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personaggi 4/2017
Storie di chi si è dato coraggio

Costanzo Ebat Costanzo Ebat

MOTIVAZIONE
Medaglia d'Oro al Valor Militare

Dopo l’armistizio, con fedeltà e con decisione, prodigava ogni sua attività nella lotta di liberazione entrando a far parte del fronte militare della resistenza, sorto nella Capitale e rendendo servizi altamente e vivamente apprezzati nei campi organizzativo, informativo e della propaganda. Operando in condizioni di ambiente particolarmente difficili e pericolose, riusciva a raccogliere importanti notizie sulla situazione dei tedeschi al fronte di Anzio e nella regione della Tolfa. Cadeva poi, per delazione, in mano alle SS germaniche insieme a un gruppo di suoi dipendenti. Per trentacinque giorni, ripetutamente interrogato e barbaramente seviziato, manteneva fiero ed esemplare contegno, nulla rivelando sull’organizzazione di resistenza, che gli era ben nota, e rivendicando generosamente su di sé ogni responsabilità nel tentativo di salvare i dipendenti. Condannato e tratto a morte con altri cinque compagni, era a tutti di esempio per serenità e per fede e, nelle lettere scritte dal carcere, lasciava memorabili testimonianze nel modo con il quale i più nobili sentimenti di Religione, di Patria, di Famiglia, debbano albergare nell’animo di un prode soldato.

Roma, 3 giugno 1944




Costanzo Ebat

Costanzo Ebat nasce a Livorno il 4 maggio 1911. Studia presso l’Istituto Nautico cittadino, poi a Torino presso l’Accademia di Artiglieria. Militare di carriera, è in Etiopia da capitano – quale addetto all’Ufficio Informazioni di una Grande Unità – e in Albania da maggiore. Decorato con Croce di Guerra al Valor Militare e promosso tenente colonnello, l’armistizio dell’8 settembre 1943 lo sorprende a Roma, dove è casualmente presente: entra a far parte della Resistenza e si prodiga in ambito organizzativo, informativo e propagandistico. Scoperto a causa di delazione, Ebat è processato e condannato alla fucilazione alla schiena, puntualmente eseguita il 3 giugno del 1944, il giorno prima dell’ingresso degli americani a Roma. Per quanto consta, la figura del delatore rimane avvolta nell’ombra, così il racconto che segue, condotto tutto dal punto di vista del traditore, può essere considerato una illazione (ma sono vere tutte le circostanze di fatto riferite). Si è voluta esplorare la vicenda dando la parola all’ignoto malvagio per cercare di intendere le motivazioni di chi si presta a un’azione così spregevole.


La sfinge testa di morto di Giampaolo Rugarli
Lui, Costanzo Ebat. Era sempre davanti a me di qualche cosa o per qualche cosa, e io ero condannato al ruolo dell’eterno secondo.
Era nel mio destino, mi aveva spiegato una parente, appena avevo raggiunto l’età della ragione: fatto è che sulla mia culla, quando ero nato da poche ore, si era posata una Sfinge testa di morto (nome scientifico: Acherontia Atropos). Pessimo presagio. La Sfinge Testa di Morto è una farfalla sul cui dorso appare un disegno simile a un teschio che, nell’opinione popolare, porta sventure e spesso prelude a eventi luttuosi. Tuttavia, ero sopravvissuto e alcuni anni dopo aver incontrato Ebat mi ero persuaso che la parente non si era ingannata: non sarei mai stato un protagonista, sarei passato come un’ombra.
Ebat lo avevo conosciuto in Eritrea ed era lui che dava gli ordini, lui capitano e io tenente. Non c’era nulla che giustificasse la disparità del grado e quasi quasi, a ben guardare, la bilancia pendeva tutta quanta dalla mia parte: ero più vecchio di un paio d’anni ed ero dottore in giurisprudenza a pieni voti e lode, mentre Ebat aveva frequentato l’istituto nautico, non so con quali risultati. L’università se l’era sognata di notte.
