e altro – lasciano il posto a variabili in cui è il senso generalizzato di insicurezza e vulnerabilità a dettare la percezione. La minaccia di Al Qaeda, ad esempio, viene percepita come capace di trasformare l’intero mondo occidentale in target; viene percepita così da parte delle potenziali vittime, perché tali si sentono.
Molte le critiche: ad esempio, più voci sostengono che il processo di securizzazione abbia un impatto sul funzionamento democratico della cittadinanza perché limita gli spazi e i processi d’azione dei cittadini; ancora, che limiti il flusso di comunicazione tra i cittadini; che limiti l’accesso dei cittadini alle fasi decisionali, in particolare su tematiche delicate e per quanto riguarda l’incidenza delle politiche sulla loro vita; che porti a dare priorità agli aspetti amministrativi rispetto alla politica rappresentativa e al giudiziario e altro.
Ma il processo di securizzazione è inarrestabile perché gli corrisponde – è generato e, allo stesso tempo, genera – uno stile mediatico che impone ritmi molto più veloci e informazioni molto più scarne, con toni molto più enfatici e delineamento del problema nella sua essenza: il maggior numero di input nel minor tempo possibile. Questo richiede, però, di saper sollecitare la massima intensità emotiva possibile per fare in modo che l’informazione venga comunque recepita. Un processo che investe la comunicazione dell’Istituzione pubblica che deve necessariamente adeguare tempi e modi della comunicazione a questo stile mediatico.
Questo è un nodo critico importante perché, da un lato, corrisponde ad esigenze comunicative ormai consolidate; dall’altro, può costituire un impasse perché: l’opinione pubblica può sostenere di non essere stata sufficientemente informata dagli organi dell’informazione dell’Istituzione pubblica e, dall’altro, le reazioni dell’opinione pubblica possono essere giudicate come più istintive che razionali perché dettate da informazioni superficiali.
La fruizione passiva cui l’attuale mondo della comunicazione spesso conduce, condanna spesso il fruitore alla superficialità, pur mettendogli paradossalmente a disposizione infinite opportunità di approfondimento.
Sicurezza dei mezzi della comunicazione
Una nota in questa riflessione merita un aspetto che si impone oggi nel rapporto tra comunicazione e sicurezza, soprattutto per quanto riguarda i nuovi media: la questione della sicurezza dei media stessi.
Questo riguarda sia la questione della necessità di rendere sicure le linee di comunicazione (
Lines of Communication - LOC) delle Forze dell’ordine, dell’Intelligence, del mondo militare, sia delle imprese, di tutti. La sicurezza di Internet, ad esempio, è un problema sentito, anche se il livello di allerta si abbassa nel cittadino internauta perché si ha la sensazione di entrare in spazi gestiti individualmente su un piano personale in cui il senso di rischio corrisponde ai percorsi che si fanno all’interno della Rete.
Con il rapido progresso della tecnologia informatica e il numero enorme di media apparsi sulla Rete – testi, video, documenti audio, immagini – sono emerse questioni importanti come la protezione del
copyright, la verifica dell’integrità, l’autenticazione, il controllo degli accessi e altro.
Il fatto che i dati multimediali occupino volumi molto ampi e che debbano essere compressi per essere tenuti in archivio a bassi costi, comporta che i meccanismi di protezione dei media per le immagini, gli audio e i video siano molto diversi da quelli usati per i testi o per i dati binari.
Con i recenti sviluppi nella tecnologia multimediale e della Rete, vi è una tendenza costante verso la distribuzione di contenuti multimediali operata da un
provider centrale ai consumatori individuali, come i video a richiesta, o reti
peer to peer (p2p).
Negli ultimi decenni sono stati elaborati degli schemi di protezione della comunicazione multimediale, come la crittazione, l’autenticazione, le impronte digitali, la gestione dei diritti digitali. Queste tecniche sono in grado di proteggere i contenuti multimediali per quanto riguarda la loro confidenzialità, l’integrità, il possesso, la tracciabilità del trasgressore. Ancora, varie reti come Internet, 3G
wireless, DVB-H e p2p, adottano diversi protocolli di sicurezza e richiedono algoritmi per fornire sistemi di sicurezza.
