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punto di vista 4/2013
 
 di Paul Bremer

punto di vista di Paul Bremerbiografia

Il ruolo dell’America nel XXI secolo
L’America è a un punto di svolta della propria storia. Tre quarti degli americani di oggi sono nati dopo la fine della Seconda guerra mondiale; sono cresciuti in un mondo di sempre maggiore libertà (individuale, commerciale e di navigazione dei mari); quasi danno per scontato il mondo di libertà politica ed economica che hanno ereditato.
Il progresso verso un ordine mondiale più libero e aperto non è stato, però, sempre così scontato. L’accademico americano Robert Kagan scrive che il carattere e i valori di una potenza egemone nel mondo determinano la natura dell’ordine internazionale: un ordine mondiale di politica ed economia liberale è potuto fiorire solo quando c’è stata una grande potenza che abbia promosso quei valori.
All’inizio del XIX secolo la Gran Bretagna si assunse quest’onere approvando grandi riforme politiche, mettendo fuorilegge lo schiavismo e aprendo i suoi mercati. Per tutto il secolo la Gran Bretagna continuò a promuovere princìpi liberali e la Royal Navy, flotta egemone sui mari, fece rispettare la libertà di navigazione. Tutto ciò non era ‘inevitabile’, scontato: potenze precedenti, come la Spagna sotto Filippo II, gli Ottomani nel XVI secolo, la Francia di Luigi XIV nel XVII secolo non hanno dato valore né, per la verità, promosso libertà individuali o sistemi di libero scambio. Lo stesso giudizio vale per l’Unione Sovietica e la Germania nazista nel XX secolo.
Gli Stati Uniti d’America hanno ereditato questa posizione di ‘supremazia’ da una ‘esausta’ Gran Bretagna nel 1945. Da quel momento, tutti i governi americani, di entrambi i partiti, hanno promosso libertà economiche e politiche, mentre la Marina americana ha fatto rispettare la ‘libertà dei mari’. Con il piano ‘Marshall’, e insieme a leali alleati NATO come l’Italia, i leader americani hanno contribuito a costruire un ordine mondiale di straordinario successo e di grande stabilità.
Questo periodo di egemonia americana ha prodotto il più grande e lungo periodo di prosperità della storia. Nella seconda metà del secolo scorso, il prodotto lordo mondiale è aumentato, in media, del 3,9% all’anno: dieci volte di più del tasso medio di crescita misurato fra il 1500 e il 1820. Quest’ordine mondiale è ora a rischio.
La ritirata degli Stati Uniti dal Medio Oriente, la regione più pericolosa del pianeta, ha posto seriamente in dubbio il fatto che essi vogliano mantenere il ruolo di potenza egemone nel mondo. Si dice che gli americani siano ‘stanchi della guerra’. Per la prima volta in settant’anni si sono levate voci autorevoli, in entrambi i partiti, per chiedere che l’America si concentri nel «ricostruire il nostro Paese». Meno della metà dei cittadini americani dichiara d’aver fiducia nella politica estera del proprio governo: ci dicono che gli Stati Uniti dovrebbero smetterla di «fare i poliziotti del mondo».
Ma ci sono alternative a un continuo impegno degli Stati Uniti? Si possono formulare tre alternative, nessuna delle quali molto incoraggiante...

UN NUOVO (PAESE) EGEMONE?
Normalmente, quando un Paese egemone si stanca del proprio ruolo o è sconfitto, un altro ne prende il posto, esattamente come gli Stati Uniti hanno raccolto il testimone dalla Gran Bretagna nel 1945.
In teoria, oggi, ci sono tre alternative: la Cina, la Russia e l’Europa.
I primi due Paesi sono regimi autoritari (autocrazie). Hanno una significativa forza militare, ma nessuno dei due vede di buon occhio un mondo dedicato alle libertà che le democrazie occidentali considerano un valore cui desiderano attenersi.
La Cina usa la sua sempre più forte Marina per bloccare alcune rotte, piuttosto che per aprirne di nuove. La Russia ha recentemente annunciato che non riconosce il Trattato sulla legge marittima. Nessuno dei due Paesi è un sostenitore del libero scambio. L’economia cinese dipende interamente dalle esportazioni; al tempo stesso, proprio la Cina continua a imporre una vasta serie di restrizioni sulle attività economiche. La Russia sta tentando di costruire una sorta di ‘unione protezionista’ con i suoi Stati viciniori. Entrambi i Paesi applicano la censura, sia sulla libertà di parola che su internet. Anche lo scorso mese di ottobre sul canale di Stato cinese sono stati lanciati appelli alla de-americanizzazione dell’ordine mondiale. Un mondo in cui la Cina e la Russia fossero potenze egemoni sarebbe molto diverso da quello, guidato dall’America, che conosciamo oggi.
L’Europa, d’altro canto, non è incline a far ‘ruggire i cannoni’, privilegia la capacità di relazionarsi e convincere attraverso gli strumenti della politica e della cultura, la forza degli ideali ed è certamente costituita da società ‘aperte’. Ma la capacità culturale e politica dell’Europa è coartata da quella ‘ipnosi’ che la porta a concentrarsi unicamente sui suoi problemi. Tutti gli stati del Continente, inoltre, hanno talmente ridotto i propri investimenti militari che, come dimostrato in Libia e in Mali, non riescono, senza il supporto dell’aviazione americana, a far valere alcuna significativa capacità militare, nemmeno nel Mediterraneo.