E poi, anche nelle note di merito, nell’attitudine al comando e nella capacità decisionale, avevo tutte le carte in regola ed era giusto che emergessi, invece... Doveva essere a causa del muso di lepre, sebbene un intervento chirurgico avesse corretto o cercato di correggere la mia malformazione. L’esito non era stato eccezionale, tant’è che la mia parente aveva commentato: «Era meglio se non ti facevi operare». Tuttavia non ero sgradevole. Avevo la bocca un po’ strana, questo sì, e alcune sciocche ragazze giravano alla larga, senza comprendere che un laureato val più di ogni bellimbusto.
Ebat aveva fortuna con le donne, mentre io normalmente venivo respinto. Aveva anche troppa fortuna. Una volta seppi di quella che io ritenevo una sua leggerezza: non esitai e scrissi una lettera anonima al Comando, per denunciare il caso.
Non accadde nulla di ciò che avevo sperato. Qualche settimana dopo mi convocò e mi tenne uno strano discorso. «Credo che scrivere una lettera anonima sia un’azione abietta – disse – non è così?». Aspettò un segnale di conferma e con il capo feci cenno di sì. «Benissimo – continuò Ebat – ho solo la certezza che, nel nostro reparto, vi è un vile che si compiace di spedire al Comando corrispondenze dimenticando di sottoscrivere... ».
«È un’accusa molto grave, signor capitano – commentai, abbassando gli occhi – siete ben sicuro della vostra affermazione?».
«Tenente – replicò Ebat sferzante – vi risulta che io abbia l’abitudine di parlare a vanvera? C’è un verme tra di noi, ve lo giuro. E spetterà a voi di indagare per scoprire chi sia questo verme».
«Potrei avere qualche indizio che mi guidi nelle ricerche?» domandai, sempre con gli occhi bassi.
«Avete bisogno d’indizi?» domandò a sua volta Ebat, ponendo nella voce una intonazione di marcata ironia. Non c’era dubbio: aveva capito che il delatore ero io. «A ogni modo – soggiunse, dopo una lunga pausa – l’anonimo ha denunciato al Comando una vicenda di vita privata... interpretata in termini sporchi, ignobili. Il Comando ha espresso solidarietà al denunciato e mi ha incaricato di individuare il farabutto. Chi compie azioni di tale bassezza non è degno di vestire la divisa. Non vi sembra, signor tenente?».
Quella sera mi ubriacai e poi, indossati abiti borghesi, andai a far visita a una casa di piacere. Fu una visita breve, si vedeva che ero sbronzo, e perciò fui pregato di scomparire. Era una esperienza nuova, di essere espulso da un postribolo non mi era mai capitato, ma sapevo che nella vita non bisogna mai stupirsi di niente. Se Ebat avesse insistito nel pretendere una indagine sulla mia delazione, mi sarei trovato in imbarazzo, benché avessi già deciso d’incolpare un ignaro sergente che aveva il solo torto di essere siciliano (non ho mai potuto soffrire i siciliani). Per fortuna Ebat si dimenticò o finse di dimenticare la sua richiesta, e io rimasi a rodermi della mia sconfitta. Non ci dormivo la notte.
Ebbi una fortuna. Fui trasferito in Patria e un anno dopo venni promosso capitano: non solo Ebat spariva dal mio mondo ma, se per ipotesi lo avessi ritrovato, saremmo stati pari, tutti e due allo stesso grado. Lo ritrovai, purtroppo: in Albania, dove ero stato destinato dopo lo scoppio della guerra, e un’altra volta mi toccò di mettermi sugli attenti davanti a lui, che era stato promosso maggiore, e dunque continuava a comandarmi.
Mi accolse con una battuta: «Sarete a vostro agio tra di noi, signor capitano: sì, di tanto in tanto dal cielo piovono bombe, però l’ambiente è ottimo e, soprattutto, non piovono lettere anonime». «Mi compiaccio» biascicai tra i denti, e mi accorsi di avere un nodo alla gola, come uno che sta per mettersi a piangere.