Tutto questo, la trasmissione e la distribuzione sicura di contenuti multimediali, è in continuo sviluppo e costituisce una sfida continua per la comunicazione e la sicurezza.
I tempi e i modi dell’emergenza
Emergenza, al pari di sicurezza, è un termine ormai ricorrente nel linguaggio della comunicazione in ogni àmbito. Il concetto di emergenza così utilizzato perde la sua accezione originale e viene spostato dai confini temporali in cui dovrebbe essere collocato e si espande fino a raggiungere anche ambiti cui non apparterrebbe.
L’emergenza viene in genere collocata temporalmente a ridosso di un evento, con un intervento rapido che avviene sulla base delle urgenze, nell’ottica di una risoluzione a lungo termine. In realtà, oggi, l’emergenza può protrarsi molto a lungo nel tempo o occupare tempi troppo brevi perché si possano operare interventi efficaci sia nell’urgenza sia nel lungo termine. Ancora, l’emergenza può espandersi anche oltre luoghi geografici o gruppi direttamente individuati come destinatari dell’intervento.
L’emergenza, come concetto elastico, è adottata dai media come dalle Istituzioni, dall’opinione pubblica. Questo spiega perché un singolo evento può determinare consenso e non così le strategie a lungo termine, e perché è assolutamente necessario prestare la massima attenzione alla comunicazione sui temi della sicurezza.
Le questioni che sono emerse finora riguardano difficoltà nel linguaggio. La terminologia relativa al conflitto sul piano internazionale, ad esempio, si impiglia in miriadi di interpretazioni che rispecchiano approcci diversi in cui è difficile trovare un minimo comun denominatore. In particolare, i termini della sicurezza sono spesso controversi o giudicati ideologicamente non utilizzabili. Il termine “guerra” stesso suscita quasi un moto di pudore, contrapposto ad un uso disinvolto di termini squisitamente militari anche da parte di civili a dimostrare competenza nel campo, per non parlare del continuo indulgere in particolari raccapriccianti nella cronaca.
Comunicazione, sicurezza ed emergenza insieme sollevano molte questioni, tra cui:
come definire le questioni di sicurezza? I termini allarmistici tautologicamente creano allarmismi.
Quali situazioni riguardano la sicurezza? Le generalizzazioni rischiano di creare fratture nell’opinione pubblica.
Quali criteri di priorità adottare per la comunicazione dei temi della sicurezza? È sufficiente il criterio della reale emergenza per definire le priorità?
Chi deve comunicare cosa? Una confusione di ruoli e responsabilità può comportare perdita di credibilità e alimentare la sfiducia.
La sicurezza nella comunicazione deve essere prioritaria? Sono molte le voci che si oppongono alla securizzazione della società civile, sottolineando che il legame comunicazione e sicurezza deve essere esaltato nel suo aspetto attuale di trasformazione dei cittadini da fruitori a protagonisti, considerando anche il fatto che i mezzi tecnologici a disposizione di chiunque oggi influenzano fortemente la comunicazione sulla sicurezza (cellulari con macchine fotografiche e videocamere incorporate; pc portatili e altro). Interessante il caso recente del Kenya in cui vi sono stati gravissimi disordini dopo le elezioni presidenziali del 2007. Poiché il Governo aveva ordinato un
blackout dei media tradizionali, le informazioni su quanto accadeva uscirono dal paese via pc e telefoni cellulari
(28) . Lo stesso tipo di comunicazione può naturalmente essere usato in senso contrario, per diffondere paura e istigare alla violenza, come notoriamente fa Al Qaeda.