UN MONDO MULTIPOLARE?
Potrebbe funzionare un mondo ‘multipolare’, senza la presenza di alcuna forza egemonica? No.
La Storia ci insegna che le medie potenze si contenderebbero il potere. Un mondo multipolare porterebbe a conflitti e guerre, come accaduto nel XVI, nel XVII e nel XIX secolo. Questa non è una ricetta per un mondo pacifico. Alcuni obiettano che l’epoca delle guerre fra grandi potenze è ormai superata: ma questo è esattamente quello che i ‘cognoscenti’ pensavano un secolo fa. Agli albori del secolo scorso il senso comune andava verso la convinzione che la stessa concezione degli Stati nazionali stesse diventando irrilevante. All’interno dell’Europa trasporti e commercio fiorivano liberamente: esattamente come oggi. Allo scoppio della Prima guerra mondiale la Gran Bretagna e la Germania erano i rispettivi principali partner commerciali; le due Nazioni erano affini per razza e cultura; le loro Famiglie regnanti erano imparentate: sono andate in guerra l’una contro l’altra. Si era verificata, come sostiene Kagan, una «totale mancanza di immaginazione da parte di un’intera generazione». Può darsi che la storia non si ripeta ma, come disse lo scrittore americano Mark Twain, «la storia può non ripetersi con le stesse parole ma, a volte, le sue parole fanno rima».

UNA STRUTTURA INTERNAZIONALE COME POTENZA MONDIALE?
L’alternativa meno credibile di tutte alla supremazia degli Stati Uniti è l’idea, a volte promossa da alcuni esponenti di peso a Washington, che il ruolo degli Stati Uniti possa essere surrogato da un organismo internazionale o dalla, piuttosto amorfa, ‘comunità internazionale’.
Il concetto stesso è basato sull’idea irrealistica secondo cui le nazioni semplicemente sceglieranno di ubbidire alle regole internazionali a prescindere dal loro interesse o dalla loro possibilità di ignorarle. Altri promotori di questa idea ritengono verosimile che le nazioni devolvano – sic et simpliciter – la responsabilità di costruire e mantenere un equilibrio mondiale a un organismo sovranazionale a cui riconoscano un’autorevolezza superiore a quella di tutte le nazioni che vi aderissero (per alcuni aspetti questo dilemma richiama un po’ quello che sta al cuore della crisi politica dell’Unione Europea). Il triste destino della Società delle Nazioni e le deboli autorità e autorevolezza delle Nazioni Unite si incaricano di suggerire una certa cautela a chi ha questi sogni.

L’AMERICA È ANCORA INDISPENSABILE
Gli Stati Uniti e i suoi alleati liberali in Europa e Asia sono a un bivio: se vogliamo continuare a godere dell’irripetibile ordine mondiale ‘liberale’ inizialmente stabilito dai Britannici nel XIX secolo, gli Stati Uniti devono continuare a guidare la comunità mondiale e a battersi per il mantenimento di tale ordine nel XXI. Questo richiederà leader americani pronti a sostenere le ragioni di un continuo e robusto ‘internazionalismo’ degli Stati Uniti a prescindere dai risultati dei sondaggi. E che gli alleati degli Stati Uniti in Europa continuino ad avere un ruolo cruciale nello sviluppare ciò che è stato il nostro comune successo negli ultimi settant’anni.
Come ebbe a dire Madeleine Albright, già segretario di Stato: «Gli Stati Uniti sono ancora la Nazione indispensabile».

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