Quali erano i miei sentimenti o, più verosimilmente, i miei risentimenti nei confronti di Ebat? A guardar bene le cose, non aveva mai fatto niente contro di me e, anche in occasione dell’invio della lettera anonima, quando si sarebbe potuto vendicare con mano pesante, si era accontentato di sfottermi, senza infierire. No, se avessi dovuto compilare un elenco delle persone che mi avevano fatto del male, avrei collocato al primo posto i miei genitori, che mi avevano fatto nascere, e forse avrei aggiunto due o tre sciacquette che mi avevano respinto, il professor Gandolfi che, all’esame di diritto amministrativo, mi aveva negato il trenta, assegnandomi un banale ventotto e, perché no?, il chirurgo che si era occupato del mio labbro leporino. Ma a Ebat non avevo nulla da rimproverare, proprio nulla. Eppure lo odiavo.
Non so se vi è mai accaduto di odiare qualcuno. L’odio è una passione più bella e più intensa dell’amore, non concede tregua, colma ogni istante di vita e ragguaglia ogni possibile avvenimento alle conseguenze che possono derivare al destinatario della nostra intima ira. Così, se si diffonde una epidemia mortale o se si verifica il crollo di un fabbricato o se un torpedone precipita da una scarpata, è istintivo sognare che il nostro nemico si ammali, sia travolto dalle macerie, s’inabissi in un burrone. Chi odia ha sete, ed è una sete che solo la morte può spegnere. Erano questi i pensieri che mi occupavano da quando ero giunto in Albania: e, dovendo darmi una conclusione, finalmente mi fu chiaro ciò che volevo. Volevo che Ebat morisse e, a questo scopo, avrei fatto tutto quanto era in mio potere perché l’evento ferale si compisse. Non mi sfiorò neppure per un attimo il sospetto che sognavo di diventare un assassino: sentivo dentro di me un tarlo che mi rodeva l’anima, che mi possedeva interamente, e tutto mi sembrava lecito pur di metterlo a tacere. Pensai, dunque, a un incidente mentre pulivo la pistola: era un classico, e la letteratura poliziesca era affollata di omicidi camuffati da disgrazie. Era semplice, privo di serie conseguenze... In tempo di guerra, poi! Si sarebbe detto che Ebat era stato colpito da un proiettile nemico, e magari lo avrebbero anche decorato con una bella medaglia. Alla memoria, ben s’intende. Ci provai. Purtroppo non so che cosa andò storto, e colpii le gambe di un soldato. Ebat mi convocò.
«Che cosa sono queste bestialità, capitano?» mi chiese bruscamente. «Adesso fate fuoco sui nostri?».
Era incollerito, però il suo sguardo tradiva un guizzo d’ironia. Sedeva dietro un banchetto che faceva le veci di una scrivania: difficile pretendere di più, sotto una tenda. «Un deplorevole errore – balbettai – non ho parole per scusarmi».
«Non vi dovete scusare – disse Ebat – dovete solo fare il vostro bagaglio e, con il primo mezzo disponibile, ritornare a Roma».
«Non merito questa mortificazione» protestai.
«Meritate questo e altro – mi sentii rispondere – siete pericoloso. E ringraziate Iddio che non vi mando davanti alla corte marziale. Se posso darvi un suggerimento, marcate visita: spiegate alla sanità che i vostri nervi sono distrutti e che avete urgente bisogno di due o tre mesi di riposo assoluto. La guerra non è cosa per voi».
A denti stretti, ritornai a Roma e seguii il consiglio di Ebat. Ebbi tre mesi di malattia, e fu una fortuna perché la firma dell’armistizio non mi sorprese al fronte ma a casa mia. Purtroppo, mi trovai di fronte a un drammatico dilemma: o arruolarmi nell’esercito che i fascisti stavano ricostituendo o entrare in clandestinità e magari combattere la guerriglia partigiana. Obietterete che la scelta non era difficile: avevo giurato fedeltà al re e i fascisti pretendevano un’abiura. Ma, per ragionare così, ci voleva una bella dose d’idealismo, e io, scusate tanto, dopo tutto quello che avevo visto e sofferto, ero preoccupato di salvare la pelle, punto e basta. Decisi di scomparire e, per rendermi irreperibile, chiesi ospitalità proprio alla parente che, accanto alla mia culla, aveva espresso cattivi presagi per il mio futuro.