Comunicare sicurezza
Il tema
comunicazione e sicurezza è, dunque, un tema di emergenza costante, nel senso che la sicurezza pone continue sfide alla comunicazione e viceversa, sul piano delle politiche e delle misure di contrasto. Tutte le interpretazioni del tema “sicurezza e comunicazione” sono egualmente importanti e tutte presentano dimensioni sia macro sia micro allo stesso tempo, perché hanno un impatto sia sullo scenario nazionale e internazionale più ampio, sia su quello locale/individuale nel senso più profondo.
L’attuale concentrazione sulla sicurezza urbana in Italia, ad esempio, sottolinea un cambiamento rispetto alla fine degli anni ‘70 in cui il terrorismo politico costituiva il tema tipico della sicurezza nelle comunicazioni, o agli anni ‘90 in cui la sicurezza era invece identificata con la criminalità organizzata, la corruzione. Punto d’arrivo è l’attuale situazione, che potrebbe sembrare solo contingente ma che è, in realtà, epocale, perché ha portato al mutamento della percezione del rischio, all’innalzamento del senso di vulnerabilità: la consapevolezza di essere noi stessi potenziali target modifica radicalmente la nostra Weltanschaaung.
Bisogna essere lucidi nell’analisi e concreti nell’affrontare questo tema.
Troppo spesso si comunica secondo tempi e modi inadeguati a garantire allo stesso tempo l’informazione corretta e la rassicurazione, che deriva come si è detto, dalla fiducia nel sistema. L’obiettivo dell’allarme proporzionato – la sensazione di rischio adeguata al rischio effettivo – dipende fortemente dai contenuti, dai modi, e dai tempi della comunicazione.
Forse si potrebbe adottare un sistema di parametri valutativi degli effetti della comunicazione, non solo con studi di settore, ma proponendo un sistema di rilevazione/valutazione che media e Istituzioni pubbliche potrebbero adottare essi stessi per creare un’area condivisa di princìpi e modalità di riferimento, che tengano conto delle esigenze e degli obiettivi di tutte le parti.
Le strategie della comunicazione di sicurezza in un clima già allarmato devono essere definite ad hoc. Non possono esistere standard consolidati in questo campo. Anche nell’ambito della comunicazione, soprattutto nelle Forze dell’ordine, dovrebbero essere create delle task force specifiche per la comunicazione in situazioni di emergenza che perseguano l’obiettivo della rassicurazione, obiettivo che, peraltro, negli ultimi anni è stato più volte dichiarato
(29) .
Gli obiettivi dovrebbero essere sempre chiari, quando si comunicano temi di sicurezza, con una gestione dei flussi comunicativi che ne valuti il potenziale impatto.
Come sottolineano più parti, vi è una forte esigenza di investimenti nel campo della cosiddetta media education, ovvero la conoscenza critica delle tecniche mediatiche, per favorirne l’alfabetizzazione fra tutte le fasce sociali e classi d’età, anche allo scopo di proteggerne i propri dati nell’usare i media.
Forse bisognerebbe investire parallelamente in nuovi strumenti per una
security education, allo scopo di definire metodi per una “comunicazione preventiva”, che non intervenga solo nelle emergenze, ovvero nelle fasi in cui si opera per la risoluzione di istanti questioni di sicurezza.
Ancora, non va sottovalutato il potere dei nuovi media e degli
small media, nel campo della comunicazione della sicurezza. Dai video su
YouTube ai milioni di blog, vi è un fiorentissimo dibattito gestito autonomamente da cittadini che da fruitori diventano facilmente produttori di materiali per la comunicazione di temi legati alla sicurezza, sia allo scopo di rassicurare, sia allo scopo di esasperare.
Il cittadino non può e non deve più essere visto come mero fruitore, insaziabile inglobatore di informazioni, confinato alla passività acritica. Tutti gli attori che comunicano sui temi della sicurezza devono considerare i cittadini produttori, essi stessi, di sicurezza e comunicare con loro adeguatamente, al fine di aiutarli a essere produttori consapevoli e responsabili. Un passaggio essenziale, questo, perché la comunicazione e la sicurezza trovino il giusto paradigma per operare ai fini della rassicurazione.