La parente si era fatta molto vecchia e viveva sola. Mi accolse con scarso entusiasmo ed eroicamente precisò: «Va a finire che, in luogo di ammazzare soltanto te, ammazzano anche me, povera meschina».
«Non ammazzeranno nessuno – la rincuorai – se sapremo comportarci con prudenza».
«Va bene – si rassegnò – tuttavia sarebbe opportuno se tu prendessi contatto con il tenente Li Cauti».
«E chi sarebbe questo signore?», indagai con diffidenza. «Dal cognome sembrerebbe siciliano».
«Hai qualche cosa contro i siciliani?», si stizzì la parente. «Mai sentito parlare di Bellini, di Verga, di Pirandello? I siciliani sono persone esemplari e tralignano non più dei piemontesi o dei molisani... Il tenente Li Cauti è un amico e mi porta la roba da mangiare: la carne, la pasta, l’olio... Se non fosse per lui, morirei di fame. E poi Li Cauti appartiene a una organizzazione antifascista. Io nella politica non ci voglio entrare, ma tu dovresti stare dalla parte della Resistenza: alla fine ce la spunteranno gli avversari del regime».
Il tenente Li Cauti mi fece buona impressione: poiché ero o ero stato capitano, si dichiarò ai miei ordini. Non ne avevo da impartire, semmai volevo sapere quale attività svolgeva una cellula partigiana. Li Cauti mi spiegò che era preminente l’attività informativa, senza escludere interventi di sabotaggio. Disse che era necessario presentarmi al capo. «Chi è il capo?», chiesi e subito cominciai ad avvertire l’irritazione che mi trafiggeva quante volte m’imbattevo in qualcuno più importante di me. «Chi è te lo dirà lui – sorrise Li Cauti – se vorrà, naturalmente. Per lo più ci muoviamo sotto copertura, usiamo soprannomi o nomi falsi, perché i nazifascisti si vendicano sui familiari. Tu stesso farai bene a trovarti una nuova identità, e naturalmente ti provvederemo di documenti fasulli, a scanso di equivoci. Sono sicuro che il capo ti farà una grande impressione: è un coraggioso, ha combattuto in Africa e in Albania. È stato decorato con la Croce al Merito di Guerra. Ed è un uomo di grande cultura... quella che deriva dalla conoscenza del mondo e degli uomini, non quella arida e libresca delle università».
«La mia – osservai acidamente – è la cultura arida e libresca delle università. Sono dottore in giurisprudenza a pieni voti e lode». «Beato te!», sorrise Li Cauti.
«Anch’io studiavo legge, ma dopo tre o quattro esami l’ho piantata lì. Era un rompimento di scatole insopportabile... No, il capo non credo che sia laureato: mi pare che abbia il diploma di un istituto nautico, ma non ne sono sicuro. E poi un istituto nautico che diavolo t’insegna? L’arte del pappafico e la scienza degli occhi di cubia?».
Mi sfiorò un sospetto. L’eventualità che mi prefigurai era incredibile ma, se per assurda ipotesi non mi fossi sbagliato, avrei avuto ogni opportunità di aggiustare i conti con il mio peggior nemico. Sì, ora sull’immaginario elenco delle persone che mi avevano fatto del male, il primo posto spettava a lui, che era colpevole non di avermi recato danno (anzi, nell’episodio del soldato che avevo ferito alle gambe era stato clemente), ma di avermi sempre considerato come un fiato di vento, un’ombra, un nulla, secondo il destino stabilito dall’atropo che si era posato sulla mia culla. Non mi ero sbagliato e la scoperta era tanto straordinaria che non rimpiansi la lunga passeggiata attraverso la Roma notturna, spenta dall’oscuramento e dal coprifuoco, percorsa su e giù dalle pattuglie dei nazifascisti che sparavano senza neppure intimare l’alt. Il pericolo e la paura erano stati un prezzo adeguato per essere condotto dinnanzi al maggiore Costanzo Ebat, l’uomo che odiavo e che maldestramente avevo tentato di uccidere.
«Guarda chi c’è» lui mi disse con il suo tono di canzonatura. Lo salutai militarmente. «Lascia stare le formalità – sorrise – la situazione è alquanto cambiata e credo che possiamo darci del tu, da bravi camerati... no, da bravi compagni... neanche... insomma, da bravi amici. Penso che Li Cauti ti abbia illustrato quello che facciamo e, se tu vuoi essere dei nostri, sei il benvenuto. Ma devi stare attento: nella guerra partigiana non si ammettono errori». Alludeva al mio tentativo di assassinio, non aveva capito che il bersaglio era lui, pensava che avessi pasticciato mentre pulivo la pistola. «Fu un malaugurato incidente – mi giustificai, parlando tutto di un fiato – non avrei mai immaginato di colpire un soldato innocente». Quest’ultima affermazione era rigorosamente vera. «Acqua passata – tagliò corto Ebat – l’importante è che tu non faccia altre fesserie. Siamo in pochi e il tuo aiuto potrà essere prezioso... ».
Pochi pochi non erano. Forse una trentina, una quarantina, non so, e sinceramente che cosa li tenesse occupati non l’ho ancora capito. A me affidarono un compito secondario, umiliante, che mi fece comprendere come io continuassi a essere niente nelle gerarchie umane di Ebat. Travestendomi e invecchiandomi opportunamente, dovevo stazionare nella zona tra via Rasella, via del Traforo, via del Tritone, piazza Barberini e via delle Quattro Fontane, per segnalare eventuali movimenti di truppe o di mezzi. Più che un incarico, mi parve un pretesto per non avermi tra i piedi. C’era poco da spiare nel centro della città, tant’è che le mie ricognizioni erano brevi, saltuarie, disattente. Anche perché, dopo aver ritrovato Ebat, avevo preso una decisione: e si trattava di una decisione definitiva.
Avevo fatto quello che i preti chiamano esame di coscienza e mi ero chiesto se il mio odio per Ebat era cessato o era diminuito. Non era cambiato nulla, se non in peggio. Lo odiavo più di prima e tanto più sentivo di detestarlo perché, persino nelle circostanze più ardue (e tale era la guerriglia partigiana), lui stava al comando, seduto dietro la scrivania a impartire ordini. Pensai che a disporre per questo nostro nuovo incontro era stata la mano del Demonio e sentii il bisogno di raccogliermi in preghiera per ringraziare il padre Satana, ma a Roma c’erano soltanto chiese, chiese da ogni parte, erette per la gloria di Dio. Mi rifugiai nel Traforo, scovai un andito e, avvolto da un rassicurante tenebrore, per sette volte maledissi il nome di Costanzo Ebat. Mi sorprese una pattuglia della G.N.R., ma i militi credettero che fossi un povero deficiente e mi lasciarono andare.
La mia decisione cruciale suppongo che già abbiate capito qual era. Li avrei denunciati ai nazifascisti: non solo Ebat, ma tutta la combriccola, e anche Li Cauti (era pur sempre un siciliano). Ci sarebbe stato uno sterminio e forse mi avrebbero permesso di essere presente. E avrei guadagnato anche dei bei soldi: c’era una taglia di venticinquemila lire sulla testa di ogni partigiano catturato e al delatore era garantita la segretezza più assoluta. Sapevo di avere in mente un’azione obbrobriosa, ma l’abiezione in cui volevo scivolare mi trasmetteva non so che eccitamento, non so che esaltazione quasi fosse stata il culmine di un amplesso.
Avrei tradito e ripetermi che ero un traditore m’infondeva una ignominiosa dolcezza, mi rendeva ragione di tutti i miei fallimenti. Quando avrei tradito era ancora da stabilire: indugiavo non perché spaventato dall’enormità del mio proposito, ma solo perché, una volta passato all’azione, non avrei più avuto mostruosi pensieri con cui gingillarmi, caramelle infernali da far sciogliere adagio adagio nel segreto del cuore. Avrei distrutto il giocattolo che imprimeva una direzione alla mia vita di uomo secondario. Era il marzo del 1944 e un pomeriggio, appena passata l’ora del desinare, mentre percorrevo svogliatamente via delle Quattro Fontane, una spaventosa esplosione nei paraggi mi fece sobbalzare. Nell’attigua via Rasella, al passaggio di una colonna delle SS, era scoppiata una bomba e alcuni militari tedeschi erano morti. Mi allontanai il più in fretta che potevo e andai a rifugiarmi dalla mia parente. Le raccontai quello che era accaduto. «Ci sarà una terribile rappresaglia – disse la vecchia – la guerriglia dovrebbe mettere nel conto che, per adesso, il coltello dalla parte del manico ce l’hanno ancora i nazifascisti». La rappresaglia ci fu, e fu compiuta alle Fosse Ardeatine.
La guerra, almeno sul fronte italiano, sembrava essersi fermata a Cassino, così m’illudevo in una sorta di stallo perpetuo che mi avrebbe consentito di continuare a differire l’azione. E di crogiolarmi nelle mie feroci fantasticherie per un tempo infinito. Ma già alla fine di aprile si capì che prestissimo Cassino sarebbe caduta e che gli angloamericani sarebbero arrivati a Roma. A quel punto Ebat sarebbe stato osannato come un eroe e non avrei più avuto alcuna possibilità di nuocergli. Volli vederlo un’altra volta. Mi sorrise, sorrideva sempre l’incosciente, il Cielo sa che cosa lo colpiva piacevolmente in questo mondo schifoso.
«Come andiamo, vecchio delatore?», fu il suo saluto festoso. Sussultai. Non poteva aver capito i miei propositi, si era di certo riferito alla lettera anonima. Aveva sempre sospettato di me, ma, nella impossibilità di provare la mia responsabilità si accontentava di sfottermi. Senza cattiveria, con bonomia. «Devi far dello spirito a tutti i costi?», replicai acidamente.
«Santo Cielo!», esclamò Ebat. «I tempi sono già abbastanza tristi e io sono d’accordo con Sterne: un sorriso aggiunge qualche cosa a quel frammento che è la vita».
«C’è poco da aggiungere – brontolai – anzi: meno si aggiunge e meglio è».
«A dire il vero – obiettò Ebat, facendosi serio – la guerra non fa altro che togliere, troppo per i miei gusti».
«Non si toglie mai abbastanza» risposi cupo.
«Questo ragazzo è impazzito» sentenziò, e m’indicò ai presenti esponendomi a una sorta di gogna simbolica.
Ecco. Se non mi avesse detto che ero impazzito, forse mi sarei fermato: ma, sentendomi offeso e deriso dinnanzi a un gruppetto di persone (incluso il siciliano Li Cauti), pensai di aver atteso troppo, di aver sbagliato ad aspettare. L’odio di cui mi ero nutrito per tanti anni, se mai avesse conosciuto una pausa, riesplodeva in tutta la sua bellezza, in tutto il suo fulgore. Ebat e i suoi accoliti dovevano morire. Tornai a casa della parente, indossai la mia tenuta da vecchio miserabile e mi precipitai al Comando della G.N.R. Fui ricevuto dal tenente La Forgia, anche lui siciliano, e spiattellai tutto quello che sapevo.
«Perché questa delazione?», s’incuriosì La Forgia.
Era alto, biondo, aveva occhi azzurri: sembrava un dio nibelungico e, invece, appresi che era nato a Sciacca. Come era possibile?
«Così... » risposi. «Così non è una risposta» eccepì con severità La Forgia. «Quante storie!» mi spazientii. «Andate, frugate, perquisite e troverete di che far lavorare il plotone di esecuzione per un paio di mesi. Parola d’onore». ««Senza offesa – puntualizzò La Forgia – il tuo onore non vale un gran che... ».
«Vorrei la mia ricompensa» dissi, senza raccogliere l’insulto. «Quale ricompensa?». «La taglia».
«Non c’è nessuna taglia a beneficio dei delatori».
«Avete promesso venticinquemila lire per ogni partigiano fatto catturare!».
«Con te, la promessa è annullata: ed è meglio che te ne vada, altrimenti sbatto al muro anche te!».
Me ne andai, col timore che la mia denuncia non fosse stata presa sul serio. Invece, nel giro di poche ore ebbi notizia che erano stati arrestati tutti quanti, Ebat e Li Cauti in testa, e che presto sarebbero stati mandati sotto processo. Al processo avrei voluto assistere, ma fui avvertito che non era possibile perché si sarebbe svolto in segretezza.
Qualche tempo dopo seppi che Ebat era stato condannato a morte: la fucilazione sarebbe stata eseguita al Forte Bravetta, entro pochi giorni. Anche in questo caso era proibito essere presenti, anzi era addirittura vietato far conoscere la data dell’esecuzione. Familiarizzai con il Forte Bravetta, che raggiungevo ogni giorno alle prime luci dell’alba. Non mi avvicinavo troppo, anzi mi tenevo a rispettosa distanza, bastava un niente per finire nei guai. Interpretavo i rumori in lontananza e provavo a immaginarmi la scena che i rumori sottintendevano. Erano abbastanza frequenti le scariche di fucileria, però io pensavo che fosse per addestrare le reclute in un poligono di tiro. Chiesi conferma a un pastore che stazionava nei dintorni, dov’era più campagna che abitato (il fosso della Magliana e il fosso di Affogalasino cingevano il Forte, e la città sembrava lontanissima, remota). Il pastore che interpellai governava un paio di pecore: era molto vecchio e per questa ragione lo avevano lasciato in pace, ma era insolito che non lo avessero espropriato del suo minimo gregge. «Non sono tiri di addestramento – spiegò il patriarca con un sorriso malinconico – sono fucilazioni. Esecuzioni di condanne a morte. Ce n’è tutte le mattine, come se volessero ammazzare mezzo mondo, prima della fine».
Prima della fine. Oramai l’arrivo delle truppe Alleate era imminente e, forse, l’accanimento era conseguenza della sconfitta sempre più vicina. La quinta Armata americana entrò in Roma la sera del 4 giugno, e ricordo che, il giorno prima, mi dissi che era inutile andare a Forte Bravetta, le esecuzioni capitali di sicuro erano cessate e i tedeschi dovevano pensare a ritirarsi. Una volta tanto non mi sarei alzato con il canto del gallo e sarei rimasto a dormire. Poi, sapete com’è – non c’è niente di peggio dell’abitudine – mi svegliai appena la tenebra cominciò a impallidire e, quasi sotto la spinta di un presagio, mi rivestii di fretta e furia e, a piedi, raggiunsi il Forte (l’abitazione della parente non era molto distante: due o tre chilometri, una passeggiata che placava la mia eccitazione interiore). Arrivai che era chiaro. Tolta l’assenza del pastore e delle sue pecore, la scena era la solita: più bucolica che cittadina, forse il silenzio era insolitamente denso, ma certe cose vengono in mente dopo, e magari sono frutto di fantasia. Era tutto a posto, consegnato al suo posto: i fili d’erba, un frassino spaurito, il gorgoglio dei fossi, un cane che rovistava in un mucchietto di spazzatura, e il cielo, il cielo… Immobile, terso, turchino. All’improvviso una scarica di fucileria lacerò la dolce quiete che mi avvolgeva e uno stormo di passeri atterriti svolò dalle fronde del frassino. Costanzo Ebat era stato fucilato: ne ebbi la certezza alcuni giorni dopo, ma allora ne ebbi la precognizione, e fu molto peggio. Una grossa farfalla nera si fermò per un attimo su un mio braccio, ma fuggì spaventata in cerca di un atterraggio meno precario: credetti di riconoscere la Sfinge testa di morto. Non so quello che avvenne nel mio cuore, non lo so.
Scoppiai a piangere.
Mi accorsi che non odiavo Ebat ma me stesso, e che di me stesso avevo disgusto.


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